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UN RACCONTO: LIBERAZIONE e LIBERTA’

21 Aprile 1945, a Bologna finisce la guerra

La città non era come la vediamo oggi. Si camminava su strade polverose o fangose, a seconda che ci fosse il sole o piovesse, soprattutto in periferia. Non tutte le case erano in piedi. Alcune avevano lasciato il posto a cumuli di rovine, frequentati da persone taciturne che, chine e a mani nude, cercavano un po’ del loro ieri tra i mattoni.
Si aspettava, resistendo; ed era fame, miseria, incertezza e paura.
La bambina vedeva tutto questo, con occhio infantile. Non poteva riferirsi a un passato migliore, perché la guerra si era presentata assieme al suo approccio alla vita, quello consapevole. Possedeva poche certezze: la madre, spesso malata, e la nonna, che si occupava di lei quotidianamente.
Alta, esile, quella bambina portava i capelli raccolti in due lunghe trecce, completate da un fiocco. Il vestito era liso, rammendato più volte. Ai piedi calzava due ciabatte. Le scarpe se le era inghiottite la guerra.
Non poteva dirsi infelice. Cercava e trovava il gioco dappertutto, correndo laddove tra le rovine si erano formati dei sentieri. C’erano delle amichette, tra le sue compagnie, ed anche dei ragazzini; ma il silenzio abitava nel loro frequentarsi: quello che aspettava un richiamo materno o l’urlo di una sirena.

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JOAN MIRÓ E UGO MULAS

Oggi incontreremo un intreccio tra pittura e fotografia, come facemmo lo scorso anno lo stesso giorno. Non cambia il pittore (Joan Miró, nato il 20 aprile 1893), ma il fotografo Ugo Mulas prende il posto di Henri Cartier Bresson, il che ci permette di parlare della mostra “Ugo Mulas, l’operazione fotografica”, esposta a Venezia presso Le Stanze della Fotografia nell’isola di San Giorgio Maggiore, la nuova casa della fotografia della città lagunare, fino al 6 agosto.

Nell’esposizione sono visibili 296 opere, tra cui 30 immagini mai messe in mostra prima d’ora. Fotografie vintage, documenti, libri, pubblicazioni, filmati offrono una sintesi in grado di restituire una rilettura complessiva dell'opera di Ugo Mulas (Pozzolengo, 1928 – Milano, 1973), fotografo trasversale a tutti i generi precostituiti, ripercorrendo l'intera sua produzione. Dal teatro alla moda, dai ritratti di amici e personaggi della letteratura, del cinema e dell’architettura ai paesaggi, dalle città alla Biennale di Venezia e ai protagonisti della scena artistica italiana e internazionale, in particolare della Pop Art, fino al nudo e ai gioielli.
Per la prima volta vengono presentati al pubblico così tanti ritratti di artisti e intellettuali, molti dei quali mai esposti prima, come quelli di Alexander Calder, Christo, Carla Fracci, Dacia Maraini e Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Arnaldo Pomodoro, George Segal, per citarne alcuni.

Lungo 14 capitoli tematici emerge il profilo di un fotografo "totale". Il titolo dell'ampia rassegna prende spunto da una delle Verifiche (1968-1972), con cui i curatori (Denis Curti e Alberto Salvadori) hanno scelto di aprire il percorso espositivo. Si tratta di una serie di tredici opere fotografiche attraverso le quali Mulas s’interroga sulla fotografia stessa. Come osserva Alberto Salvadori nel catalogo edito da Marsilio Arte, «Era arrivato il momento di guardare dentro alla sua idea di fotografia, di verificare cosa c’era all’interno, mettendo in pratica un’analisi metalinguistica sul proprio lavoro, lasciando che le immagini continuassero ad essere al centro della visione, ma con occhio e predisposizione diverse. In fondo fare fotografia è come collezionare il mondo, è una vera operazione fotografica. Ecco come la macchina fotografica diviene il mezzo ideale per una consapevolezza di tipo acquisitivo».
La Verifica cui s’ispira il titolo della mostra è la seconda, “L'operazione fotografica, Autoritratto per Lee Friedlander”, dove Mulas riflette sul rapporto tra il fotografo e l'immagine, la costante presenza-assenza dell'autore dentro ogni scatto. L’immagine è quella del fotografo che si riprende allo specchio, coperto dalla macchina fotografica che lo rende non identificabile. Come il fotografo americano ha inserito all’interno dei propri paesaggi la sua sagoma, Mulas inserisce in questa composizione il suo volto, “nascosto” abilmente dalla macchina fotografica.

