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UN FONDATORE DELLA MAGNUM

Prima di parlare del fotografo e della famosa agenzia, vogliamo fare gli auguri a tutti i papà. Il 19 marzo, infatti, è dedicato ai padri e al loro ruolo nella famiglia e nella società. Coincide con la festa di San Giuseppe, patrono per eccellenza dei padri e dei lavoratori.
Felice giornata a tutti i padri, quindi, da trascorrere semmai con figlie e figli.

Il 19 marzo 1908 nasce George Rodger. Nel 1947 si unì a Robert Capa, Henri Cartier-Bresson e David (Chim) Seymour per fondare la rinomata agenzia fotografica Magnum Photos.

Due anni dopo la fine dell’apocalisse chiamata Seconda Guerra Mondiale, i quattro erano motivati sia da un senso di sollievo che dal mondo sopravvissuto, mossi dalla curiosità di vedere cosa c'era ancora. Hanno creato la famosa agenzia per riflettere la loro natura indipendente: sia come persone che come fotografi; il mix peculiare di reporter e artista che continua a definire Magnum, enfatizzando non solo ciò che si vede ma anche il modo in cui lo si osserva.
L'inglese George Rodger ha ricordato come il suo collega Robert Capa immaginava il ruolo dei fotografi dopo la seconda guerra mondiale, che era stata a sua volta preceduta dall'invenzione di fotocamere più piccole e portatili e maggiormente sensibili alla luce. Ecco cosa diceva George: «Ha riconosciuto la qualità unica delle macchine fotografiche in miniatura, così veloci e silenziose da usare, e anche le doti uniche che noi stessi avevamo acquisito durante diversi anni di contatto con tutti gli eccessi emotivi che vanno di pari passo con la guerra. Ha visto un futuro per noi in questa combinazione di mini fotocamere e maxi sentimenti».

Questi quattro fotografi formarono Magnum per consentire ai bravi autori di lavorare al di fuori delle formule del giornalismo da rivista. L'agenzia, inizialmente con sede a Parigi e New York e più recentemente con uffici a Londra e Tokyo, si è allontanata dalla pratica convenzionale in due modi abbastanza radicali. È stata fondata come una cooperativa in cui lo staff avrebbe supportato piuttosto che diretto i fotografi. Il copyright sarebbe stato detenuto dagli autori delle immagini, non dalle riviste che hanno pubblicato l'opera. Ciò significava che un fotografo poteva decidere di documentare un evento da qualche parte, pubblicare le foto sulla rivista “Life”, con l’agenzia che avrebbe potuto vendere le fotografie a riviste di altri paesi, come Paris Match e Picture Post, dando ai fotografi i mezzi per lavorare su progetti anche senza un incarico.
(Fonte: sito ufficiale Magnum)

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LUC BESSON, AMERICANO IN EUROPA

E’ difficile parlare di Luc Besson, anche perché non si sa da dove iniziare.
Ha avuto modo di dire: «Sai che a volte sei in una posizione di rischio e senti che puoi diventare buono o cattivo». E ancora: «Amo le persone che sanno quello che vogliono e sanno come costruire la propria azienda e il suo valore. Chiunque sappia cosa farà appartiene al gruppo di persone con cui voglio essere il loro partner». Entrambe le frasi sono tratte dal sito ufficiale del regista. La seconda rappresenta un ideale: sapere ciò che si vuole; mentre la prima ne nasconde il pericolo, la doppia via di una scelta intrapresa con audacia.
Ecco, sì; parlare di Besson significa leggere un’esistenza all’insegna del coraggio: tra tanti amori, film d’avanguardia, produzioni di stile americano. E’ come se avesse tentato di creare una Hollywood europea e, in un certo senso, quasi c’è riuscito. Ha poi lanciato tanti attori francesi, il che rafforza l’audacia che lo contraddistingue.

Di Luc Besson ricordiamo il film “Leon”: un capolavoro, poliziesco vero. La trama vive sulle vicende di una ragazzina (Mathilde, Natalie Portman, che ai tempi aveva quattordici anni) e un sicario di professione, Leon appunto, interpretato da Jean Reno. I due personaggi, durante lo svolgimento filmico, s’invertono nelle loro personalità, perché, nonostante la violenza, il vero bambino è proprio lui, l’omicida di professione; Mathilde appare quasi matura, decisa nel voler intraprendere la carriera di Killer.
Leon è ben caratterizzato, con delle scene che si ripetono: cura la propria forma fisica, beve latte e coltiva con passione una piantina di gerani. Non lascia nulla al caso, sin dalla preparazione. Mathilde, che vuole imparare, segue il suo tutor con attenzione.
Le vicende si complicano, ma l'abilissimo e spietato Léon riuscirà a mettere in salvo Mathilda, che, dopo la sua morte, cercherà lavoro presso gli stessi mandanti del killer che l’ha istruita. Ricevendo un rifiuto, la ragazza tornerà in collegio, quello che aveva smesso di frequentare. Racconterà la storia alla direttrice, per poi piantare in giardino la piantina di Léon.
Già, la piantina; nel film diventa quasi un interprete, perché rappresenta l’indole di colui che se ne prende cura: è priva di radici.

