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André Kertész

“Tutto quello che abbiamo fatto, Kertész l’ha fatto prima”
Cartier Bresson
| Mosè Franchi | I grandi autori

«Fotografo il quotidiano della vita, quello che poteva sembrar banale prima di avergli donato nuova vita, grazie ad uno sguardo nuovo. Amo scattare quel che merita di essere fotografato, il mondo quindi, anche nei suoi squarci di umile monotonia. Sono nato chiuso, ma un chiuso aperto alla strada, ed ho cercato la felicità nel silenzio di un istante. Batteva intanto il cuore al tempo di un click. Ho cercato gli occhi innocenti, di cui ogni sguardo sembra il primo, le menzogne dietro la superbia ed i sorrisi fatui, fantasmi seduti al sole su delle vecchie sedie. Senza trucchi ho cercato di vedere, ho cercato di capire. Ho cercato di vedere, e quando ho capito, ho lasciato gli occhiali su un tavolo insieme alla pipa.»
André Kertész.

PREMESSA

Non è facile parlare di Kertész, anche perché ci si rende conto di affrontare un genio delle cose semplici. Lui non si è mai occupato di grandi temi: né politici, tantomeno sociali; eppure viene riconosciuto universalmente come un maestro del novecento. Lo stesso successo lui l’ha raggiunto in maniera discontinua, particolarmente nel periodo americano, probabilmente perché le sue immagini lo proponevano come innovatore o forse per il fatto che ogni sua fotografia raccontava troppo (come gli dissero in LIFE). Considerato da Henry Cartier-Bresson come il padre della fotografia contemporanea e da Brassai il proprio maestro, Kertész ha dimostrato come qualsiasi aspetto del mondo, dal più banale al più importante, meriti di essere fotografato. I costanti mutamenti di stile, temi e linguaggio, se da un lato ci impediscono di collocare il lavoro del fotografo ungherese in un ambito preciso, dall’altro ne dimostrano la versatilità e l’incessante ricerca comunicativa.

Abbiamo visitato la mostra di André Kertész presso la Sala Espositiva del Centro Culturale di Milano (Largo Corsia dei Servi, 4). Là erano esposte novanta opere del “maestro dei maestri”, tra queste alcuni inediti a colori, realizzati a New York agli inizi degli anni ’80.

La visita non ha tradito le attese, sapevamo che avremmo incontrato la personalità di un genio, Cartier Bresson vero riferimento della fotografia contemporanea. L’allestimento ci ha condotto attraverso un viaggio che ha ripercorso la vita e l’attività fotografica di Kertész: Ungheria, Parigi, New York e Stati Uniti, la fama internazionale.

La mostra, curata da Roberto Mutti e ideata da Camillo Fornasieri, ci fa conoscere un fotografo, ma anche un intellettuale che attraversa e abbraccia due mondi, l’est e l’ovest del novecento. Abitante cittadino delle metropoli dei due mondi, da Budapest a Parigi, da New York al mondo globale, coglie e racconta la promessa e lo spaesamento, l’illusione e la disillusione.

NOTE BIOGRAFICHE

André Kertész nasce a Budapest nel 1894, il 2 luglio, e già da bambino sognava di fare il fotografo. La famiglia di provenienza apparteneva alla media borghesia ebraica. Nel 1912 si diploma all’Accademia commerciale di Budapest e compera la sua prima fotocamera, una ICA 4.5x6. Partecipa alla prima guerra mondiale come volontario e venne ferito alla mano. Anche durante il conflitto scatta fotografie, senza però interpretare i momenti più cruenti.

