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TIZIANO TERZANI, ANCHE FOTOGRAFO

Siamo in stazione Centrale, a Milano. È mattino presto. Rimane il tempo per una visita alla libreria, dove incontreremo tanti amici: Cartier-Bresson, Berengo Gardin, Robert Doisneau, Luigi Ghirri, Helmut Newton; e poi i saggi, tanti, tutti da desiderare. L’occhio cade su un volume: “Tiziano Terzani, un mondo che non esiste più”, a firma del giornalista. Lo compriamo, per iniziarlo in viaggio.
Più ci immergiamo nella lettura e maggiormente ci rendiamo conto come Terzani corrisponda al nostro ideale di fotografo: colui, cioè, che scrive (e fotografa) ciò che vede, raccontando il mondo agli altri, ma prima al suo “io narrante”.
Tiziano Terzani è stato un grande giornalista, e pure un inviato importante e riconosciuto; ma era diventato anche fotografo, certamente non per necessità. Ebbe modo di dire: «L’invidia per i fotografi mi era cominciata in Vietnam quando si tornava dal fronte e quelli (i fotografi), avendo già fatto il loro lavoro, andavano diritti al bar, mentre a me toccava ancora mettermi con angoscia davanti al foglio bianco, allora infilato in una Olivetti Lettera 22, a cercare di descrivere con mille parole il bombardamento, la battaglia o il massacro del giorno che loro - i fotografi bravi almeno - avevano già raccontato in una sola immagine. Quella di cogliere il nocciolo di una storia con un clic è un’arte che mi ha sempre attirato».
Ecco, sì: questo ci piace, la storia in un clic. Come abbiamo sempre detto (o sperato), la fotografia è tutta una questione di tempo: quello flessibile, da deformare, per immergerci dentro quanto desideriamo dire. Lo scatto viene dopo. Terzani ci viene in aiuto in questi concetti. Per lui raccontare significa leggere (e tanto), studiare, prepararsi; conoscere, potremmo dire. Del resto un fatto possiede un contenuto “verticale”, profondo, immerso; che non si dipana solo nei giorni, aleggiando viceversa nei comportamenti di tutti, negli atteggiamenti; e poi nel modo di porsi dei soggetti e anche nell’espressione dei volti.

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IL REVERENDO DELLA PELLICOLA

13 settembre 1898: il reverendo Hannibal Williston Goodwin acquisisce il brevetto per la pellicola fotografica e il processo di produzione della stessa. Ne abbiamo parlato nel 2020. Ci sorprende come non ve ne sia menzione nella “Storia della Fotografia” di Beaumont Newhall, mentre è possibile trovarne notizie nell’archivio di Ando Gilardi.

Parlare della pellicola significa, per molti, affondare nei ricordi, recenti peraltro. Utilizzarla significava affrontare un processo lungo e lento: aprire la scatola, montare il film nel retro della fotocamera; utilizzando poi il piccolo coperchio per inserirlo nella tasca posteriore (dove oggi c’è lo schermo digitale). A molti sarà capitato almeno una volta di non agganciare correttamente la dentatura: col conta-pose a 40 ci si accorgeva dell’errore.

Non vogliamo enfatizzare la pellicola e nemmeno idealizzarla: oggi il processo fotografico è migliore, in tutti i sensi. Manca forse la lentezza, quella giusta. Guardavamo gli scatti in trasparenza (e in piccolo), dopo avere atteso lo sviluppo, giudicandone la qualità. Quella tensione emotiva andrebbe cercata anche oggi, di fronte allo schermo del computer. Per il resto, accontentiamoci di trovare le bustine nei cassetti. Già, perché le fotografie stampate passavano di mano in mano; i negativi no.

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LA VOCE DELL’AMORE

Sono trascorsi ormai 20 anni dalla sua prematura scomparsa, avvenuta a soli 58 anni in un ospedale di Los Angeles il 4 luglio del 2003, ma ancora oggi ci sentiamo di confermare come Barry White possa essere considerato un gigante della black music, assieme a Marvin Gaye, James Brown e Michael Jackson. Del resto lui ha cavalcato con energia la stagione d’oro delle discoteche, quando i baby-boomer andavano a ballare dimenticando pop e rock.

La sua voce era profonda, calda, corposa, baritonale, ma dopo i primi insuccessi finì per non amare la ribalta. Preferiva stare dietro le quinte, fare il talent scout. Poi arrivarono I’m Gonna Love You Just a Little More, Baby e la vita musicale di Barry White cambiò direzione. Lui divenne la voce dell’amore.
Una precisazione doverosa: il suo brano più famoso, la suite strumentale Love's Theme, composta per la Love Unlimited Orchestra (fondata da White), ha aperto la strada alla disco music. E’ un merito che gli va riconosciuto.

Ascoltiamo spesso i brani di Barry White. Ci piacciono perché orchestrali, analogici, suonati. Gli archi sono ridondanti, precisi; mentre la batteria (e il suo rullante) segna il tempo al sogno che divine. Già, la musica di Barry White apre all’immaginazione per il respiro col quale è stata creata: un altro merito.

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I 63 DI COLIN FIRTH

Ci sono attori che piacciono per più motivi. La bravura ovviamente non è in discussione: se si è sul grande schermo, dovrà pur esservi una ragione. Colin Firth non è un divo, ma mette la firma nei film che recita: diventa cioè iconico, riconoscibile. In più si adatta a diversi ruoli: drammatici e comici, senza sbavature o incertezze. Per celebrarlo, basterebbe ricordare il suo ruolo nel dramma storico “Il discorso del re” (2010). Lì impersona il principe Alberto (poi re Giorgio VI) di Gran Bretagna, che chiede l'aiuto di un eccentrico logopedista (interpretato da Geoffrey Rush) per superare una balbuzie debilitante. Applausi.

Noi vogliamo però andare oltre, facendo cenno a “Love Actually - L'amore davvero” (2003), di Richard Curtis. Siamo a Londra, poco prima di Natale. Dieci storie si’intrecciano a formarne una sola: Hugh Grant è il nuovo Premier appena insediatosi e si innamora di una ragazza del suo staff; sua sorella (Emma Thompson) è convinta di essere tradita dal marito (Alan Rickman) che in effetti è molto attratto da una collega, che già aveva fatto perdere la testa ad uno scrittore (Colin Firth), il quale fugge in Francia per dimenticarla e da quel momento cambierà la sua vita. A nostro parere, ma forse siamo di parte, Colin cuce un po’ tutto, particolarmente nel finale, sontuosamente a lieto fine.

Con Colin protagonista, vogliamo ricordare anche “Mamma Mia!” (2008), un musical basato sulle canzoni degli ABBA. Lì il ruolo dell’attore inglese si sdoppia, tra ieri e oggi. Bravo.

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