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IL PRIMO FOTOGRAFO DELLE OLIMPIADI

La fotografia, nella sua storia, ci ha offerto tante prime volte. Ricordiamo, ad esempio, Hippolyte Bayard, autore del primo selfie e della prima fotografia di protesta. Tra i debutti, è anche giusto menzionare Roger Fenton, primo reporter di guerra, ai tempi del collodio umido (Conflitto di Crimea). Del resto la fotografia, che agli esordi si era impadronita del ritratto, con l’evolversi dello strumento, e delle idee, ha iniziato a documentare altri ambiti: gli eventi bellici, poi anche lo sport. Non a caso, oggi incontriamo un avo di Giancarlo Colombo, un fotografo cioè che si è distinto come il primo fotografo a raccontare per immagini i Giochi Olimpici Moderni. Stiamo parlando di Albert Meyer, autore tedesco. Lo ricordiamo nel giorno della sua dipartita, il 24 agosto 1924.

Le fotografie che ha lasciato rivelano l’artista che era. Siamo agli inizi del reportage sportivo, e questo si vede; ma sorprende il suo formalismo compositivo e lo spirito col quale ha percepito e catturato i Giochi. Non si è limitato all’azione agonistica, catturando viceversa ogni aspetto dell’evento sportivo: dall'ingresso delle fanfare, ai corridori sulla linea di partenza, alla cerimonia di premiazione, alle strette di mano tra gli atleti prima dell'inizio della gara. Non mancano le pose commemorative dei membri del Comitato Organizzatore, le signore che entrano nello stadio e gli ospiti ufficiali in piedi con i loro cappelli a cilindro che guardano con ansia gli eventi. Ne scaturisce il clima di un'intera epoca e l'atmosfera che circonda la rinascita di una grande idea. Rendiamoci conto che con le attrezzature di quel tempo era praticamente impossibile documentare il dinamismo del movimento durante le gare.

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IL FOTOGRAFO DEL FÜHRER

Facciamo un piccolo passo indietro, a lunedì: giorno della “Fotografia da Leggere”. Il 21 agosto 1907 nasceva a Heibronn, vicino Stoccarda, Walter Frentz, fotografo. Lui ha documentato la dittatura di Adolf Hitler: dal raduno del partito nazista a Norimberga nel 1933, fino al crollo del suo potere nel 1945. Fu tra gli ultimi ad abbandonare il Führerbunker poco prima che l'Armata Rossa conquistasse Berlino. Era un pioniere delle tecniche cinematografiche.

Frentz studiò ingegneria a Monaco e Berlino, ma mostrò presto un interesse per il cinema, iniziando a filmare da dilettante. A Berlino, nel 1929, incontrò Albert Speer, un compagno di studi. I due condividevano l'interesse per lo sport, in particolare per il kayak, al quale Frentz dedicò il primo film. Nel 1933 realizzò un lungometraggio sul viaggio di un transatlantico da Amburgo a New York.
Tramite Speer, conobbe Leni Riefenstahl, che stava cercando assistenti adeguati per i documentari che gli erano stati commissionati. Frentz collaborò con lei in tutti i lavori, fino ai due film sulle Olimpiadi di Berlino (Olympia) nel 1936, anche se non venne accreditato.

In seguito, non riuscendo a trovare lavoro, decise di arruolarsi nella Luftwaffe. Nel 1938 fu inviato a Vienna per documentare il ritorno di Hitler dopo l'occupazione dell'Austria. Come graduato dell’aviazione, filmò sui bombardieri gli attacchi in Polonia e sull’Olanda, ma anche altrove. Quando la Francia cadde, fu chiamato a filmare la firma dell'armistizio nella foresta di Compiègne. Il 28 giugno 1940 Frentz era a Parigi per filmare il giro della città di Hitler.
Dopo l'attacco all'Unione Sovietica nel giugno 1941, gli fu assegnato il centro di comando di Hitler, Wolfschanze ("Tana del lupo"), nella Prussia orientale. Negli anni successivi trascorse gran parte del suo tempo nella cerchia vicina al leader nazista.
Fu anche inviato a filmare i lanci dei razzi V1 e V2 e fotografare la loro costruzione, nella fabbrica di Dora-Mittelbau, (1944). Gli scatti vennero scoperti molti anni dopo dal figlio di Frentz. Quando Hitler si ritirò nel quartier generale della metropolitana di Berlino, Frentz era lì.

