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UN RITRATTISTA POCO CONOSCIUTO

Alle volte succede: la fotografia è più famosa del suo autore. Non è una questione di meriti e nemmeno di capacità. Nel caso di oggi, forse è meglio chiamare in causa il periodo storico, quando cioè il ritratto fotografico stava dilagando in Europa e non solo. Gaspard-Félix Tournachon (Felix Nadar), a Parigi, aveva cavalcato l’onda della ritratto-mania nella seconda metà dell’800. Nel suo atelier al nº 35 di Boulevard des Capucines passavano di continuo le celebrità del tempo, tra queste Charles Baudelaire, Gioachino Rossini ed Édouard Manet, senza dimenticare la bellissima Sarah Bernard, in dolce attesa, che nelle immagini di Felix cercava un rilancio di carriera. Per altri, la vita era più difficile; e molti sono arrivati alla fotografia per caso. Ne è un esempio George Charles Beresford, ritrattista capace, giunto all’arte dello scatto dopo percorsi formativi dissonanti. Lui amava l’arte, questo è certo (divenne gallerista); e il ceto sociale di appartenenza gli consentiva la possibilità di tessere relazioni importanti. Era anche bravo, non dimentichiamolo. Il suo ritratto di Virginia Woolf è passato alla storia, ma non gli ha restituito la fama che meritava. Bene lo stesso.

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MINOR WHITE, LA FOTOGRAFIA MISTICA

Minor White è stato sicuramente uno dei grandi maestri della fotografia del XX secolo, capace di fondere la tradizione della scuola californiana del paesaggio reale (Ansel Adams in testa) alla fotografia concettuale.

Minor White ha creato uno stile ricco di poesia e magia. Le sue immagini non vanno solo guardate, ma devono essere lette e interpretate. Ciascun soggetto, nelle sue fotografie, perde il significato oggettivo e diventa un’opera d’arte che trascende dalla realtà. Il fotografo americano, iniziando forse tardi nella vita, ha dedicato tutta la sua esistenza all’arte fotografica. Le immagini che ci ha lasciato riflettono la sua storia personale, fatta di solitudini e tormenti, ma anche di tanta poesia.

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HEMINGWAY FERITO SUL PIAVE

L’8 luglio 1918, a Fossalta di Piave, a pochi passi da Venezia, sul fronte italiano della Prima Guerra Mondiale, viene ferito il giovane Ernest Hemingway, da un colpo di mortaio austriaco. Lui, arruolatosi volontario, era un’autista d’ambulanza della sezione statunitense della Croce Rossa. Un difetto alla vista non gli aveva permesso di far parte dei reparti combattenti. Lo scrittore era giunto a Fossalta il 24 giugno e le strade del piccolo paese gli parvero un cimitero a cielo aperto. Le due settimane trascorse nel paese veneto, prima del ferimento, segnarono in profondità la vita del giovane scrittore.

L’8 luglio, dopo l’esplosione che l’aveva ferito, cercò di mettere in salvo tre commilitoni: due perirono, l’altro, grave, riuscì a portarlo dove avrebbe ricevuto i primi soccorsi. Ernest venne poi trasportato in treno all’Ospedale della Croce Rossa americana di Milano, in via Armonari, dove fu operato. Lì rimase tre mesi e s’innamorò di un’infermiera statunitense di origine tedesca, Agnes von Kurowsky. Dall’intera vicenda trasse ispirazione per uno dei suoi romanzi più celebri, “Addio alle armi”, dove è ben riconoscibile un tratto autobiografico.

Il gesto d’eroismo che lo vide protagonista sul Piave gli valse la medaglia d’argento al valore del Regno d’Italia.

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VITTORIO DE SICA, REGISTA E ATTORE

Vittorio De Sica nasce a Terra di Lavoro, vicino Frosinone, il 7 luglio 1901. Nato in una famiglia umile, studia a Napoli e poi si trasferisce a Roma con la famiglia, dove consegue il diploma di ragioniere. Nel 1926 debutta nel cinema, dove si afferma nelle parti del conquistatore galante, che riprenderà in maniera ironica nella serie “Pane amore e …”. Ai tempi era già un divo dei “telefoni bianchi”.

De Sica è stato, insieme a Roberto Rossellini, il caposcuola della corrente neorealista, con: "I bambini ci guardano" (1942), "Sciuscià" (1946) e, due anni dopo, "Ladri Di Biciclette", sulla triste condizione dei disoccupati nel dopoguerra. Per queste ultime due pellicole il regista vince l'Oscar. Importante era stato l’incontro con Cesare Zavattini, lo sceneggiatore e suo grande amico, con il quale ha girato tutti i suoi film più belli.

Negli anni ’50, anche come interprete è all’apice della sua carriera. Memorabili in tal senso sono i film dedicati alle avventure del maresciallo dei carabinieri Carotenuto Antonio in Pane e amore, rimaste impresse a lungo nell’immaginario popolare.

Sempre in ambito neorealista, gira "Miracolo a Milano" e il malinconico "Umberto D.”. In seguito, Vittorio De Sica si dedica a film più disimpegnati: "L'Oro di Napoli", "La Ciociara" (1961), "Ieri, Oggi e Domani" (1964), "Matrimonio All'Italiana" (1964), "Il giardino dei Finzi Contini" (con il quale vince un altro Oscar nel 1971).

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