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IL PERÙ DI MARTÍN CHAMBI

«Mi sento un rappresentante della mia razza; la mia gente parla attraverso le mie fotografie».
(Martín Chambi).

Come discendente indigeno, Chambi ha dedicato la sua carriera decennale a fotografare la vita del popolo peruviano delle Ande meridionali all'inizio del XX secolo. Dalle rappresentazioni formali in studio della variegata società del Perù alle cronache delle Ande e dintorni, il lavoro di Chambi rimane una testimonianza del suo impegno nel catturare la storia e la cultura del paese che ha visto i suoi natali.

«Si ritiene che i popoli indigeni non abbiano cultura, che siano barbari», dichiarò Martín Chambi dopo aver esposto le sue fotografie in Cile nel 1936. «E’ per questo che ho intrapreso questo compito».

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L’ALLUVIONE DI FIRENZE

4 novembre 1966: in seguito a un'eccezionale ondata di maltempo, la piena dell'Arno raggiunge Firenze inondando la città, dove l'acqua in alcuni punti raggiunge l'altezza di oltre 4 metri. Chiese, palazzi e musei vennero seriamente danneggiati, mentre si temette pure per la sorte stessa del Ponte Vecchio. Opere di straordinario valore rischiarono di andare distrutte per sempre.
Anche il governo assunse immediatamente misure di emergenza, aumentando il prezzo della benzina di 10 lire (divenne un’abitudine, dopo!) e imponendo un’addizionale sulle imposte dirette del 10%. Drammatico fu il bilancio conclusivo dell’inondazione: una settantina le vittime, dodicimila gli sfollati, centinaia di miliardi la stima dei danni. L’alluvione si abbatté su altre città ai margini dei grandi fiumi. Finirono sott’acqua: Venezia, Trento, Siena; danni ingenti si ebbero anche in Piemonte, in Lombardia, in Liguria, nel Lazio e in Sardegna.

I ricordi di un bambino in viaggio

L’auto procedeva a fatica. La pioggia era torrenziale, mai vista. In autostrada non c’era nessuno. A Firenze veniamo fermati da una pattuglia della polizia: «Da dove venite?», ci chiedono con una certa meraviglia. E aggiungono: «Stiamo chiudendo entrambe le corsie». Era il prologo dell’alluvione: quella del ’66, cinquantasette anni addietro. I ricordi sono quelli di chi scrive, allora bambino. Il giorno dopo, il mondo aveva il colore del fango: tra ponti divelti, frane, case danneggiate.

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LA TRANSAPPENNINICA

Con l’inaugurazione dell’ultimo tratto, quello tra Pracchia-Pistoia, il 3 novembre 1864 veniva inaugurata da Vittorio Emanuele II la ferrovia Porrettana, che da Bologna portava a Pistoia, valicando l’Appennino. Nord e sud d’Italia erano finalmente uniti, prima collegati solo dalle diligenze.
Lo confessiamo: siamo di parte, perché amiamo quei binari. Li abbiamo percorsi tante volte a piedi, sfidando anche le gallerie (tante), ammirando i miracoli dell’ingegnosità proto-industriale.

I lavori della Transappenninica iniziarono prima dell’unità d’Italia. L’Austria vedeva la nuova strada ferrata come uno strumento strategico-militare di collegamento fra la fortezza di Mantova e il porto di Livorno. Trai vari progetti, gli austriaci preferirono quello passante da Pistoia, in quanto più lontana da Firenze, vista a quell’epoca come centro di pericolose rivolte. La costruzione della linea - già indicata come “Strada Ferrata dell’Appennino Centrale”, e prima “Via Leopolda Pistoiese”, venne affidata nel 1856 a una grande impresa francese.

Oggi la Transappenninica è un po’ dimenticata. Vogliono chiuderla, almeno dicono: tra Porretta Terme e Pistoia. Quella ferrovia è ormai un “ramo secco”, termine vetusto per definire un esercizio antieconomico, pertanto da eliminare. Siamo quindi alle solite: rottamare per sopravvivere; dimenticando, è il caso di dirlo, storia, tradizioni, braccia, vite umane, speranze, amori. Sì perché la Porrettana il suo dovere l’aveva fatto, collegando un’Italia ancora non fatta: tra sud e nord; con i primi progetti iniziati a metà ‘800, quando ancora esistevano lo Stato Pontificio, il Granducato di Toscana, l’Impero Austro – Ungarico e i ducati dell’Emilia.
Una cosa è certa: quei binari meritano una visita, turistica e fotografica. Siamo in una delle valli più belle d’Europa (così dice il Touring) dove la storia ha lasciato un segno indelebile.

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IL PRINCIPE DI SALINA

Per parlare di Burt Lancaster non possiamo dimenticare il suo ruolo nel film “Il Gattopardo”, quello di Don Fabrizio Corbera, principe di Salina. La pellicola (1963), tratta dall'omonimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, era diretta da Luchino Visconti (1963). Ne abbiamo parlato con Giovanni Gastel, nipote del regista. Ci ha detto: «La pellicola è stata girata in presa diretta, per cui ogni attore parlava la sua lingua». «Negli USA la versione doppiata non fu accolta benevolmente. Andò meglio l’originale. Claudia Cardinale fu costretta a parlare lingue differenti a seconda degli attori. Fu difficile la scelta di Burt Lancaster, abituato com’era ad altri generi; poi l’attore disse che incarnare il principe risultò abbastanza semplice, perché bastava seguire le indicazioni di Luchino».
Il fotografo ha aggiunto: «I costi del film aumentavano in continuazione e la Titanus ebbe delle difficoltà economiche. Famosa, nel film, è la scena del ballo, che in molti volevano fosse tagliata. A opporsi è stato Palmiro Togliatti, che Luchino aveva conosciuto durante la prigionia. Luchino era vicino alla sinistra e anche ai temi sociali, quelli che volgevano al cambiamento». Il film vinse la Palma d'oro come miglior film al 16º Festival di Cannes.

Lancaster univa la fisicità al talento recitativo, il che gli ha permesso di sedurre il proprio pubblico. In Da qui all'eternità (1953), l’attore e Deborah Kerr hanno creato una delle scene più iconiche nella storia del cinema con la loro scena d'amore sulla spiaggia: estetica e qualità interpretative emersero insieme.

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