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I 63 DI COLIN FIRTH

Ci sono attori che piacciono per più motivi. La bravura ovviamente non è in discussione: se si è sul grande schermo, dovrà pur esservi una ragione. Colin Firth non è un divo, ma mette la firma nei film che recita: diventa cioè iconico, riconoscibile. In più si adatta a diversi ruoli: drammatici e comici, senza sbavature o incertezze. Per celebrarlo, basterebbe ricordare il suo ruolo nel dramma storico “Il discorso del re” (2010). Lì impersona il principe Alberto (poi re Giorgio VI) di Gran Bretagna, che chiede l'aiuto di un eccentrico logopedista (interpretato da Geoffrey Rush) per superare una balbuzie debilitante. Applausi.

Noi vogliamo però andare oltre, facendo cenno a “Love Actually - L'amore davvero” (2003), di Richard Curtis. Siamo a Londra, poco prima di Natale. Dieci storie si’intrecciano a formarne una sola: Hugh Grant è il nuovo Premier appena insediatosi e si innamora di una ragazza del suo staff; sua sorella (Emma Thompson) è convinta di essere tradita dal marito (Alan Rickman) che in effetti è molto attratto da una collega, che già aveva fatto perdere la testa ad uno scrittore (Colin Firth), il quale fugge in Francia per dimenticarla e da quel momento cambierà la sua vita. A nostro parere, ma forse siamo di parte, Colin cuce un po’ tutto, particolarmente nel finale, sontuosamente a lieto fine.

Con Colin protagonista, vogliamo ricordare anche “Mamma Mia!” (2008), un musical basato sulle canzoni degli ABBA. Lì il ruolo dell’attore inglese si sdoppia, tra ieri e oggi. Bravo.

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NASCE LA LEGGENDA DEL SOUL

“(Sittin’ on) The dock of the bay” non l’aveva ancora sentita nessuno quando lui era in vita: Otis Redding l’aveva incisa tre giorni prima di morire in un incidente aereo, il 10 dicembre 1967. Ha vissuto solo 26 anni, ma sono bastati per farlo diventare un mito della musica soul.

Otis ci lascia in eredità uno dei brani più belli di sempre, da ascoltare al di là delle parole, solo per i sentimenti che esprime con le note. Si tratta di un inno, quasi di un proclama: quello della dolce pigrizia nel vedere passare le navi, alla faccia dello stress della vita e delle pressioni che ci giungono ogni giorno. Otis Redding la compose dopo la sua esibizione al Festival di Monterey, diventata leggenda. La registrò il 7 dicembre 1967, fischiettandone il finale in attesa di trovare i versi giusti. Tre giorni dopo l’aereo su cui viaggiava precipitò in un lago del Wisconsin. Lui aveva 26 anni. Diventò il suo più grande successo di sempre, fischiettato per far sì che noi potessimo fare altrettanto.
La prima strofa:

Sittin' on the dock of the bay
Sittin' in the morning sun
I'll be sittin' when the evening comes
Watching the ships roll in
Then I watch them roll away again, yeah

Sono seduto sul molo della baia
sono seduto nella luce del mattino
sarò (ancora) qui quando la sera arriverà
a guardare le navi entrare in porto
e poi a guardarle mentre vanno via di nuovo

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INSEGUENDO LA PANTERA ROSA

Ottanta anni addietro veniva annunciata l’entrata in vigore dell'armistizio di Cassibile (Siracusa), firmato dal governo Badoglio. L'Italia si arrese alle Nazioni Unite. Ne abbiamo parlato gli anni scorsi, riferendoci anche a dei rilievi cinematografici. Quest’anno divaghiamo un poco, senza per questo voler ridurre la valenza culturale della storia, particolarmente quella che ci riguarda da vicino.

Una curiosità, l’8 Settembre 1930 nasce lo Scotch, prodotto dall'azienda di imballaggi 3M di St. Paul in Minnesota. L’invenzione la si deve all’ingegnere Richard Drew, un giovanotto appassionato suonatore di banjo. Curiosa è la genesi del nome. I primi nastri adesivi portavano la colla solo sulle due parti esterne del nastro, per risparmiare materia prima. Uno dei clienti si arrabbiò col venditore: «Invita i tuoi padroni a essere meno tirchi»; e tradusse il termine “tirchio” in scotch, perché agli scozzesi veniva attribuito un eccesso di virtù della parsimonia. Il nome restò e anzi suggerì ai fabbricanti l’idea di contrassegnare i loro nostri adesivi con il disegno a scacchi e i colori vivaci dei tessuti scozzesi.

Per incontrare i fotografi abbiamo scelto un attore nato l’8 settembre, Peter Sellers: mattatore, trasformista, interprete istrionico tra i più amati e venerati. Lui ha lasciato il segno per la sua mimica, il suo talento smisurato e la sua innata simpatia.

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BOMBARDANO LONDRA

7 settembre 1940. Battaglia d'Inghilterra: Londra viene bombardata nella prima di 57 notti consecutive. La guerra proponeva i suoi simboli in maniera in maniera più schietta: si combatteva lassù, tra flotte aeree contrapposte, ma le bombe colpivano i civili in basso, gli abitanti della capitale inglese. Pochi riuscivano a percepire cosa succedesse laggiù, solo i superstiti dei cieli.

Cerchiamo di immaginare il racconto di un pilota inventato:
«Mi ero perso, e non poteva essere altrimenti. Tutto sembrava diverso, adesso; anche il buio della notte. Quando si vola, lassù c’è sempre un po’ di luce; e poi la contraerea illumina la visuale a lampi, come in un temporale.
Bombardavamo Londra, ci avevano colpito. L’aereo, dopo un sussulto, si era riempito di fiamme. Il copilota versava accasciato sui comandi, e perdevamo quota. L’abitacolo sprigionava calore. Chiamavo invano i miei compagni, urlavo; alla fine decisi di buttarmi. Da quel momento è cambiata la mia vita.
Precipitando, l’aereo diventava una scia di fuoco che cadeva lamentandosi; dopo fu solo silenzio: quello del vento e dell’oscurità.
Altre volte le missioni ci avevano portato su Londra, ma io avevo vissuto il lusso di immaginare. Le bombe, al suolo, si trasformavano in bolle di luce. Non sapevamo a chi, e a quanti, stavamo togliendo la vita. Ci sparavano, avevamo paura; ma era sempre una questione di quota, da vivere lassù: con poco sangue e tanto ferro attorno a noi.
Planavo verso il suolo: quello più volte sorvolato e mai calpestato. Il paracadute mi sembrava troppo bianco e visibile, ma nessuno lo intravide. Sarei stato un bersaglio facile. Il buio diventava sempre più denso e oleoso, percorso a volte da aliti di fumo. In lontananza brillavano dei fuochi: era la città.
Poi, all’improvviso, la discesa divenne più veloce. Ai miei piedi comparve un fiume, un ponte distrutto, una casa, degli alberi. Un crepitio m’avvisò che entravo tra le foglie. Rimasi appeso, in silenzio. Un cane abbaiava alla notte».

Laggiù, purtroppo, non c’era solo l’abbaiare di un cane, ma uno scenario desolante. Abbiamo scelto a proposito le fotografie di Cecil Beaton, fotografo di moda, grande ritrattista e non solo; ma anche interprete della guerra. Incontriamolo una volta di più.

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