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ALEXIS GAUDIN E LA STEREOFOTOGRAFIA

Parlare di Alexis Gaudin (nato il 28 novembre 1816) ci introduce alla fotografia stereoscopica (oggi diremmo in 3D), che peraltro nacque appena dopo la fotografia stessa. La visione tridimensionale delle immagini fu presto adottata come forma d’intrattenimento domestico delle classi abbienti, cioè per coloro che se la potevano permettere. Chi avesse visto il film “La Famiglia”, di Ettore Scola, avrà notato una scena nella quale due ragazzi giocano con un visore per fotografie stereoscopiche. In pratica, si trattava di guardare due immagini dello stesso soggetto, scattate simultaneamente da altrettante fotocamere poste una vicina all’altra.
L’osservazione stereoscopica (i due occhi osservano le due immagini separatamente) permette la percezione della profondità, la terza dimensione appunto.

La stereoscopia si basa sulla visione binoculare, ed è stata inventata (o scoperta?) da Charles Wheatstone, negli anni ’30 dell’ottocento. Dapprima venne applicata a disegni e illustrazioni e poi, dal 1849, adattata dalla fotografia. Il fisico britannico aveva intuito che due immagini dello stesso soggetto, solo in apparenza identiche, ma catturate da due punti di vista distanti tra loro di circa 6 cm (la distanza tra gli occhi umani), se osservate con uno strumento idoneo, chiamato visore stereoscopico (col quale i due occhi osservano le due immagini separatamente), avrebbero restituito all’osservatore un effetto tridimensionale.

Molti archivi conservano delle fotografie stereoscopiche. Purtroppo nel corso degli anni alcune fotografie sono state tagliate in due da persone che non avevano familiarità con la fotografia tridimensionale. Pensavano fossero semplicemente dei duplicati, e solo una metà è sopravvissuta. Peccato.

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FOTOGRAFIA DA LEGGERE …

E’ lunedì, così riprendiamo la nostra rubrica “Fotografia da Leggere”. Il libro proposto oggi è “Sulla fotografia”, di Leonardo Sciascia, curato da Diego Mormorio (Edizioni Mimesis).

Il lavoro è diviso in tre parti: la prima, “Leonardo Sciascia e la fotografia”, di Diego Mormorio; l’ultima, “Leonardo Sciascia sulla fotografia”, a firma dell’autore; che peraltro si sofferma sul ritratto e del rapporto tra scrittori e fotografia. In mezzo, ecco gli scatti di Leonardo Sciascia. Nella sezione centrale riconosceremo le sagome di due ciclisti, sotto gli archi di pietra, a Randazzo; e poi le abitazioni quasi scavate nella roccia, il porto di Palermo, la laguna di Venezia. Non manca il quadro familiare: la moglie e le figlie dello scrittore. Un modo di vedere che trae origine da un’umanità semplice, un mondo che non riesce a farsi ascoltare, in bianco e nero, eppure sano e felice. «Una vita, guardando soprattutto il momento che viviamo, che si fa rimpiangere». Del resto, sempre Sciascia soleva dire: «Il brutto che è passato è quasi bello»

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L’impaginazione ci è piaciuta. In ogni doppia pagina, sulla destra troviamo la fotografia, a sinistra una frase dello scrittore, tratta da uno dei suoi lavori. Nell’immagine che proponiamo, leggiamo: «Solo le cose della fantasia sono belle ed è fantasia anche il ricordo (da il Consiglio d’Egitto, 1963). In un’altra didascalia leggiamo: «Ma del resto che cosa è la fotografia se non verità momentanea, verità di un momento che contraddice altre verità di altri momenti?» (Da Verismo e Fotografia, 1983).

Leonardo Sciascia amava la fotografia. Non a caso alcuni dei suoi amici più cari erano fotografi: Enzo Sellerio, Ferdinando Scianna, ma anche Giuseppe Leone e Melo Minnella. Ecco cosa diceva lo scrittore siciliano. «La fotografia è la forma per eccellenza: colta in un attimo del suo fluido significare, del suo non consistere, la vita improvvisamente e per sempre si ferma, si raggela, assume consistenza, identità, significato. È una forma che dice il passato, conferisce significato al presente, predice l’avvenire».

