STEFANO BRICARELLI, FOTOREPORTER
Più volte abbiamo sentito dire come la fotografia debba racchiudere sempre una sorta di progetto; ebbene, questo vale per tutti i generi, anche quelli distanti dal fotogiornalismo.
Weston diceva (sono sue parole): «Il compito del fotografo non sta solo nell'apprendere come si deve maneggiare l'apparecchio fotografico o sviluppare e stampare, ma nell'imparare a vedere fotograficamente, addestrarsi a guardare il soggetto, tenendo conto delle possibilità dell’attrezzatura e dei relativi procedimenti tecnici, in modo da poter istantaneamente tradurre gli elementi e i valori della scena, nell'immagine che si propone di realizzare». Praticamente i fotografi, secondo Weston, devono possedere la capacità di pre-visualizzare (visualizzare prima) la fotografia nella mente, per scattarla subito dopo.
Sfatiamo una convinzione: il fotografo non è un cacciatore di attimi, ma fa in modo di crearli o di sceglierli. E' tutta questione di verità, responsabilità, chiarezza. Sotto quest'ottica, l’autore (oggi un fotoreporter) non dovrà tramandare ai posteri un episodio “rubato”, ma l'emozione che racchiude. In ballo non c'è una verità di fondo (quella dello scatto), ma la lealtà del contenuto; quest'ultimo dovrà essere non ingannevole: ecco tutto.
Il mestiere di fotoreporter è difficile. Per quanto detto prima, non è sufficiente scattare fotografie di quanto è appena accaduto, catastrofico o meno. Occorre, viceversa, catturare l’intima essenza di ciò che si vede, per poi trasmetterlo ad altri, con uno sguardo più lungo. Stefano Bricarelli era conscio di ciò che abbiamo appena scritto, con tutta l’umiltà possibile beninteso. Era nato per essere fotoreporter e gli veniva spontaneo fermare l’immagine trasmettendoci l’anima del contenuto, che fosse di inquietudine o gioia.