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LA REGINA DELLA DISCO MUSIC

L’autoradio era estraibile e la portavamo con noi ovunque: al cinema, in pizzeria, a casa di amici. Alle volte la nascondevamo sotto il sedile del passeggero, correndo il rischio di non trovarla. Siamo negli anni ’80 e ascoltavamo spesso la cassetta di Diana Ross che riproduceva i brani della cantante americana, quelli già ascoltati in discoteca. Già, il ballo era un’abitudine del tempo e anche un appuntamento notturno consueto, mai prima della mezzanotte; con un ritorno a casa alle prime luci dell’alba.
Il nome di Diana Ross evoca ricordi e nostalgie, ma accende anche quella spensieratezza tipica della “Disco”: il luogo d’incontri a base di Coca e Rum, dove conoscere la ragazza del cuore, irraggiungibile di giorno. Già, i locali di quella musica rappresentavano un mondo diverso, lontano, quasi virtuale, incomprensibile e immaginario: surreale. C’era chi ballava bene, ma spesso alcuni, soprattutto i maschietti, rimanevano a bordo pista a guardare.
Diana Ross riempiva quelle nottate, restituendo l’adrenalina necessaria; poi l’idea di lei si trasferiva in auto, per un tempo che arrivava fino a casa per le ultime chiacchiere.

Diana Ross tra gli anni settanta e i primi anni ottanta divenne la cantante più famosa dell’“età del rock” e comparve in film, programmi televisivi e a Broadway. Nel corso della sua carriera ha vinto un Tony Award per lo speciale “An Evening With Diana Ross” (1977), sette American Music Awards ed un Golden Globe per aver interpretato Billie Holiday in “la Signora del Blues” (1972). Lei è anche una delle poche artiste ad avere due stelle nell’Hollywood Walk Of Fame: una come artista solista e l’altra per la carriera con i Supremes.

I riscontri di Diana Ross sono di assoluto livello: cento milioni di dischi venduti, dodici Grammy, una nomination all'Oscar, la Medaglia presidenziale della libertà conferitale da Obama nel 2016 e il titolo di "Artista femminile di maggior successo di tutti i tempi" del Guinness dei primati (1993). Resta comunque il ricordo di un tempo e di un’era, incancellabili entrambi; Diana Ross è la diva che riecheggia a ogni brano, anche se quel mangianastri dell'auto non suona più.

Per le fotografie ci siamo rivolti a un disco con le immagini di Victor Skrebneski.

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MINA, LA VOCE D’ITALIA

Erano altri tempi: la musica passava dalle fessure delle porte e attraverso le finestre aperte. In quel periodo, ma anche in seguito, Mina occupava le vite degli italiani. I suoi brani non erano eminentemente commerciali, anzi: portavano la firma di autori illustri; ma lei aggiungeva la voce e l’interpretazione, un valore aggiunto impagabile.
La “Tigre di Cremona”, bella e potente, ha quasi segnato il calendario di tutti, perché ogni successo è riuscito a segnare un’epoca, nonostante i testi non affrontassero temi sociali. Era la sonorità dei brani a essere attuale e coerente negli arrangiamenti. Se infatti abbiamo lodato la sua voce, altrettanto dobbiamo fare per la musicalità di quanto ha proposto negli anni. Ne riconosciamo arpeggi, pieni d’orchestra, fraseggi di violini e tanto altro. Il canto di Mina poggiava su basi solide, in ogni disco.
Ci manca, quella Mina. Nel ricordo emerge la sua presenza televisiva, elegante in abito scuro. Anche come presentatrice si è comportata bene, introducendo Don Lurio e le gemelle Kessler. “La notte è piccola per noi”, cantavano quest’ultime, quella che per gli italiana non è mai passata, almeno nella memoria.

Tutti i paesi hanno una cantante che, con la sua voce, definisce la nazione nella sua interezza, superando i confini sociali e quelli dell’età. Gli Stati Uniti hanno Barbra Streisand, il Canada ha Céline Dion, l’Italia ha Mina. Lei fa parte del panorama culturale italiano dagli anni '60. All'inizio della sua carriera, Mina è apparsa in televisione e, grazie alla sua presenza, è riuscita a entrare nelle case degli italiani, come regina indiscussa del regno musicale italiano.

Mina non è mai apparsa in concerto, perché non veste i panni di una rock star. Da artista di altissimo livello, ha scelto la televisione e le registrazioni in studio come mezzo attraverso il quale esprimere il suo talento.

Mina si è esibita in TV con Battisti e ha registrato con Cocciante e Adriano Celentano e molti altri. Oltre alle comprovate capacità artistiche, ciò che l’ha trasformata in un mito è stata la sua decisione di lasciare il pubblico all’apice della carriera. Nonostante si sia allontanata dagli occhi del pubblico, non ha privato i fan della sua voce.
La longevità di Mina può essere attribuita anche alla sua capacità di comprendere il cambiamento di suono che arriva con ogni generazione. Anche quando appariva in televisione, si assicurava sempre che il suo spettacolo non oscurasse la sua voce. Vestita in maniera elegante e sobria, risultava sempre indimenticabile.

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LA MALATTIA DEL ROMANTICISMO.

