KATI HORNA, FOTOGRAFA ITINERANTE
Da tempo incontriamo molte donne fotografe e questo ci piace. La fotografia, crediamo, ha rappresentato una via per l’emancipazione, visto che lui e lei partivano alla pari, in un mestiere nuovo. Per Kati Horna, l’autrice che incontriamo oggi, la situazione è più complessa, perché per lei la fotografia ha rappresentato una forma di espressione politica e artistica. Non solo, nel suo lavoro riconosciamo i principi della fotografia surrealista. L’emancipazione però rimane, perché le ha permesso di esprimere i suoi punti di vista politici, in un momento nel quale questa possibilità era molto limitata per le donne.
Un’altra componente può completare l’analisi del lavoro di Kati Horna ed è quella del viaggio. Lei ha condotto un’esistenza da fuggiasca, fino all’ultimo approdo in Messico. Ecco cosa ha dichiarato la fotografa: «Sono fuggita dall'Ungheria, sono fuggita da Berlino, sono fuggita da Parigi e ho lasciato tutto a Barcellona». Associando un senso di migrazione ed esilio al mezzo fotografico prescelto, ha aggiunto: «È per vagabondi come me. Dato che i miei vestiti si sono strappati lungo il percorso, ho scelto la fotografia». Per Horna, la fotografia rappresentava non solo una carriera che poteva tradursi oltre i confini, ma una forma di espressione politica e artistica. Ha utilizzato il mezzo per rendere visibili le relazioni sociali e riflettere sul proprio percorso da Budapest a Città del Messico, dove ha vissuto in una comunità di artisti europei dopo il 1939.
Di Kati Horna non possiamo dimenticare la produzione fotografica della guerra civile spagnola, dove il suo approccio è stato intimo e sottile. Lei ha narrato il dramma umano, allontanandosi dalla crudeltà diretta della guerra, trasferendo il dolore e la morte in un campo immaginario, ma verificabile nelle idee.