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RACCONTI PARIGINI

Martedì è il giorno del racconto, ma oggi facciamo un’eccezione: proponiamo un libro, “Racconti Parigini” a cura di Corrado Augias (Edizioni Einaudi). Si tratta di un grande salto, irriverente forse; però desiderato da tempo, sin da quando abbiamo letto il libro (2018). Come abbiamo detto più volte, la fotografia racconta; e in questo volume troviamo quanto di meglio possa gratificare la nostra lettura, fornendo poi delle ispirazioni fotografiche. C’è poi Parigi, la città che più di ogni altra ha stimolato la nostra fantasia. Là fotografia e cinema sono di casa, avendo avuto i natali; ma la capitale transalpina è entrata più volte nei nostri sguardi, quasi inconsapevolmente. Pensiamo al commissario Maigret (quello di Simenon), a Belfagor (il fantasma del Louvre), alla Bohème di Puccini; e poi alle fotografie di Doisneau, Atget, Bresson, Kertész, Gardin, ai tanti film ambientati all’ombra della Torre Eiffel (stupendo Midnight in Paris, di Woody Allen).

Ecco cosa dice Corrado Augias circa la capitale francese. Siamo all’inizio del libro: «Per molti anni, per più di un secolo, non c’è stata città che più di Parigi abbia raffigurato la scintillante vivacità, la bellezza, la libertà d’una metropoli. Ampi boulevard, luci, gli spettacoli più arditi, le avanguardie più innovatrici, disinvoltura dei costumi, ricchezza e disordine della vita artistica, brivido della trasgressione, a Parigi, città della luce per autonomasia, si poteva trovare (e comprare) tutto, di tutto si poteva fare esperienza».

Ancora le parole di Augias: «Non c’è stato momento nella vita di Parigi che non abbia trovato un corrispettivo letterario; ogni passaggio è stato descritto, ogni luogo reinventato nella trasposizione narrativa; fino a quando Parigi è rimasta al centro del mondo occidentale la sua fisionomia ha continuato a riflettersi nei romanzi, nei racconti brevi, nei saggi, nella documentazione pittorica e poi fotografica, nel cinema».

A noi vengono in mente Berenice Abbot che fugge a Parigi con Man Ray, ma anche Robert Capa e Gerda Taro e poi Lee Miller, tutti alla ricerca di un meglio, di un orizzonte allungato, di un velocità ideativa accelerata. Buona lettura.

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ESPLODE IL COL DI LANA

La notizia ci riporta indietro nel tempo, alle passeggiate in montagna: tra camminamenti e gallerie, di fronte a delle cime sontuose. I ricordi si focalizzano sul passo Falzarego, che al viandante svela ancora oggi, da est a ovest, la Tofana di Rozes (e il castelletto), il Lagazuoi (con la Cengia Martini), il Sass di Stria e il Col di Lana. Pare strano, ma lì, in quei luoghi, si è combattuto a lungo durante la prima guerra mondiale: dal 1915, fino al 1917; prima di Caporetto. La curiosità ci spinge a cercare delle fonti nella nostra libreria, dove troviamo: 1915-1917, Col di Lana; di Viktor Schemfil, Mursia editore, che ci aiuterà in queste poche righe.

Siamo nel 1915. Durante i primi giorni di guerra ci sarebbe stata l’opportunità, da parte italiana, per sfondare il fronte e invadere il territorio nemico, entrando di forza in Val Badia per il passo Valparola, che corre di fianco al Lagazuoi. Anche la conquista del Sass di Stria avrebbe potuto aiutare, ma i gerarchi italiani mantennero le posizioni.
Negli anni che seguirono, quella barriera dolomitica divenne invalicabile, nonostante l’occupazione della Cengia Martini, a mezza costa del Lagazuoi.
Ecco che gli italiani cambiano strategia: cessano gli attacchi a uomo e passano alle mine. Il 17 aprile 1916 alle 23,35 una camera di scoppio piena di esplosivo fa brillare la vetta del Col di Lana, che diventa un cratere. Non sarà un successo, perché le truppe italiche non riescono a conquistare la vetta del monte Sief.

Due mesi più tardi, il 20 giugno, un’altra gigantesca mina (32 tonnellate di esplosivo) cambia la morfologia del Lagazuoi. A osservare lo scoppio vi sono Il re Vittorio Emanuele III e il generale Luigi Cadorna, appostati sull’altro versante del passo Falzarego. Tanto rumore (e vittime) per nulla. La Val Pusteria, come traguardo, si allontana ulteriormente.

Nell’autunno del 1917, lo sfondamento austro-ungarico a Caporetto allontana il conflitto dalle Dolomiti.

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