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WILLIAM CLAXTON, CONOSCIAMOLO MEGLIO

Nel 1960, il fotografo William Claxton e musicologo Joachim Berendt hanno viaggiato per gli Stati Uniti sulle tracce del jazz. Attraverso le sale di musica e le bande musicali, le strade secondarie e le metropolitane, hanno cercato di documentare quel fenomeno musicale che ha rapito l'America, scavalcando barriere sociali, economiche e razziali.

Il risultato della collaborazione di Claxton e Berendt è stato Jazz Life, proposto in questo volume TASCHEN. Da costa a costa, da artisti di strada sconosciuti a leggende del genere, questo viaggio nel jazz ha esplorato le origini di quella che può essere considerata la più originale delle forme d'arte americane. A New Orleans, a New York, a St. Louis, a Biloxi, a Jackson e oltre, le immagini di Claxton esaminano le diversità regionali del jazz e la sua pervasiva vitalità interiore. Mostrano gli spazi e le persone che questa musica ha toccato, dalle parate funebri ai palchi dei concerti, da un anziano trombettista ai bambini che si appendevano ii finestrini per scorgere una band che passava.

Questo scrivevamo sfogliando il libro Jazz Life. Fino ad oggi abbiamo usato il nome del fotografo americano in coda ai tanti personaggi celebri da lui ritratti. Il 12 ottobre ci offre l’occasione per parlare di lui direttamente, senza l’aiuto di altri. Lo facciamo volentieri, al cospetto di un autore che si è distinto in molti ambiti fotografici.

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VINCENZO GALDI, PRIMO PORNOGRAFO

Il titolo è un po’ forzato, forse anche inesatto. Lo abbiamo scelto per non giustapporre un confine nel tentare di definire la fotografia di Vincenzo Galdi, che di certo non cercava di barricarsi dietro l’alibi dell’arte o dell’espressività artistica. Lui era diretto, esplicito. Che poi le sue immagini diventassero pornografiche poco importa, soprattutto qui. Ci piace poter apprezzare il suo coraggio, in un momento storico nel quale il nudo era guardato con eccessiva pudicizia.

Vincenzo Galdi nasce a Napoli l’11 ottobre 1871. E’ stato un fotografo e modello italiano, uno dei pionieri della fotografia maschile ed erotica a cavallo tra il XIX e il XX secolo", insieme a Guglielmo Gloeden e Wilhem Von Plüschow. Galdi iniziò come modello per il fotografo Von Plüschow intorno al 1887, per poi diventare il suo assistente e si dice che fosse il suo amante. Plüschow lo introduce alla tecnica della fotografia e in seguito Galdi apre il proprio studio in via Sardegna 55, a Roma. Lui fotografava donne, ma lavorava soprattutto con uomini. Realizza bellissimi ritratti; gli scatti spesso si svolgono sul suo terrazzo, dove vediamo il muro e le piante o un divano drappeggiato con tessuti diversi, decorato con statue. Fotografie erotiche come queste non erano diffuse in Italia alla fine del XIX secolo e si pensava che Galdi fosse il primo “pornografo” di questo tempo. Dopo il 1910 Galdi divenne gallerista in Via Del Babuino a Roma.

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AUGURI BERENGO

Mi sono chiesto più volte perché desidero scrivere un libro su Gianni Berengo Gardin. Non ne ho ancora concepito il soggetto, e nemmeno la trama o le circostanze; eppure il bisogno bussa forte, incessante. Per un po’ di giorni ho smesso di guardare le sue fotografie, pensando viceversa al tempo insieme, agli episodi, all’accaduto. Mi sono accorto così che il solo riflettere su di lui apriva la mia visuale. La fotografia? Un pretesto, o quasi. L’umanità di Berengo accompagnava i miei sguardi, abituati troppo spesso a cogliere solo la superficie. Persone, storie, idee, sentimenti, assumevano un ordine preciso, chiaro, logico. Emergeva quindi il privilegio nell’averlo conosciuto: comprendere cosa dire e come farlo, anche per immagini. Di mezzo c’era anche la verità, non unicamente fotografica (che forse non esiste), ma un’altra: quella delle azioni portate avanti con cura, sul serio; una sorta di genuinità della vita. Non capiremo mai la forza di Gianni Berengo Gardin, anche perché troppo spesso ci siamo fatti ingannare dall’umiltà che gli appartiene. Oltretutto il suo gesto fotografico (ma anche il pensiero) parte prima dello scatto, attingendo da una vita condotta con rigorosa semplicità, all’interno della quale lui cerca, scruta, interroga, esaltando così una curiosità antica e sofisticata.
E’ un narratore, Berengo; e il fatto che usi la fotocamera risulta quasi occasionale. Lui ha la capacità di avvicinarci all’esistenza che diviene, mostrandocela dal suo punto di vista. E il libro allora? Arriverà, rappresentando un desiderio che si avvera, nulla più. Spiegare il fotografo sarebbe troppo difficile, e pure riduttivo. Ci sarà tempo per fingersi critici: molto meglio riconoscere il privilegio nell’averlo conosciuto, o anche di avere vissuto la sua era. Cercherò di raccontare il tempo con lui, gli istanti; magari dipanando quei viaggi che ci hanno accomunato, anche dentro le fotografie.

Sarà un regalo, che speriamo Berengo voglia apprezzare.

Auguri

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60 ANNI FA IL VAJONT

9 ottobre 1963, sono le 22,39. Una frana si stacca dal versante settentrionale del monte Toc, cade nel bacino della diga del Vajont e produce un’onda gigantesca che supera la diga e si riversa a valle. Muoiono quasi 2000 persone.

Quel 1963 è un anno che lascerà un segno: il 3 giugno morirà Giovanni XXIII (il papa buono); il 22 novembre a Dallas, in Texas, una serie di colpi di arma da fuoco raggiungeranno, uccidendolo, il Presidente degli Stati Uniti d'America John Fitzgerald Kennedy. Di mezzo c’è la guerra fredda, il fenomeno Beatles, il “dream” di Martin Luther King: tutte ventate che soffiano altrove, percepite d riflesso.
Eppure la tragedia è lì, a pochi passi, per un monte che si muove dove non dovrebbe, e sarà vento, acqua, fango; poi silenzio, su vite e generazioni. Il dolore si schiaccia in gola, perché il rammarico non trova ideologie, moventi, politiche internazionali. Ci si potrà appellare alla superficialità, agli interessi privati, ad altro ancora; ma il fango è già rappreso, sotto le scarpe dei primi soccorritori. L’evento è più grande di loro, della memoria che porteranno, del silenzio che hanno ascoltato. E’ arrivato sino a oggi, quel silenzio; e non saremo certo noi a interromperlo. Lo facciamo per rispetto: al cospetto dei tanti che hanno urlato dentro il nulla, con poca memoria a ricordarli.

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