Trascorse la sua convalescenza prima a Budapest poi a Esztergom. Continua a fotografare e tra i suoi soggetti preferiti compaiono spesso il fratello e la madre. Nel 1919 conobbe Erzsébet Salamon, che diverrà poi sua moglie. Finita la guerra è impiegato alla borsa, nel 1925 decide di trasferirsi a Parigi. È un drappello di nomi quello che emigra tra Berlino e Parigi: László Moholy-Nagy, Robert Capa, Germaine Krull e Brassaï. Per lui la fotografia è un diario visivo, strumento per descrivere la vita: le strade della metropoli, parchi, tetti, la riva della Senna. Nel ’27 alla Galerie Au Sacre du Printemps espone la sua prima mostra e nel ‘29 è alla mostra internazionale “Film und Foto” a Stoccarda e a Berlino.

Dal ‘28 Kertész lavora con una Leica. VU gli pubblica più di 30 importanti saggi fotografici. Nel ‘33 presenta “Distorsioni”, nudi femminili in specchi deformanti e in questo anno l’agenzia Keystone lo chiama a New York, dove si trasferisce. Anni economicamente difficili, quelli in USA. Dal ‘49 al 1962 Kertész lavora per la rivista House and Garden. Durante il suo viaggio a Parigi nel 1963 riscopre gran parte dei suoi negativi, che lo ispirano a nuove attività artistiche che gli ottengono un riconoscimento internazionale.

Nel 1964 presenta le sue opere al Museum of Modern Art di New York: si sprecano gli elogi. Da quel momento Londra, Parigi, Stoccolma, Melbourne, Tokyo, Buenos Aires, Venezia ospiteranno i suoi lavori. Il famoso “On Reading” è pubblicato nel 1971 e Steve MC Curry gli rende omaggio col suo libro “Leggere”. Nel 1977 muore Elisabeth, l’adorata moglie, la sua più grande sostenitrice.

Fotografa dalla finestra del suo appartamento in Washington Square, quando non è più in grado di uscire di casa. Nel libro From my Window (1981) pubblica anche Polaroid di nature morte scattate tra le quattro mura del suo appartamento, confermandolo nuovamente maestro della luce che opera con i mezzi più semplici. André Kertész muore il 28 settembre 1985, lasciando un archivio di 100.000 negativi.

IL PENSIERO FOTOGRAFICO

Kertész è venerato per la chiarezza del suo stile e le connessioni emotive con i soggetti che ritraeva. Le sue composizioni sono spesso ricercate, con linee geometriche che completano il contenuto dell’immagine. Kertész riteneva che l’intuizione fosse il miglior ingrediente per creare una sostanza poetica. “Il momento s’impone sempre nel mio lavoro”, ha detto. Sebbene sia diventato un fotografo commerciale di successo, specialmente nella fotografia di moda, Kertész ha ritenuto che “il virtuosismo professionale” fosse il nemico della fotografia d’arte. Ha fatto una chiara distinzione tra le due sfere, credendo che ci debba essere qualcosa di onesto e innato nella fotografia d’arte: “Non appena trovo un argomento che m’interessa, lo lascio alla lente per registrarlo in modo veritiero”, dichiarò.

morte. Niente era troppo banale per il suo obiettivo, dal momento che interpretava ciò che aveva di fronte. Ha composto molte nature morte con l’obiettivo di trasformare il banale - come utensili, occhiali e pipe - in qualcosa di etereo e poetico. Sosteneva l’uso di audaci linee monocromatiche e l’uso di riflessioni e ombre come mezzo per rendere una natura morta come un’astrazione geometrica semplificata. Sebbene le sue nature morte possano essere viste come astrazioni, l’identità dell’oggetto non è mai nascosta.

LA VITA E L’ILLUSIONE

André Kertész può essere considerato un uomo del ‘900, anche se nasce nel secolo precedente. La sua fotografia non si occupa di grandi temi, ma di frammenti di realtà; e si sviluppa in un’esistenza di alti e bassi, illusioni e disillusioni: vicende che esaltano, per poi demoralizzare, spesso però con un lieto fine.

