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GARRY WINOGRAND, IL RE DELLA STREET

Garry Winogrand nasce il 14 gennaio 1928, a New York; e cresce nel Bronx. Molti l’hanno definito il Re della fotografia di strada, ma lui rifiutava questa definizione. Scattava nei luoghi pubblici, raccontando la società americana. Nelle sue immagini non ci sono regole, tantomeno quelle della composizione; alle volte manca addirittura l’orizzonte diritto. Lavorava con un 28 mm, il che lo costringeva ad avvicinarsi ai soggetti. Nelle immagini che vediamo, però, non c’è nessuna traccia d’imbarazzo o fastidio, perché lui era sorridente: sempre. Tra le sue qualità, quindi, va anche ascritta quella della relazione, come accade per i grandi fotografi.

Dicono scattasse dieci rullini al giorno, il che può sorprendere, soprattutto in era digitale, quando la quantità risulta quasi una conseguenza tecnologica. Per Winogrand fotografare era una necessità compulsiva; che però non si traduceva nell’immediatezza. Lasciava trascorrere molto tempo prima di sviluppare i suoi negativi, perché non voleva che l’emotività del momento potesse inquinare scelte e valutazioni. Questo deve farci riflettere, soprattutto oggi. Dobbiamo recuperare le lentezze di un tempo, senza necessariamente tornare alla pellicola: riflettere prima e dopo risulta indispensabile proprio per offrire valore a quanto prodotto. La velocità eccessiva potrebbe rivelarsi come una scorciatoia dannosa, responsabile dello scarto d’immagini significanti.

Nonostante Winogrand sia stato prolifico, non è facile imbattersi nei suoi lavori. Anche i libri da lui pubblicati sono rari, per cui ricorrere alla rete è indispensabile. Si trovano anche molti filmati che lo ritraggono al lavoro ed è bello notare come maneggiasse la fotocamera, in un continuo gioco guardo fuori e inquadro. Già, perché nonostante la mancanza di regole nella costruzione dell’immagine, i contesti erano sempre ricercati con cura, per raccontare meglio. Del resto, sebbene lui non volesse essere considerato il Re della Street, di certo la strada rappresentava il suo regno.

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ZOLA SCRIVE “J'ACCUSE”

13 Gennaio 1898. Sul giornale “L'Aurore” viene pubblicata una lettera aperta dello scrittore Émile Zola, indirizzata al presidente della repubblica francese Félix Faure, dal titolo “J'accuse”. Si tratta di una difesa del capitano dell’esercito Alfred Dreyfus, ingiustamente accusato e condannato per alto tradimento.

Il caso Alfred Dreyfus
Nel settembre del 1894, il controspionaggio sottrae all'ambasciata tedesca di Parigi una lettera indirizzata a un ufficiale tedesco. Nel documento venivano rivelate importanti informazioni militari. Alfred Dreyfus, viene indicato come sospetto e condannato al carcere a vita. La pena verrà tramutata a solo dieci anni di prigionia. Tempo dopo, il militare otterrà la grazia, potendo anche continuare la carriera nell’esercito.
A causa dell'intervento su Dreyfus, Zola subisce una condanna a un anno di carcere. Fuggì in Inghilterra per evitare la prigionia e rientrò solo in seguito a un'amnistia del dicembre 1900.

Non è la prima volta che parliamo di Zola, ma approfittiamo della notizia per farlo ancora. E’ il rapporto tra letteratura e fotografia ad affascinarci particolarmente quello sorto nella seconda metà dell’800.

Zola s’interessò di fotografia È probabile che sia stato lo stesso Felix Nadar a consigliarlo. Lo scrittore iniziò a scattare in età avanzata, quando aveva già 54 anni. Era il 1894. Da lì in avanti, cioè fino al decesso, avvenuto 8 anni dopo, avrebbe prodotto oltre 6 000 immagini, lastre e negativi.
Coetaneo di Verga, Zola (nato il 2 aprile 1840), per preparare i suoi romanzi, si documentava a fondo. Armato di macchina fotografica, raccoglieva immagini sui luoghi che avrebbero costituito lo scenario delle sue storie. 
Il risultato è rappresentato dalle moltissime fotografie della Parigi dell’Ottocento, che ci hanno restituito un quadro interessante della società francese di fine ‘800.

