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HILDEGARD OCHSE, UNA STORIA DI DONNA

Hildegard Ochse aveva 43 anni quando scelse la carriera professionale di fotografa, che portò avanti per neanche due decenni; un po’ poco, per la sua passione e anche in relazione alla preparazione che era riuscita a costruirsi. Lei aveva preso parte a workshop dei rinomati fotografi americani, tra cui Lewis Baltz, Ralph Gibson e Larry Fink, studiando da giovane a Rochester. I viaggi le hanno fatto conoscere il matrimonio, poi fallito; e in seguito la maternità, con quattro figli. Solo dopo il divorzio si è trovata libera, ma era anche tardi, perché la malattia l’aspettava in agguato. Peccato, perché lei dalla fotografia voleva solo la verità, ammesso che potesse restituirla.

Le opere fotografiche di Hildegard Ochse riflettono su simboli di condizioni sociali e culturali: sono scattate in bianco e nero, senza distorsioni e nella piena mancanza d’immagine insolite. Hildegard Ochse si occupava della rappresentazione della realtà autentica, della vita quotidiana. Era consapevole che le fotografie non sono solo un riflesso del mondo, ma creano contenuti, estetica e nuovi modi di vedere e interpretare la realtà. Con il suo atteggiamento nei confronti della fotografia, la selezione dei temi e il suo linguaggio Hildegard ha dimostrato di operare nell’ambito dell’autorialità. Il termine non ci aiuta, anche perché tradotto dal tedesco in maniera superficiale. In realtà Klaus Honnef, curatore e storico dell’arte, con quel sostantivo voleva riferirsi a fotografi che riflettevano la propria visione di ciò che li circonda secondo un linguaggio visivo strettamente documentaristico, al fine di creare una realtà autentica nella foto. Tra questi autori c’era anche Hildegard Ochse.

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STEFANO BRICARELLI, FOTOREPORTER

Più volte abbiamo sentito dire come la fotografia debba racchiudere sempre una sorta di progetto; ebbene, questo vale per tutti i generi, anche quelli distanti dal fotogiornalismo.
Weston diceva (sono sue parole): «Il compito del fotografo non sta solo nell'apprendere come si deve maneggiare l'apparecchio fotografico o sviluppare e stampare, ma nell'imparare a vedere fotograficamente, addestrarsi a guardare il soggetto, tenendo conto delle possibilità dell’attrezzatura e dei relativi procedimenti tecnici, in modo da poter istantaneamente tradurre gli elementi e i valori della scena, nell'immagine che si propone di realizzare». Praticamente i fotografi, secondo Weston, devono possedere la capacità di pre-visualizzare (visualizzare prima) la fotografia nella mente, per scattarla subito dopo.

Sfatiamo una convinzione: il fotografo non è un cacciatore di attimi, ma fa in modo di crearli o di sceglierli. E' tutta questione di verità, responsabilità, chiarezza. Sotto quest'ottica, l’autore (oggi un fotoreporter) non dovrà tramandare ai posteri un episodio “rubato”, ma l'emozione che racchiude. In ballo non c'è una verità di fondo (quella dello scatto), ma la lealtà del contenuto; quest'ultimo dovrà essere non ingannevole: ecco tutto.

Il mestiere di fotoreporter è difficile. Per quanto detto prima, non è sufficiente scattare fotografie di quanto è appena accaduto, catastrofico o meno. Occorre, viceversa, catturare l’intima essenza di ciò che si vede, per poi trasmetterlo ad altri, con uno sguardo più lungo. Stefano Bricarelli era conscio di ciò che abbiamo appena scritto, con tutta l’umiltà possibile beninteso. Era nato per essere fotoreporter e gli veniva spontaneo fermare l’immagine trasmettendoci l’anima del contenuto, che fosse di inquietudine o gioia.

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PASQUARELLI, FOTOGRAFO E INVENTORE

Ci sono personaggi che hanno offerto un contributo importante alla fotografia e non solo, ma che finiscono per essere dimenticati, alle volte ingiustamente. Nel giorno in cui nasceva Walt Disney (1901) e iniziava la febbre dell’oro negli USA (1848), veniva alla luce Oreste Pasquarelli fotografo, inventore e appassionato musicista. E’ giusto ricordarlo, anche se con poche parole (anche le fonti sono misere).

Oreste Pasquarelli nacque a Giarole il 5 dicembre 1846. La sua famiglia era al servizio dei marchesi Gozzani di Treville, il che gli ha permesso di essere vicino all’arte sin dalla tenera età. Raggiunti i vent’anni, s’iscrisse alla facoltà d’ingegneria a Torino, anche se non portò a termine gli studi. Incontrò invece il musicista Pedrotti, che gli permise di perfezionare il proprio talento musicale, fino a ricoprire il ruolo di Direttore del coro presso il Teatro Regio di Torino. Nel 1885 sposò a Casale Monferrato Augusta Massazza. Dalla coppia, nel 1886, nacque Maria.

La passione che nutriva per la musica e per l’arte lo introdusse negli ambienti alto borghesi, dove strinse una solida amicizia con lo scultore Leonardo Bistolfi, già compagno di scuola della moglie Augusta.
Anche altri artisti piemontesi frequentavano casa Pasquarelli: lo scultore Lorenzo Vergnano, il pittore Luigi Onetti e Francesco Negri il celebre fotografo col quale scattò la fotografia di Piazza Castello di Casale Monferrato utilizzando una macchina da lui progettata, il “Fotoperigrafo”.

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SI SCIOLGONO I LED ZEPPELIN

4 dicembre 1990: si sciolgono i Led Zeppelin, il famoso gruppo rock. La copertina del loro primo disco riportava la fotografia scattata quando il dirigibile Zeppelin urtò la torre di ancoraggio al suo arrivo a Lakehurst nel New Jersey. Il dirigibile divenne il logo che accompagnerà il complesso per tutta la durata della sua lunga carriera.

Sicuramente abbiamo già parlato dello Zeppelin e della fotografia che lo riguarda, ma questa volta vogliamo soffermarci sul gruppo. La formazione prevedeva Jimmy Page (chitarre), Robert Plant (voce, armonica) John Paul Jones (basso, tastiere) e John Bonham (batteria, percussioni). Il chitarrista della band occupa la terza posizione nella classifica di Rolling Stone USA, stilata nell’autunno che stiamo vivendo. Lo precedono Jimi Hendrix e Chuck Berry. Per noi appassionati delle “sei corde” non è poco.

Il nome della band all’inizio doveva essere “The New Yardbirds”, conservando quanto si portava dietro il chitarrista Jimmy Page. In seguito verrà scelto Lead Zeppelin e infine Led Zeppelin, per evitare ambiguità con la parola “lead”.
Sulla copertina dell’album è riportata la fotografia in bianco e nero che raffigura lo Zeppelin incendiato durante il disastro avvenuto nel 1937. Sarà una delle cover simbolo di tutta la storia del Rock.

Un album d’esordio non era mai riuscito a dimostrare così tanta forza. Lo stile della band risultava già forgiato, nuovo nel panorama musicale di quel momento.

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