Chi scrive ha visto il film in un cinema di provincia, uno di quelli che (purtroppo) non esistono più. Uscii dalla sala quasi spaventato, di certo meravigliato; anche perché le vicende, pur nella loro drammaticità, diventavano quasi naturali, ineluttabili. Del resto, lo stesso desiderio di vendetta espresso da una ragazzina deve far riflettere sugli avvenimenti del mondo.

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NAT KING COLE, UNFORGETTABLE

“Unforgettable” avrebbe cantato, a ragione, Natalie Cole riferendosi a suo padre Nat; e quando la memoria insiste nel tempo vuol dire che siamo di fronte a un’unicità. Del resto, Nat “King” Cole si è distinto in più ambiti e per questo è diventato “indimenticabile”. Talentuoso sin dalla tenera età, ha deliziato l’ascolto col pianoforte e la voce, primeggiando poi sul grande schermo e persino in TV, cosa rara ai tempi per un uomo di colore.

Chi scrive, in auto ascolta spesso il brano L-O-V-E, uno dei grandi successi di Nat, pubblicato nel 1965 nell’album omonimo. Il cantante mette in mostra lì tutte le sue qualità, quelle che traggono origine dal jazz e dallo swing. Ogni lettera del titolo preclude a una strofa, che comunque parla d’amore. Al secondo L-O-V-E entrano i violini, a supporto del canto; poi subentrerà una tromba a ripetere l’armonia. Il brano terminerà con l’orchestra in pieno, come voleva la tradizione del tempo. La voce si distingue in tutto il pezzo, unica per timbrica e definizione, al di là dei virtuosismi qui quasi assenti. Le parole sono comprensibili e ben pronunciate, il che agevola l’ascolto; ed è bello cantarci sopra, magari quando Nat tace sostituito dalla tromba.

E’ bello pensare che Nat “King” Cole sia nato in Alabama, la “Sweet Home” (non per tutti) dei Lynyrd Skynyrd, lo stato che Neil Young aveva criticato per via del razzismo perdurante. Questo per dire che “l’indimenticabile” ha vinto, battendo le barriere del bigottismo e dei pregiudizi. Non deve essere stato facile, però. Lui doveva sempre fare i conti con la sua etnia. Poteva accadere che un impresario fosse costretto a ignorarlo o a licenziarlo. A Cole accadde spesso, anche quando divenne famoso. Ma Nat divenne un’attivista, rifiutando anche di esibirsi in locali dove veniva applicata la segregazione razziale.

Il suo repertorio musicale era molto ampio. Charlie Chaplin gli permise di cantare “Smile”, la colonna sonora del film “Tempi moderni”. I suoi titoli comprendono: Unforgettable, Tenderly, Mona Lisa, Love Is a Many Splendored Thing, Around the World, Fascination. Oggi ci consoliamo ascoltandolo assieme alla figlia Natalie nella creazione elettronica “Unforgettable”. Non è molto, purtroppo.

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NASCE JERRY LEWIS

Cerchiamo una notizia nuova tutti i giorni, per scoprire una fotografia significante che possa salvare il tempo. Oggi incontreremo Jerry Lewis e due fotografi, ma non possiamo dimenticare cosa accadde il 16 marzo 1978.

Erano le ore 9 (o poco più); a Roma il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro veniva rapito da un commando delle Brigate Rosse. Durante l’azione terrorista, avvenuta in via Mario Fani (quartiere Trionfale), furono uccisi i cinque uomini della scorta. Iniziava così la lunga fase del rapimento Moro, che si concluse con la sua uccisione dopo 55 giorni.
Restano i ricordi giovanili, indelebili; quelli di un’aula magna gremita di studenti. Il professore in camice bianco dopo poche parole aggiunse: «Oggi non possiamo tenere la lezione, per rispetto; parliamo insieme di quanto è accaduto, riflettiamoci sopra». Con un po’ di timidezza iniziarono gli interventi, tenuti da fazioni contrapposte, ma con l’orgoglio dell’ideale giovanile. Di certo la democrazia era a un bivio, come altre volte in questo paese.

Quel giorno l’Italia rimase attonita. C’era tanta incredulità, di fronte a indagini senza risultato e osservando i manifesti inquietanti delle Brigate Rosse. Aldo Moro era in ogni casa (le nostre), ma veniva tenuto nascosto in qualche appartamento introvabile di Roma. Di quell’uomo fu ferita anche la dignità, con quelle fotografie (proprio loro!) a manifesto dell’accaduto, e di quanto stava avvenendo.
Oggi, di quell’avvenimento, rimane poco. Di sicuro, i vari TG ne faranno menzione: puntualmente. Certo è che quell’Italia tutta rispose con l’ideale, perché allora funzionava così.
Non vogliamo indurre una discussione, ma certi episodi vanno ricordati.

Torniamo a Jerry Lewis, per dire che lui è stato un comico a tutto tondo, originale peraltro. Nonostante sia cresciuto nell’era del sonoro, possiamo dire che le sue smorfie avrebbero fatto un’ottima figura anche nelle pellicole del muto. Faceva ridere anche fisicamente, Jerry; e questo gli faceva trovare spazio in ogni film, senza forzature, con naturalezza. Deve essere ricordato per aver lavorato a lungo di fianco a Dean Marti. Della coppia riportiamo uan fotografia di Philippe Halsman.

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