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LE FOTOGRAFIE DI RENÉ MAGRITTE

Da tempo, nel nostro diario quotidiano, c’imbattiamo nel rapporto tra fotografia e mondo intellettuale. Ieri parlavamo di Leonardo Sciascia e del suo libro “Sulla fotografia”, ma già giorni prima ci occupavamo di Monet e della sua ispirazione tratta dall’immagine scattata.
Tralasciando Man Ray, che fotografo lo era davvero, abbiamo visto come anche Picasso si sia avvicinato alla fotografia (la sua “amante non tradita”, dicevamo). Del resto, sono saltati alla ribalta Verga, Simenon, Capuana, Zola e persino Pascoli. Il merito va ascritto ai ricercatori, che sono andati a ricercare negli archivi, trovandovi appunto fotografie. La nostra passione può essere considerata quindi una pratica trasversale, colta quanto basta quando trova nell’artista il punto d’appoggio, la motivazione fondamentale.

Arriviamo a oggi. A metà anni ‘70, dieci anni dopo la sua morte, venne scoperta l’esistenza di una serie di fotografie e film realizzati dall’artista belga René Magritte. Lui ha utilizzato la fotografia per vari scopi, come spunto per dipinti o lavori commerciali, improvvisando scene con gli amici, e mettendo a memoria eventi familiari. Nel suo archivio si possono trovare molti momenti della sua vita personale: genitori e fratelli, i primi anni del suo matrimonio con Georgette, la loro vita a Bruxelles; ma anche professionale, dove osservare le fotografie di Magritte con alcuni dei suoi quadri.

Ricordiamolo. Le opere dell’artista belga, pittore surrealista, erano caratterizzate da elementi particolari: il torso femminile, l'“ometto” borghese, la bombetta, la mela, il castello, la roccia, la finestra e altri oggetti comuni, spesso ambientati in situazioni insolite e contraddittorie, impossibili; e questo rende Magritte riconoscibile nell’ambito dell’arte contemporanea, anche al di fuori degli addetti ai lavori o degli appassionati d’arte. Le sue fotografie ci stupiscono, ma mostrano una coerenza forte con l’artista e il suo linguaggio.

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RICORDANDO LEONARDO SCIASCIA

Ricordare Leonardo Sciascia (deceduto il 20 novembre 1989) è doveroso, anche dal punto di vista personale. Lo abbiamo conosciuto lentamente, come spesso accade quando la gioventù arriva a distrarti. Solo col tempo siamo riusciti a comprendere il suo anticonformismo, lo spirito critico e la lucidità dei suoi scritti. Oggi, quando entriamo in una libreria e riconosciamo un volume dell’autore siciliano, sentiamo di aver ritrovato un amico, l’intellettuale che ancora ci sta accompagnando per comprendere il suo verbo siciliano dedicato all’Italia e al mondo.

Leonardo Sciascia ha apprezzato molto la fotografia. Prova ne è il suo libro “Sulla fotografia”, dove emerge come l’osservazione della realtà da parte dell’autore siciliano corra parallela alla sua curiosità circa l’arte dello scatto. Nel volume vengono presentate alcune immagini inedite catturate da Sciascia. Come recita la sinossi, in esse è possibile ricostruire una sorta di “geografia degli affetti” dell’autore, dalla “sua” Racalmuto alla famiglia, per arrivare agli stimoli del suo celebre viaggio letterario compiuto con l’amico Ferdinando Scianna in occasione della lavorazione di “Ore di Spagna” (un altro libro da leggere per forza).

Nel ricordare Sciascia, ci piace menzionare il suo legame con il fotografo Ferdinando Scianna. Erano amici, i due, lo sono stati per oltre vent'anni; ma forse c’era di più: quell’amore che Ferdinando ha dedicato a un padre, un mentore, un maestro.
Entrambi erano accumunati dalla passione per l'immagine e la parola, inserendo il desiderio nel loro lavoro: Scianna con i suoi scatti in bianco e nero, Sciascia con la lucidità dei suoi libri.

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IL REGIME DI POL POT

10 Novembre 1971. In Cambogia, i Khmer rossi attaccano l’aeroporto di Phnom Penh. Nella capitale, praticamente assediata, governa il generale filoamericano Lon Nol. Nonostante gli aiuti statunitensi, nel 1975 la città capitola. Il potere passa al “Fratello numero 1” dei Khmer Rossi: Pol Pot. Sarà uno dei regimi più sanguinosi della storia.

