Skip to main content

TANTI AUGURI, MAESTRO

Oggi, 29 settembre, compie gli anni Nino Migliori: non solo un fotografo, ma anche un ricercatore nell’ambito della fotografia. Parte come neorealista (e bravo, peraltro), ma poi intraprende svariate vie di sviluppo artistico, ramificate e interessanti. Lo abbiamo visto ritrarre delle persone illuminandole con un cerino, però non è stato “lo strano” a stupirci, piuttosto la volontà di sconfinare dalla fotografia all’arte, sperimentando di continuo; ecco quindi le alchimie, le prove continue per allargare le possibilità espressive dello scatto fotografico.

Nino Migliori non si accontenta dei primi successi e forse non gli servono neanche. Negli anni cinquanta frequenta il salotto di Peggy Guggenheim a Venezia ed è a quegli incontri, come quelli a Bologna con autori come Vasco Bendini, Vittorio Mascalchi, Luciano Leonardi, Manaresi e altri, che trova sostegno e affinità culturale. E’ la pittura a stimolarlo, particolarmente l’espressionismo astratto di Jackson Pollock. Lì comprende come sia possibile rompere con i luoghi comuni, quasi necessario forse. Si assume quindi dei rischi: la sua fotografia sarà di sperimentazione. Contenuti e composizioni non faranno parte delle sue immagini, tantomeno complessità estetizzanti. Sarà il senso del gesto a emergere, dove l’elemento artistico non si nutre degli orpelli tradizionalmente legati allo scatto.

Ecco cosa Nino Migliori dice di sé: «Se è ancora valida la definizione per la quale fotografare è scrittura di luce, e considerando che ho sempre cercato qualcosa di simile alla scrittura usando la luce, allora posso definirmi fotografo».

(Nino Migliori)

Continua a leggere

NASCE LA PENICILLINA

28 settembre 1928. Nel suo laboratorio del Saint Mary's Hospital, Sir Alexander Fleming nota che una cultura batterica è stata attaccata e distrutta da alcune muffe. Fleming intuisce che i funghi del Penicillium notatum contenuti nelle muffe producono un potente antibiotico naturale, la penicillina. Questa scoperta varrà per Fleming il premio Nobel per la medicina.

Alexander Fleming era uno scienziato che dedicò la propria vita alla ricerca e, grazie a una semplice dimenticanza, fece una delle scoperte più importanti della medicina. Verificando lo stato di una coltura di batteri, vi trovò una copertura di muffa. Questo evento non aveva nulla di straordinario, poiché erano normali situazioni del genere; la cosa eccezionale fu invece il fatto che questa muffa aveva annientato tutti i batteri circostanti.

La penicillina, impiegata come farmaco, avrebbe cambiato le sorti dell’umanità e, ancora oggi, i suoi derivati sintetici costituiscono uno degli arsenali più potenti della terapia medica.

Continua a leggere

ARTHUR PENN, IL REGISTA MODERNO

Conoscere l’opera di Arthur Penn vuol dire amare il cinema. Lui ha saputo portare sul grande schermo le contraddizioni della società contemporanea, mettendo in luce le ingiustizie del mondo; questo affrontando diversi stili: il noir, il western, il genere gangster. Passione e sentimento si mescolano nel suo cinema, nonostante la continua denuncia rivolta alla società americana.

Arthur Penn ha diretto i mostri sacri del cinema: da Marlon Brando a Robert Redford, da Jane Fonda ad Ann Bancroft, da Warren Beatty a Dustin Hoffman, Paul Newman, Jack Nicholson e Faye Dunaway. E poi, la sua stessa vita sarebbe potuta diventare il soggetto di un film, partendo dall’infanzia difficile. Sono seguiti l’arruolamento nell’esercito a diciannove anni durante la Seconda guerra mondiale, i lunghi soggiorni in Europa e quella la passione per la fotografia ereditata dal fratello Irving. La frequentazione dell’Actors Studio e gli intensi contatti con Truffaut e Godard completano un personaggio diverso, dal portato ideologico imponente e tradotto in pellicola con straordinaria efficacia.

Penn è stato un regista “moderno”, innovativo peraltro. Ha cambiato il cinema di Hollywood, lasciando che altri potessero godere della sua semina.

Continua a leggere

LA POLITICA IN TV

Il 26 settembre 1960 andò in onda il primo dibattito televisivo tra i candidati alla presidenza degli Stati Uniti: quello tra Nixon, allora vicepresidente degli Stati Uniti, e il senatore Kennedy. Tra i due sappiamo come andò a finire, ma quella trasmissione permise di far comprendere le novità comunicative connesse allo strumento televisivo.

Partiamo dalla fine: Kennedy aveva un aspetto migliore, si trovava più a suo agio nel parlare davanti alle telecamere, il che oggi impone alcune riflessioni che riguardano appunto la comunicazione politica. Per prima cosa, diventa importante l’immagine di chi va in onda, che appare come una persona comune: come noi, potremmo dire. Si tratta di un cambiamento dirompente, perché è la politica stessa a modificarsi: non più sacra ed eletta, ma alla portata di tutti. Il fenomeno oggi si è anche amplificato con la venuta dei social: lì i politici raccontano se stessi, di continuo; la loro fisicità, sommata alle idee, diventa così “pop”, accessibile, esaltata o frantumabile a seconda dell’apparire.
Con la TV, si potrebbe parlare di comunicazione “diretta”: volti, parole e idee entrano senza bussare nelle case della gente; anche se poi a monte c’è una coreografia ben strutturata, studiata a fondo; e questo riguarda anche gli odierni social network.

Torniamo al dibattito del 26 settembre 1960. La preparazione di Kennedy fu accurata e attenta, sin dal discorso d’apertura. Da solo, modificò quanto gli era stato proposto dal suo staff; e si rivolse direttamente al popolo americano, replicando la modalità anche nella dichiarazione conclusiva. Nixon invece usò i due spazi per mettere in luce i punti di disaccordo nei confronti dell’avversario. Il risultato? Kennedy si mostrò capace di essere un leader deciso a gestire i problemi del Paese, Nixon apparì al contrario solo un politico che cercava di prevalere sul rivale.
Altri aspetti vennero fuori da quel dibattito. Il vestito del vicepresidente (grigio) si confondeva con lo sfondo e il suo volto appariva rigato di sudore. Perse quindi anche l’immagine “estetica”, che alla fine risultava meno rassicurante e poco convincente. JFK, invece, trasmise la propria gioventù: era l’uomo nuovo della politica americana. E vinse.

Continua a leggere