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NASCE “L’OCCHIO DEL SECOLO”

Non potevamo farne a meno, anche se ci eravamo già occupati di lui a inizio mese (3 agosto); ma dimenticare la nascita di Henri Cartier Bresson sarebbe stato un errore: per noi, per tutti, per la fotografia. Il rischio è grande: quello di scrivere parole già dette, di fronte a un personaggio ancora tutto da scoprire, almeno per chi scrive.
Andiamo con ordine. Henri Cartier Bresson nasce a Chanteloup-en-Brie il 22 agosto 1908. E’ stato uno dei fotografi più importanti del ‘900, avendone intuito lo spirito; per questo motivo è passato alla storia come “L’Occhio del Secolo”.
Parlavamo così già lo scorso anno e, per la ricerca del nuovo, ci siamo rivolti a un suo collega e amico: Ferdinando Scianna. Il fotografo siciliano nel suo “Obiettivo ambiguo” (Edizioni Contrasto) scrive: «Se penso a una definizione di Henri Cartier Bresson, la più adatta mi sembra quella di specialista d’evasioni. Non c’è prigione, fisica o intellettuale, nella quale abbiano cercato di rinchiuderlo, dalla quale non sia riuscito a fuggire. Anche dal campo nazista nel quale era prigioniero evase. Lo ripresero due volte; alla terza riuscì».
Non vogliamo fare eco alle parole di Scianna, e neanche usarle per la stesura di quest’articolo; ma nelle immagini del fotografo francese si respira una sorta di libertà, che nasce già dalle scelte. L’istante che cerca, decisivo peraltro, presuppone una padronanza assoluta del tempo che vive, della scena che guarda, dell’esistenza che scorre. Sempre nel libro di Scianna leggiamo come lui tentasse di fuggire anche dal suo compleanno (il novantesimo nel testo), vissuto come una sorta di prigione. «Cosa diavolo significa», si chiedeva «Un compleanno? Si muore e si rinasce ogni giorno».

L’approccio alla fotografia di Bresson è stato controverso, tormentato. E’ arrivato anche a rinnegare la propria arte, più volte. Lui era partito dalla pittura, frequentando personaggi del calibro di Andrè Lhote, un grande maestro. La lezione ricevuta sarà importante: «Non c’è libertà senza disciplina». E poi: «La follia non può dispiegarsi prima che il confine sia stato rigorosamente tracciato. Non può esserci corpo senza scheletro».

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FOTOGRAFIA DA LEGGERE …

In un lunedì d’agosto, ci concediamo un libro da leggere e vedere, soprattutto per coloro che sono ancora in vacanza. Si tratta di “Grandi fotografi a 33 giri”, a cura di Raffaella Perna, Edizioni Postcard.

Stanno tornando di moda e molti li ricordano tra le nostalgie giovanili. Sono i 33 giri, gli LP per dirla tutta: lato A e lato B, la puntina che scende lentamente, il suono (caldo) che si diffonde, la copertina (grande) da tenere tra le mani. Ai tempi con la musica s’intratteneva anche un rapporto tattile e visuale. La custodia di cartone ha fatto la storia della musica, perfino come oggetto di culto. C’era chi, di un disco, ne comprava due copie: una per l’ascolto, l’altra per la conservazione. La busta interna, quella che conteneva l’LP, di solito era di carta bianca e veniva inserita nel contenitore di cartone in modo che il disco non potesse uscire accidentalmente. L’ascolto era poi collettivo, perché, dopo un intenso passaparola, ci si trovava a casa dell’amico fortunato che aveva acquistato l’ultima incisione di suo gusto.
Grandi fotografi a 33 giri è stato pensato come una carrellata di cover che, dagli anni '50 fino a oggi, realizzate dai più grandi fotografi dell’epoca. Ne emerge una duplice valenza, culturale e commerciale, ma anche quello stimolo atto a costruire l’immaginazione visiva d’interpreti e musicisti.
Le copertine degli album, ricordiamolo, sono state uno dei modi principali in cui musicisti e artisti visivi hanno potuto collaborare tra loro. Molte copertine di album famosi sono diventate allo stesso tempo pezzi iconici di pop art.

Circa le fotografie, oltre alla copertina del libro, ne abbiamo scelta un’altra, arbitrariamente, ad di là del volume che abbiamo tra le mani. Si tratta della cover di “Horses”, l’album d’esordio di Patti Smith (1975). Lì la cantante (ma anche fotografa e poetessa) è stata ritratta da Robert Mapplethorpe. Loro hanno condiviso una storia insieme: d’amore, d’amicizia, di stima e rispetto; tutto ciò ci ha sempre affascinato.

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