Gli eventi cambogiani ci ricordano un film sull’argomento: Le urla del silenzio. Sidney Schanberg, giornalista del "New York Times" viene mandato nel 1972 in Cambogia, per seguirvi la guerra tra i Kmer rossi ed il governo di Lan Nol e là si avvale del dott. Dith Pran (un laureato in chirurgia), come guida ed interprete. Tra i due si stabilisce un profondo rapporto di stima e di amicizia. Divenuti inseparabili, e dopo aver insieme realizzato servizi assai importanti, i due si trovano il 17 aprile 1975 a Pnom Penh, quando i "liberatori" occuparono la città nel momento del generale smarrimento, preludio a tutte le ferocie e violenze che stavano per scatenarsi sugli sventurati (e in quel momento festanti) cambogiani. Pran riuscì a salvare la vita di Schanberg e quella di alcuni giornalisti occidentali i quali, dopo interrogatori ed umiliazioni da parte dei Kmer, poterono trovare asilo nella sede dell'Ambasciata francese. Al momento di partire in elicottero in direzione degli Stati Uniti, e malgrado gli sforzi di tutti per assicurare a Pran un falso passaporto, questi rimase nel suo Paese, perduto nella folla di compatrioti, che già i Kmer avviavano, tra insulti e malvagità indicibili, verso la frontiera vietnamita.

Rientrato dal canto suo a New York, Sidney non cessò un istante le sue ricerche dell'amico Pran in tutte le sedi e presso tutte le Organizzazioni possibili. Nel 1976 egli vinse il premio Pulitzer per le sue corrispondenze di guerra. Sidney, che sempre avvertiva un senso di colpa per aver rimesso a Pran la scelta fra il restare nel proprio Paese o il lasciarlo insieme a lui, fu infine premiato nei suoi sforzi. Il 9 ottobre del 1979, quando, essendo stato Pran finalmente identificato e ritrovato, riuscì a volare in Thailandia e ivi riabbracciare l'amico.

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LA CUBA DI COMPAY SEGUNDO

L’abbiamo respirata, l’Alma de Cuba; e anche assaggiata: i Rum, il mojito, i sigari pregiati. L’isola caraibica rimane però l’ombelico della musica e Chan Chan diventa l’eco dei nostri ricordi: un brano dalla struttura scarna, quasi debole. Quattro accordi si ripetono di continuo, con le strofe che viaggiano tra le improvvisazioni degli strumentisti.
E’ la musica cubana, quella vive nel brano di Compay Segundo; e in essa occorre lasciarsi andare, come in una danza. Del resto, già nelle strofe c’è il ritmo, quello del viaggio; come anche l’amore: il senso della vita.

L’abbiamo suonata, Chan Chan, con una chitarra di un cubano. I quattro accordi erano facili, ma era bello sentirsi partecipi degli assoli degli altri chitarristi, che entravano con un’intesa antica. La spiaggia faceva il resto, ed emergevano l'amore e la nostalgia di quel viaggiatore per la sua amata, mentre era in viaggio attraverso l’Alto Cedro e Marcané e poi tra Cueto e Mayarí. Le strofe poi parlano dei due innamorati, Juanica e Chan Chan, mentre giocano sulla sabbia in riva al mare. Tutto si ripete, quasi di continuo, come dovrebbe essere per i sentimenti quando vivono di nostalgia.

Cuba è anche questo: conferma di continuo; e Compay Segundo lo sapeva bene. Il tempo è quello che batte, scandendo, senza trascorrere: come quel sigaro che non finisce mai, il mojto che chiedi una volta di più, o quell’auto anni ’50 che ti riporta in albergo. La troverai il mattino seguente.

Non dimentichiamolo: il 18 novembre 1787 nasce Louis-Jacques-Mandé Daguerre, un artista, pittore e fotografo francese, tra l’altro creatore del teatro diorama. Lui è diventato famoso per lo sviluppo del dagherrotipo, uno dei primi metodi di successo della fotografia. Ne abbiamo parlato gli scorsi anni.

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