Ciò può dirsi anche per la sua vita sentimentale. Conosce Erzsébet Salamon nel 1919, la donna che diventerà importante nella sua vita; ma non e ancora il tempo, il momento giusto. Arriva il 1925: André lascia l’Ungheria per Parigi dove diventa fotografo professionista. Nella capitale francese conosce Cartier Bresson, Berenice Abbott e tante altre personalità. Incontrerà rigoroso e prettamente didascalico. Il gusto avvicinandolo alla fotografia. Gli presterà anche una fotocamera, insegnandogli i primi rudimenti e le tecniche per la ripresa notturna.

Nel primo periodo parigino, mantenne il contatto con Erzsébet, rimasta in Ungheria, attraverso un fitto carteggio, poi, sempre più immerso nel suo lavoro, smette di scriverle. Il 2 ottobre 1928 sposò Rószi Klein. La coppia si separerà due anni dopo e il loro rapporto si concluderà con il divorzio nel 1932. Durante un viaggio in Ungheria, Kertész scoprì che Erzsébet non aveva interrotto la corrispondenza, ma che Rószi aveva intercettato e nascosto le lettere. Si riavvicinarono e nel 1931 Erzsébet lo raggiunse a Parigi, e i due si sposarono infine nel 1933. Una storia a lieto fine.

A Parigi André Kertész conobbe il successo. La sua fama valica l’oceano, così decide di accettare l’offerta di Erney Prince dell’agenzia Keystone, trasferendosi insieme alla moglie Erzsébet a New York, nell’ottobre del 1936. All’epoca voleva rimanere solo per un anno di contratto, ma poi prolungò la permanenza fino al termine dei suoi giorni. Il lavoro alla Keystone durò solo un anno, poi tornò a essere un fotografo freelance. Le sue immagini non erano ben accette nel panorama fotogiornalistico statunitense, il quale richiedeva uno stile più rigoroso e prettamente didascalico. Il gusto degli americani era diverso. Eugene Smith pubblicava delle storie lunghe dieci fotografie. Proponendo il suo lavoro alla rivista LIFE, Kertész ottenne come risposta che “le sue immagini dicono troppo”.

Un tale rifiuto iniziò a preoccupare il fotografo. Lavora professionalmente e ricerca anche, ma si disillude. Durante la seconda guerra mondiale viene trattato come un nemico: gli fu anche impedito di fotografare in esterni. Sarà una grande mostra al MoMA a riavvicinare Kertész al pubblico statunitense. Un’altra storia a lieto fine.

Alti e bassi, dicevamo; illusioni e disillusioni: la vita di Kertész è stata un po’ questa. Il suo atteggiamento però dimostra tanta sensibilità, che poi ha trasferito nelle fotografie. La moglie lo ha aiutato molto, avendolo capito sin dal primo incontro.

CONCLUSIONI

Kertész ha trascorso tutta la sua vita alla ricerca del consenso da parte della critica e del pubblico. Tuttavia i suoi lavori, molto spesso, furono poco apprezzati. La sua arte non si è mai avvicinata ad alcun soggetto politico ed è rimasta legata ai lati più semplici della vita quotidiana, con toni molto intimi e lirici. Soltanto gli ultimi anni della sua vita e i successivi alla morte segnano un rinnovato interesse verso i suoi scatti, gli stessi che riescono a essere senza tempo.

Kertész ci lascia immagini che prediligono gli attimi, le emozioni passeggere. Foto che vivono nel ricordo e che evocano ricordi: il profilo dei comignoli sullo sfondo del cielo, il gioco dell’ombra di una forchetta in un piatto. Attimi e ricordi, dicevamo: forse la materia prima della fotografia; emozioni che fuggono e ritornano proprio per merito delle immagini. Le stesse che hanno il merito di farci ridere, piangere, meravigliare.



