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ZOFIA RYDET, FOTOGRAFA A QUARANT’ANNI

Abbiamo incontrato la fotografa Zofia Rydet quasi per caso; è nata il 5 maggio 1911 a Stanisławów, il Polonia. Di lei ci ha sorpreso l’ultimo progetto importante della sua vita. Nell'estate del 1978, all'età di 67 anni, ha visitato più di 100 città e villaggi in tutta la Polonia, ricavandone un numero sbalorditivo di fotografie. Era un tentativo di documentare, in fotografie, ogni casa in Polonia.

Zofia Rydet era già conosciuta quando iniziò il progetto. Sebbene non abbia lavorato seriamente come fotografa fino all'età di 40 anni, è riuscita a recuperare il tempo perduto. Nel 1961 espone per la prima volta in una personale con una serie di ritratti di bambini, intitolata Little Man (che viene poi pubblicata come libro fotografico nel 1965). Aveva insegnato fotografia, partecipando anche a mostre a livello internazionale, ricevendo poi un premio di eccellenza dalla International Federation of Photographic Art (1976).
Molti fotografi si sarebbero accontentati dei risultati ottenuti, non Zofia.

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IL DOPOGUERRA ITALIANO

Il mese scorso abbiamo ricordato la liberazione dell’Italia, il 25 aprile. E’ importante considerare, però, anche il periodo post bellico, che trovava una nazione pronta a cambiare, socialmente soprattutto. La fotografia ne sarà lo specchio, come sempre ha fatto durante i grandi eventi della storia.

Iniziamo però da una notizia sportiva, che non deve essere dimenticata. L’abbiamo riportata anche nel 2020. La FIFA, anni addietro, ha eletto il 4 Maggio quale la giornata mondiale del calcio. Quel giorno, nel ’49, un trimotore FIAT si schiantava su Superga. A bordo del velivolo vi era il “Grande Torino”, una leggenda. L’Italia usciva dalla guerra con le ossa rotte e i Granata (assieme a Bartali e Coppi) contribuirono a ricostruire una credibilità perduta tra le macerie di una penisola distrutta.
“Bacigalupo, Ballarin, Maroso”, così recitava mio padre, riferendosi alla triade difensiva del Grande Torino; così mi emozionavo, convinto com’ero che equivaleva a dire “Zoff, Bergomi, Cabrini” (1982), o “Albertosi, Burgnich, Facchetti” (1970). Per il momento sentiamoci orgogliosi: il giorno eletto dalla FIFA ci riguarda da vicino, anche perché a memoria di un episodio drammatico. A Torino, durante i funerali dei grandi, vi erano cinquecentomila persone e la nazionale italiana del ’50, per i mondiali, decise di andare in Brasile in nave e non in aereo! Urleremo ancora per la squadra del cuore, ma un ricordo va dedicato a coloro che hanno fatto la storia del Calcio Italiano. “Bacigalupo, Ballarin, Maroso”.

Passiamo alla fotografia, che nel dopoguerra d’Italia si compone di due elementi principali: il fotogiornalismo e il neorealismo. Non si può parlare di entrambi senza prendere in esame gli aspetti culturali. Con gli anni del boom, l’Italia cambia radicalmente. L’economia, prima tipicamente agricola, volge verso l’industrializzazione. Le campagne si svuotano e là rimangono solo anziani e bambini, talvolta le donne. Cambierà il concetto di famiglia ed anche il suo ruolo all’interno della società. La fotografia, quella italiana, sarà lì a documentare tutto questo.

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FOTOGRAFIA DA VEDERE …

Siamo fortunati, il 3 maggio, come oggi ma nel 1944, a Stoccolma nasce Anders Petersen, l’autore del libro che vogliamo “vedere”. Già, alla rubrica “Fotografia da leggere” ne aggiungiamo un’altra, dove la visione delle fotografie in un libro diventa sostanziale, come fossero righe scritte. A questo punto, però, sorge spontanea una domanda: «Si possono leggere le fotografie alla stessa stregua di un testo?». Ci viene in aiuto Italo Calvino, appena incontrato nell’introduzione del volume “Un tempo, un luogo, Racconti di fotografia” (A cura di Alessandra Mauro, Edizioni Contrasto. Forse ne parleremo lunedì). Nel suo saggio sulla Visibilità, in Lezioni americane, Italo Calvino parla di come le immagini possano far scaturire storie o, al contrario, come le storie possano essere racchiuse in immagini, in un rapporto osmotico tra scrittura e visione. Ecco cosa dice lo scrittore: «Se ho incluso la Visibilità nel mio elenco dei valori da salvare è per avvertire del pericolo che stiamo correndo di perdere una facoltà umana fondamentale, il potere di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, di far scaturire colori e forme dall’allineamento di caratteri alfabetici neri su pagina bianca, di pensare per immagini».

Eccoci allora al libro che vogliamo vedere oggi: “Café Lehmitz”, di Anders Petersen (Edizioni Schirmer/Mosel), un’opera straordinaria.
Il Café Lehmitz, una birreria alla Reeperbahn, era un punto d'incontro per molti che lavoravano nel quartiere a luci rosse di Amburgo: prostitute, magnaccia, travestiti, lavoratori e piccoli criminali. Anders Petersen aveva 18 anni quando visitò per la prima volta Amburgo nel 1962. Al tempo, s’imbatté nel Café Lehmitz e strinse amicizie che avrebbero avuto un impatto sulla sua vita.

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IL PASSAGGIO A LIVELLO

Un racconto

No, non poteva essere lei. Eppure sì, si trattava proprio di Flaminia. La riconosceva anche di spalle, per via del portamento austero, della postura eretta e dei capelli raccolti in un morbido chignon basso; acconciatura che utilizzava spesso e non solo durante le cerimonie, come in quel giorno.
Già, si sposava un suo amico, Giorgio; e lui, Marco, era stato invitato per primo, come a dire che non poteva mancare. Flaminia molto probabilmente era legata alla sposa, perché mai gli era capitato d’incontrarla nel giro stretto dei propri amici. Si meravigliava di non averla intravista sul piazzale della Chiesa, che però era grande, capace di disperdere più di duecento invitati. Marco provava un forte senso d’imbarazzo, misto a quella paura che nasce dall’incertezza, dal non sapere come potersi comportare.
Era una splendida Domenica di settembre, calda e assolata; accarezzata da un venticello fresco e insistente, quasi ad annunciare un autunno imminente.

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