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NON SI FUMA PIU’

10 gennaio 2005. Entra in vigore la legge che proibisce di fumare nei luoghi pubblici al chiuso. Col tempo, le cose erano cambiate, non si fumava più da nessuna parte: al cinema, su autobus e tram, in treno, in aereo. Prima i “non fumatori” erano relegati in aree apposite, piuttosto limitate peraltro; in seguito, la situazione si sarebbe invertita, radicalmente. Il cambiamento ha iniziato a rendersi palese per strada: nessuno ha iniziato ad avere da accendere e in pochi portavano la sigaretta alla bocca.

La questione era anche comportamentale. I più anziani ricorderanno come la sigaretta, in gioventù, rappresentasse quasi un traguardo al raggiungimento dell’età adulta. Il fumo restituiva un fascino presunto, avvalorato anche dalle immagini cinematografiche dei film famosi. Audrey Hepburn, in "Colazione da Tiffany" (1961), portava spesso la sigaretta alla bocca; lo stesso dicasi per Rita Hayworth in "Gilda" (1946). Ecco poi gli attori iconici: James Dean in "Gioventù bruciata" (1955), Marcello Mastroianni ne "La dolce vita" (1960), Clint Eastwood in "Il buono, il brutto e il cattivo" (1966), John Travolta in "Grease" (1978).
Anche la musica veniva in soccorso alla sigaretta; Mango cantava così: «Per averti pagherei, Un milione anche più, Anche l'ultima Malboro darei, Perché tu sei, Oro, oro, oro»; e Claudio Baglioni gli faceva l’eco nel 1982 con “Avrai” «E cento ponti da passare e far suonare la ringhiera, La prima sigaretta che ti fuma in bocca un po' di tosse, Natale di agrifoglio e candeline rosse».

Insomma, l’atto del fumare era sdoganato dalla cultura corrente, tollerato anche da chi non ne aveva il vizio. Oggi, diciamolo, sarebbe meglio smettere; e dovrebbero farlo soprattutto i più incalliti, come chi scrive (ahimè), seguendo i consigli di Vasco Rossi: «Cambiare marca di sigarette, O cercare perfino di smettere, Non è poi così difficile».
Tornando agli attori, e andando a memoria, probabilmente il più convincente tra i fumatori era Humphrey Bogart, e da lui ci faremo aiutare. Ci verrà in soccorso Richard Avedon, e lì andremo sul sicuro.

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JOAN BAEZ, LA VOCE, L’IMPEGNO, L’ENERGIA

Joan Baez è nata il 9 gennaio 1941 a Staten Island (New York). Cantante folk americana e attivista politica, ha interessato il pubblico giovane alla musica folk negli anni '60.

«Non si può scegliere il modo di morire. E nemmeno il giorno. Si può soltanto decidere come vivere. Ora». (Joan Baez). La frase della cantante americana sottintende la sua attitudine principale: il coraggio; al quale seguono l’impegno e l’energia profusa per portarlo avanti. “Folk singer” per eccellenza, ha contaminato la sua musica con altri generi. La sua, comunque, non era una scelta di stile e nemmeno d’opportunità. A nostro avviso, lei cantava dov’era necessario, mettendo al primo posto l’uomo, i suoi diritti, la giustizia, la protesta. Pur traendo ispirazione da Woody Guthrie, il suo menestrello di riferimento, non abitava l’altra America con le sue canzoni, ma fronteggiava le centrali del potere.
Non siamo mai stati dei grandi estimatori di Joan Baez, ma ascoltarla su “Schegge” di RAI 3 ci ha riempiti d’emozione: qualcosa non c’è più, e manca alle idee; il che aggrava le cose.

Figlia di un fisico di origine messicana, si trasferì spesso per via delle attività paterne d’insegnamento e ricerca: a New York, in California e altrove. Acquisì pertanto una scarsa formazione musicale formale. Il suo primo strumento fu l'ukulele, ma presto imparò ad accompagnare la voce con la chitarra.
Il suo primo album da solista, Joan Baez, fu pubblicato nel 1960. La sua attrattività giovanile la misero in prima linea nel revival della musica folk degli anni '60, rendendo popolari le canzoni tradizionali attraverso le sue esibizioni nei caffè, durante i concerti, i festival, in televisione e attraverso i suoi album discografici, che furono best seller dal 1960 al 1964. È stata determinante agli inizi della carriera di Bob Dylan, con il quale è stata sentimentalmente coinvolta per diversi anni. Due delle canzoni con cui è stata maggiormente identificata sono la sua cover di "The Night They Drove Old Dixie Down" dei “The Band” (1971) e "Diamonds and Rust", che ha registrato nell’album con lo stesso nome, pubblicato nel 1975.