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André Kertész

André Kertész [Andor Kertész], nato a Budapest il 2 luglio 1894 in una famiglia di media borghesia ebraica, sogna già da bambino di fare il fotografo. A 18 anni si compra la prima macchina fotografica, una ICA box, che funziona con lastre da 4,5 x 6 cm. Risale a questo periodo iniziale la foto di un ragazzo che dorme. Durante il servizio militare nell’esercito austriaco-ungherese, scatta delle immagini laconiche della vita quotidiana dei soldati, delle lunghe marce, dell’attesa nelle trincee, della desolazione dell’individuo. Nel settembre 1915 viene ferito. Nel 1917, durante la sua convalescenza a Esztergom, scatta la famosa foto Il nuotatore sott’acqua. In questa foto di un corpo investito da riflessi luminosi e otticamente distorto sembra anticipare i lavori che seguono. Solo dieci anni dopo, l’estetica della riflessione sarebbe diventata popolare al Bauhaus.

Dopo la guerra, Kertész, impiegato alla borsa, fotografa durante il tempo libero soprattutto situazioni di vita quotidiana come suo fratello Jenö impegnato in attività sportive. La città di Budapest non è però il terreno adatto per le sue ambizioni artistiche. Nel 1925 decide di trasferirsi a Parigi, così come numerosi artisti e fotografi ungheresi, che dopo il crollo della monarchia austriaco-ungherese e l’abbattimento della Repubblica ungherese dei consigli negli anni venti si lasciano alle spalle l’Ungheria per emigrare a Parigi o a Berlino, come László Moholy-Nagy, Robert Capa, Germaine Krull e Brassaï. A Parigi, Kertész viene a contatto con l’avanguardia artistica di Montparnasse: Piet Mondrian, Fernand Léger, Ossip Zadkine e Alexander Calder. In questo periodo fa numerosi foto-ritratti tipo ‘cartoline postali’. Kertész passeggia per la grande metropoli e fotografa nelle strade e nei parchi, sui tetti e lungo la riva della Senna di Parigi. Per lui la fotografia è una specie di diario visivo, uno strumento per descrivere la vita. “Interpreto la mia sensazione in un determinato attimo. Non quello che vedo ma quello che sento.”

Kertész, con le sue riprese da vicino e a volo d’uccello e la sua passione per le strutture geometriche dello spazio, le ombre, le riflessioni e le silhouette, acquista presto riconoscimento. Nel 1927, la Galerie Au Sacre du Printemps presenta per la prima volta le sue opere e nel 1929 Kertés partecipa alla mostra internazionale “Film und Foto” a Stoccarda e a Berlino. Nel 1928 Kertész lavora con una Leica, la prima macchina fotografica a utilizzare la pellicola cinematografica 35 mm. Negli anni successivi, VU pubblica più di 30 saggi fotografici. Nel 1933 nasce la serie straordinaria “Distorsioni”. Qui i nudi femminili realizzati con specchi deformanti vivono una vita propria tra caricatura e sensualità. Vengono inoltre pubblicati i libri Enfants (1933), Paris vu par André Kertész (1934) e Nos amies les bêtes (1936). Lo stesso anno Kertész riceve un invito dall’agenzia Keystone e si trasferisce a New York. Il lavoro alla Keystone dura però poco e Kertész torna a essere un fotografo freelance.

I primi anni trascorsi negli USA sono economicamente difficili. Dal 1949 al 1962 Kertész lavora per la rivista House and Garden. Durante il suo viaggio a Parigi nel 1963 riscopre una gran parte dei suoi negativi, che lo ispirano a nuove attività artistiche che gli consentono di ottenere riconoscimento internazionale. Nel 1964 presenta le sue opere al Museum of Modern Art di New York. Nell’ultima fase della sua vita creativa e soprattutto quando non è più in grado di uscire di casa, comincia a fotografare dalla finestra del suo appartamento in Washington Square. Nel libro From my Window (1981) pubblica delle fotografie Polaroid di nature morte scattate esclusivamente tra le quattro mura del suo appartamento. Queste fotografie lo rivelano nuovamente come maestro della luce che opera con i mezzi più semplici. André Kertész muore il 28 settembre 1985 e lascia un archivio di 100.000 negativi.


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