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CANZONE IN VETTA

12 gennaio 1997, Lucio Dalla è in cima alle classifiche con il brano “Canzone”. Lui ci ha sempre abituato bene con i motivi d’ingresso: tutti ritornelli cantabili, anche senza parole. Nel caso del brano in questione, il motivetto si ripete a lungo, rafforzandosi. Del resto, il testo recita così: «Canzone cercala se puoi, Dille che non mi perda mai, Va' per le strade e tra la gente, Diglielo veramente». E in effetti tutto si svolge “on the road”, tra le persone appunto; le stesse che, nel video, girato a Napoli, mostrano un piccolo monitor dove c’è appunto Lucio che canta.

Sono strani a brani del musicista bolognese, col tempo acquistano forza, quasi che riescano a mostrare il coraggio creativo di chi le ha composte. Tra l’altro “Canzone” è stata scritta insieme a Samuele Bersani e pubblicata il 5 agosto 1996. Faceva parte dell’album “Canzoni”, dove si possono ascoltare Ayrton e Disperato Erotico Stomp.

Parlando di Lucio Dalla, volevamo una fotografia che lo caratterizzasse, iconicamente. Ci è venuta in mente quella dove il cantante è ritratto in un primo piano stretto, con un paio di occhiali tondi e in testa lo zuccotto. L’inquadratura taglia il volto appena sotto gli occhi, che guardano in alto. L’autore dell’immagine è Renzo Chiesa, che incontriamo oggi per la prima volta. Lui ci ha raccontato telefonicamente lo scatto, concordato direttamente con Dalla durante una sessione di registrazioni presso gli Stone Castle Studios di Carimate. I due si accordarono per scattare il giorno seguente, durante una pausa di lavoro.

Ecco cosa racconta Chiesa: «Incontro Lucio, simpaticissimo. Lui era appena tornato dalla Germania e mi affida alcuni rullini, chiedendomi di farli sviluppare, per poi recapitarli all’indirizzo di Bologna. Subito dopo, scattiamo le fotografie. scelgo un paio di posizioni con la luce giusta, lo sistemo su una panchina, poi Lucio guarda qui, guarda là, gioco con le sue espressioni, metti gli occhiali, toglili, mettili sopra, e ne escono alla fine due rullini. Fine del servizio. Ci salutiamo». (Renzo Chiesa).

Ringraziamo Renzo Chiesa per la disponibilità e l’immagine che ci ha voluto dedicare.

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CONOSCIAMO BRUNO STEFANI

In fotografia occorre scavare, a lungo; anche perché si scopre sempre qualcosa di nuovo e, soprattutto, qualcuno. E’ il caso di Bruno Stefani, del quale abbiamo parlato a lungo con Roberto Mutti, spesso per noi una fonte d’ispirazione. Dell’autore è subito emersa la modernità, quella derivante da un uso ostinato e convinto del piccolo formato (Leica, per intenderci), in un periodo storico (siamo negli anni ’30) nel quale dominavano negativi più grandi in ambito paesaggistico e turistico. A una riflessione odierna, quello di Stefani non fu un tradimento e nemmeno una presa di posizione opportunistica o di comodo. Fece solo guardare diversamente, in maniera (forse) maggiormente diretta, lasciando al guardante rinnovate possibilità d’interpretazione.

Bruno Stefani, già collaboratore di Rizzoli e del Touring Club Italiano, avrà modo di distinguersi anche nella fotografia industriale. Come leggeremo, nel 1937 il fotografo aprì la propria sede in via Diacono 1 a Milano; ma nel 1933 inizierà una fervida collaborazione con lo studio grafico fondato, a Milano, da Antonio Boggeri. Per quest’ultimo documenterà il contesto produttivo delle acciaierie Dalmine.
Dal lavoro emerge un vivo interesse per le avanguardie, specie per autori quali László Moholy-Nagy: diagonali, tagli netti, punti di vista estremi; la sua però non è solo una visione inedita, perché allarga il proprio sguardo sull’umanità che vive e lavora in quelle strutture, in quelle forme. Stefani è riuscito a restituire una dimensione nobile al lavoro, dove l’acciaio colato, lavorato e plasmato dall’uomo con macchine, faceva emergere una modernità palese e ricercata. A questa dimensione se ne affianca un’altra, quella presente nelle foto in cui ritrasse i momenti di pausa, di svago, nei quali restituì una certa intimità e quotidiana umanità alle persone ritratte, come foto di un «album di famiglia» (Fonte Treccani).

Ci piace che, pur in un ambito industriale, riesca a emergere il fattore umano. E’ bello poter pensare a “un’architettura umana”, anche nel rispetto di quanti al lavoro hanno dedicato vita, sudore e aspirazioni. C’è molta retorica nelle parole che abbiamo scritto? Forse, ma l’amore che riserviamo per le aree proto-industriali ci ha indotto a farlo.

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