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FOTOGRAFIA DA LEGGERE …

Consueto appuntamento del lunedì con “Fotografia da Leggere”. Oggi incontriamo “Cento anni di fotografia 1839-1939”, di Lucia Moholy (Editore: Alinari 24 Ore, 1 gennaio 2008).

Abbiamo riscoperto il libro nelle “seconde file”, mettendo ordine nella biblioteca; ed è stato un piacere ritrovarselo tra le mani, anche perché lo abbiamo ricevuto in regalo da una persona cara, durante un evento. I libri spesso permettono le meraviglie dei ricordi, un po’ come le fotografie; ma quello di oggi ci offre ulteriori opportunità: rileggere la fotografia a cento anni dalla sua nascita, osservata dagli occhi di una donna coraggiosa e di talento. L’occasione è propizia, visto che proprio oggi, nel 1840, nasceva Marie Chambefort, una delle prime donne dedite al dagherrotipo, un’altra che con determinazione ha ricercato l’emancipazione in un lavoro difficile e troppo maschile: una collega di Lucia, quindi. Ci sarebbe piaciuto scrivere di lei, ma le notizie trovate erano veramente poche: sui libri e in rete.

Tornando alla pubblicazione di oggi, diciamo subito che è arricchita da una presentazione di Italo Zannier (Una storia delle fotografie “che sono dentro le nostre vite”) e da un’introduzione di Angelo Maggi, curatore dell’edizione italiana (Lucia Maholy: una donna del XX° secolo tra fotografia e conoscenza storica).

Il libro è ordinato, già nell’indice; al femminile, potremmo dire. Si parte dalle origini della fotografia (il primo capitolo), per arrivare alla sua diffusione (la conclusione). In mezzo tanti titoli espliciti, conosciuti, ma che fanno scaturire la curiosità per via del ritmo che i testi riescono a restituire una pagina dopo l’altra. Alla fine, non potevano mancare le fonti e soprattutto l’indice dei nomi, a noi molto caro per via che agevola la consultazione.

Nella postfazione si legge: «Lo scopo di questo libro è stato delineare la connessione tra fotografia e vita […]. Non si può più immaginare una vita senza fotografie: scorrono davanti ai nostri occhi e ne risvegliano l’interesse; attraversano l’atmosfera, invisibili e silenziose, per migliaia di miglia. Le fotografie sono dentro le nostre vite, come le nostre vite sono nelle fotografie».

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7 GENNAIO, TUTTO IN UN ANNO

Sulle prime oggi volevamo parlare di Nicolas Cage, nato appunto il 7 gennaio 1964 (recupereremo, promesso); la passione però ci ha riportato indietro alla nascita dello scatto fotografico.

Come dicevamo ieri, il 7 gennaio 1839 un politico (Arago) annunciava l’invenzione di L. Daguerre, che verrà poi presentata in Agosto. Quell’annuncio scatenò molta confusione, soprattutto tra i tanti padri della fotografia. Henry Fox Talbot scrisse in Francia per informare delle sue scoperte. Lui, che aveva sognato la fotografia durante i soggiorni sul Lago di Como, si vedeva defraudato delle proprie ricerche. Ebbene, per tornare alla storia, il 25 Gennaio 1839 Michael Faraday (quello della gabbia) mostrava ai membri della Royal Institution, di Londra, i disegni fotogenici di William Henry Fox Talbot. Non contò nulla, il 19 agosto venne presentata la fotografia, pochi giorni dopo la messa in commercio dei primi apparecchi fotografici da parte di François Simon Alphonse Giroux, cognato di Daguerre; è il 10 agosto 1839 e le fotocamere primordiali in vendita erano firmate da Daguerre stesso. Sembra quasi il lancio di un prodotto moderno! La stessa presentazione in anticipo assomiglia molto a quanto accade oggi per gli iPhone prima della commercializzazione.

Da mesi, non si fa che parlare dell’intelligenza artificiale. Non vogliamo approfondire l’argomento, anche perché stiamo studiando. Certo è che il nuovo poggia su quanto esiste già, ne fa uso; mentre a metà ‘800 la fotografia rappresentava una novità assoluta: meravigliosa e stupefacente. Scattare il vero per rappresentarlo diventò una nova metodica offerta all’uomo per raccontarsi e narrare. Nulla sarebbe stato più come prima: una rivoluzione epocale.

In questo giorno che vale un anno (almeno fino ad agosto) ci sembra giusto approfondire su alcuni protagonisti, quelli che non abbiamo incontrato ieri. A loro si deve molto. Stiamo parlando di altri quattro padri della fotografia, oltre al già menzionato Daguerre: John Herschel, William Henry Fox Talbot, Hippolyte Bayard, Joseph Nicéphore Niépce (lui nel 1839 non c’era più. Ha preso la sua eredità il figlio Isidoro).

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