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[ALIDA VALLI, LA BELLEZZA NOBILE]

Quando si parla di attrici del calibro da Alida Valli, si corre il rischio di cadere nella nostalgia (o anche nella noia, purtroppo) dei tempi andati, addirittura a prima della seconda guerra mondiale, nel periodo dei “telefoni bianchi”. In realtà, l’attrice istriana ha occupato sessant’anni di cinema, passando per il dopoguerra, fino a metà anni ’70. E’ bello ricordarne la bellezza dolce e sofisticata, l’eleganza sobria, i ruoli che ha dovuto impersonare, sempre con garbo, delicatezza e nobiltà.

[Le fotografie]

Arturo Ghergo, Alida Valli

Arturo Ghergo, Alida Valli con un abito di Ventura, 1945.

[Alida Valli, l’attrice]

Alida Maria Laura Altenburger, baronessa di Marckenstein e Frauenberg, è nata a Pola, in Istria, il 31 maggio 1921. Frequenta il Centro Sperimentale di Cinematografia ed esordisce nel cinema a quindici anni, con lo pseudonimo di Alida Valli, che pare sia stato scelto a caso dall'elenco telefonico.

La classe non è acqua, si dice spesso; e l’attrice conferma il suo talento nella trasposizione cinematografica di “Piccolo mondo antico”, il romanzo di Fogazzaro. Lei ovviamente impersona Luisa, sotto la direzione di Mario Soldati. Siamo nel 1941. Il film fu accolto con successo, anche al botteghino: un dato importante, visto il periodo.

Nel dopoguerra l’aspetta una platea internazionale: nel 1947 viene diretta da Alfred Hitchcock nel thriller "Il caso Paradine" (The Paradine Case), e l'anno successivo da Carol Reed ne "Il terzo uomo" (The Third Man), con Joseph Cotten e Orson Welles. Di quest’ultima pellicola vogliamo ricordare la colonna sonora a firma di Anton Karas, dove il tema portante è eseguito con una cetra da tavolo. Nel 1954 mostra tutto il suo talento drammatico, impersonando la contessa Serpieri in "Senso", di Luchino Visconti.

Dal 1956 affianca all’attività cinematografica il lavoro a teatro, sempre contraddistinto da notevoli capacità recitative. La ricordiamo in: "La Venexiana" di Anonimo del Cinquecento (1981), "La fiaccola sotto il moggio" di Gabriele D'Annunzio (1983), e "Improvvisamente l'estate scorsa" di Tennessee Williams (1991). Le due ultime occasioni cinematografiche di livello le vengono offerte da Bernardo Bertolucci, con "La strategia del ragno" (1971) e "Novecento" (1976).

Nel 1997 riceve un Leone d'oro al Festival di Venezia. Viene premiato il suo talento, ma anche la grande classa: qualità rara nel mondo delle dive.

Muore a Roma il 22 aprile 2006.

[Il fotografo, Arturo Ghergo]

Arturo Ghergo, detto “Il Biondo”, nasce a Montefano, in provincia di Macerata, il 20 Agosto 1901. E’ spiritoso, suona la chitarra, canta bene e ha successo con le donne. Apre a Macerata lo Studio Fotografico con il fratello Ermanno, che lo guiderà nella fotografia; ma poi decide di andare a Roma, dove riceverà i clienti da ritrarre in Via Condotti, al civico 61, in pieno centro città. Lo Studio resterà aperto fino al 1999, grazie ad Alice – sua moglie – e a Cristina, una delle sue due figlie, che diverrà anche lei fotografa famosa nel mondo della moda. Alice, detta Lala, è stata colei che lo ha stimolato nella vita e sul lavoro. Aveva incontrato Arturo proponendosi come assistente.

Dalla metà degli anni Trenta Ghergo è il ritrattista preferito dall'aristocrazia romana e dal mondo del cinema. Tutti i divi di Cinecittà passano dallo studio di via Condotti 61, per esigenze legate alla produzione dei film di cui sono protagonisti, ma anche a livello personale. Arturo è un autore riconosciuto.

Ghergo esprime nelle sue fotografie una capacità tecnica di tutto rilievo, anche nel ritocco manuale. Le donne si trasformano in divinità, per via dello sguardo d’artista e la manualità artigianale in camera oscura. Attrici bellissime e famose si fanno ritrarre da Ghergo e lui le rende inarrivabili. La sua fotografia si contamina di glamour, quello che si sarebbe incontrato nelle pubblicazioni di Condè Nast.

L’Italia sta cambiando e il fotografo marchigiano coglie “lo spirito dei tempi”. La cultura fotografica assume una funzione comunicativa importante in un Paese ancora scarsamente alfabetizzato, dove l’immagine diventa essenziale nel proporre nuovi modelli di vita. Cinegiornali, film e periodici favoriranno la nascita di una cultura popolare, in una nazione che vuole rinascere.

Arturo Ghergo muore a soli 58 anni, nel gennaio del 1959, lasciando di sé un ricordo indelebile, entrando nella storia. I suoi lavori non documentano soltanto, né trasferiscono unicamente bellezza ed eleganza, ma racchiudono in se stessi un messaggio moderno, che va oltre il tempo nel quale sono stati prodotti.

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