24 marzo 1882. Il biologo tedesco Robert Koch annuncia la scoperta del Mycobacterium tuberculosis, batterio responsabile della tubercolosi.

La tubercolosi – o tisi, consunzione, mal sottile, mal di petto, scrofolosi, peste bianca, il “chiuso morbo” di Giacomo Leopardi – ha occupato la musica e la letteratura dell’800 e quindi si è vestita con un alone di romanticismo. Un esempio famoso rivive nella “Boheme” di Giacomo Puccini, dove Mimì è malata di tisi; ma anche nella “Traviata” di Giuseppe Verdi il morbo diventa protagonista. Violetta Valery accusa i primi sintomi già nel primo atto, dopo il famoso brindisi di “Libiam nei lieti calici”. Alfredo Germont, il suo amato, se ne accorge; ma poi si tornerà all’amore, perché lui, da dietro le quinte, canterà “Un dì felice, eterea, mi balenaste innanze”; la donna risponderà con la famosa aria “Amami Alfredo”.
Con l’opera di Verdi, peraltro tratta dal romanzo "La signora delle Camelie" di Alexandre Dumas figlio, per passione ci siamo lasciati un po’ andare; ma lì la tubercolosi quasi si mimetizza, trasformandosi: da malattia del corpo diviene una sindrome dell’anima, che si logora spesso nell’amore non ricambiato e che devasta e consuma i polmoni dell’ammalato di Tisi.

Molte celebrità si ammalarono di tubercolosi. Rimanendo in ambito musicale, anche Fryderyk Chopin ne venne contagiato, con un decorso particolarmente debilitante. Non rinunciò mai ai concerti, ma il suo tocco divenne sempre più debole, fino a non sentirsi. Ogni volta che si alzava dal pianoforte era pallido e stanco. «Chopin tossisce con grazia infinita», scriveva la sua amata. Chopin moriva a 39 anni.
Gli intellettuali ebbero spesso un atteggiamento quasi benevolo nei confronti della tubercolosi. Si vociferava che addirittura favorisse la creatività. Lord Byron, poeta inglese e frequentatore della costa ligure (a Portovenere, dove c’è la grotta che porta il suo nome) ebbe modo di scrivere: «Mi piacerebbe morire di consunzione perché tutte le donne direbbero “Guarda il povero Byron, come appare interessante mentre muore”».

Circa le fotografie, ecco dove si sono indirizzate le nostre scelte: la prima mostra l’attore Emil Jannings che interpreta il dott. Koch nel film “Robert Koch, der Bekämpfer des Todes” del 1939; la seconda è un ritratto dello stesso a firma di Edward Steichen.

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FRANCO BATTIATO, LA FILOSOFIA IN MUSICA

Il 23 marzo 1945, a Ionia, nasce Franco Battiato. Lui è considerato una delle personalità più originali della musica italiana dagli anni '70 a oggi. Le sue canzoni sono mosaici sognanti e controversi d’immagini e sensazioni, ricchi di temi esoterici, filosofici e religiosi dell'Asia orientale.
Il vero nome di Battiato era Francesco; è stato Giorgio Gaber a suggerirgli di cambiarlo in Franco. Questa forse è stata la sua prima sperimentazione, quella che lo accompagnerà durante tutta la carriera, portandolo persino alla lirica. Le sue collaborazioni (dal 1994 in poi) con il filosofo Manlio Sgalambro hanno aggiunto spessore ai suoi testi apparentemente senza senso, che invece traevano riferimenti da tanti pensatori anarchici.

Sul piano fotografico, ci facciamo aiutare ancora da Guido Harari; e proprio a lui vogliamo dedicare questo incipit, leggendo le sue parole dal libro “Incontri, 50 anni di fotografie e racconti”: «Cinquant’anni da fotografo. Arriva il tempo di contare i propri arcobaleni e salutare i propri temporali. Tutti i miei “me” sono qui, in questo libro. La mia testa ha viaggiato molto di più del corpo. Ho sempre voluto credere di essere un bluetooth umano, capace di sintonizzarsi con la musica che la gente ha dentro […]. Faccio il fotografo, non il chirurgo. Racconto storie, non faccio autopsie. […] Potrei anche definirmi un clown che colleziona attimi. Ho afferrato la coda della cometa di un’epoca gloriosa, della quale volevo catturare lo spirito, lo slancio, l’utopia. Citando Bob Dylan, ho cercato di entrare in Paradiso prima che chiudessero le porte. Non essendo la fotografia un procedimento ottico, ma immaginativo, mi sono lasciato trasportare tra immaginazione, esperienze e ricordi. […] Ho fatto ciò che ho potuto, ho fotografato ciò che ho visto».

Si può tracciare un parallelo tra Battiato e Harari? Non lo sappiamo, perché trarre delle conclusioni in tal senso forse risulta impossibile. Il primo ha sperimentato, sempre; l’altro probabilmente non è stato da meno. Guido ha cercato di continuo, nutrendosi di passione. Lasciamogli la cometa, ma consideriamo il moto perpetuo del suo creare. E’ un movimento continuo: saltiamoci sopra, c’è la luce di quell’astro che fugge senza spegnersi.

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