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RICORDANDO LUCIEN CLERGUE

Siamo in ritardo, lo confessiamo; ma non per disattenzione. Avevamo parlato, al telefono, con Lucien Clergue nel 2014, ma non finimmo l’intervista. Era stanco, troppo; ma in quei pochi minuti riuscì a trasmetterci il suo amore per la fotografia. Eravamo indecisi se scrivere queste poche righe.
Di lui si è parlato e scritto molto, ma poco si è detto della sua generosità. L’esistenza gli ha restituito difficoltà e fortune, ma mai ha dimenticato il percorso intrapreso sin da quando era adolescente ed è stato riconoscente con tutti, soprattutto con chi frequentava la sua arte.

La vita di Lucien Clergue è stata condizionata dalla tragedia, offrendogli però opportunità e possibilità di sperimentazione. In un'epoca in cui la fotografia stava appena iniziando a evolversi artisticamente, Clergue fece in modo che le sue immagini catturassero la stessa bellezza, forma e coinvolgimento che le altre arti avevano fatto per anni.
Lui comunque è stato sempre vicino all’espressione artistica, col rispetto dovuto; la stessa che ha avuto influssi sulla sua vita privata. Non a caso, Lucien Clergue ha sposato nel 1963 Yolande Wartel, curatrice d'arte e fondatrice di The Fondation Vincent van Gogh Arles. Da lei nello stesso anno ha avuto la figlia Anne, che sarà curatrice di arte contemporanea. Nel 1966 la coppia vedrà nascere Olivia, che diverrà una stilista di moda.

Sarà l’arte, quella appresa da Picasso, a far sì che Lucien intraprendesse nuovi linguaggi. Lui seppe reinventare il nudo femminile, lavorando sui chiaroscuri, per ottenere geometrie in grado di contaminare la classicità del tema. Famose restano le immagini delle serie “Nudo zebrato”, fotografie nelle quali il corpo delle modelle appare segmentato, ma rafforzato, dalle linee create sulla pelle dalla luce filtrata attraverso le veneziane.

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GIORNATA INTERNAZIONALE PER L’ELIMINAZIONE DELLA VIOLENZA CONTRO LE DONNE

Il 25 novembre 1960, tre sorelle (Patria Mercedes, María Argentina Minerva e Antonia María Teresa) venivano uccise brutalmente, a bastonate, dal regime del dittatore Trujillo, nella Repubblica Dominicana. Ecco perché questa data è stata scelta dall'ONU come simbolo della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, che si celebra in tutto il mondo.
La ricorrenza è stata istituzionalizzata il 17 dicembre 1999, con una risoluzione che definiva così la violenza sulle donne: «Una delle violazioni dei diritti umani più diffuse, persistenti e devastanti che, ad oggi, non viene denunciata, a causa dell’impunità, del silenzio, della stigmatizzazione e della vergogna che la caratterizzano».
Sempre nel documento dell’ONU si legge: «Il femminicidio è la manifestazione di una disparità storica nei rapporti di forza tra uomo e donna che ha portato al dominio dell’uomo sulle donne e alla discriminazione contro di loro; e ha impedito un vero progresso nella condizione della donna».

In tutto il mondo le scarpe rosse sono diventate un simbolo per denunciare le vittime di femminicidio. Questo lo si deve alla creatività dell’artista messicana Elina Chauvet, che nel 2009 aveva realizzato l’installazione “Scarpette rosse”: scarpe da donna di colore rosso, sistemate in ogni nelle città per dire stop alla violenza di genere. Elina voleva denunciare i femminicidi compiuti in una cittadina nel nord del Messico, dove le violenze si erano moltiplicate negli anni nell’indifferenza dei media. Da allora l’installazione ha fatto il giro del mondo. Anche in Italia è stata esposta a Milano, Genova e Lecce.

Fermare la violenza sulle donne sarà difficile. Occorrerà un lavoro collettivo: sociale, politico, culturale; che da subito dovrà correggere le disparità esistenti tra i generi. C’è poi il tema della responsabilità e riguarda il mondo maschile in toto, obbligato a interrogarsi individualmente su comportamenti e atteggiamenti, con fiducia: le donne ci salveranno e molte l’hanno già fatto con tanti di noi uomini.

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