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FOTOGRAFIA DA LEGGERE …

Consueto appuntamento del lunedì con fotografia da leggere. Questa volta ci rivolgiamo a un libro appena uscito, scritto da un autore che abbiamo ospitato spesso nell’appuntamento settimanale: Ferdinando Scianna. Si tratta di “Abecedario fotografico”, Edizioni Contrasto. Diciamo subito che si tratta di un volume elegante, ben impaginato, come sono d’abitudine quelli dell’editore romano. Questa volta la copertina è flessibile (forse per via della foliazione), ma il piacere nel girare le pagine è quello di sempre.

Il titolo (“Abecedario fotografico”) può trarci in inganno. Non siamo di fronte a un dizionario enciclopedico o a un vocabolario di significati e sinonimi, ma a un’opera di sintesi, coraggiosa per questo, del pensiero fotografico (e non solo) maturato in una vita. Del resto, per Scianna la fotografia ha rappresentato una maniera di vivere, come ci spiega con le sue parole:
«La fotografia è per me un mestiere, il filtro attraverso il quale entro in relazione con il mondo e il mondo con me; la ricerca, forse assurda, d’istanti di senso, di forma, nel caos della vita. Tentativo di comprendere, di comprendersi. Una maniera di vivere».

L’ordine alfabetico riguarda i vari argomenti affrontati e quindi mette un po’ d’ordine alle varie riflessioni. A noi è piaciuto molto il capitolo “Emozioni” (lettera E). Lì si specifica come la memoria riproponga immagini ferme e quindi fotografie. Ecco cosa scrive Ferdinando Scianna: «Perché non è vero che le fotografie restituiscono solo ciò che è stato, piuttosto, a me pare, ripropongono in una sorta di lancinante presente ciò che non è più. Forse è per questo che a poco a poco mi sono andato convincendo che la massima ambizione per una fotografia sia di finire in un album di famiglia. E’ quello, forse, il luogo dove le fotografie sprigionano le più profonde emozioni».

Non potevano mancare riflessioni su analogico e digitale, moda, fotogiornalismo, ritratto. C’è poi un capitolo sull’ambiguità (Lettera A), che è specifico dell’autore siciliano.
Il libro è da leggere più volte e anche da consultare, se necessario, per tornare su un argomento. Tra le righe c’è tanta fotografia e anche una lezione per viverla appieno.

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CATTIVO CON IL CUORE DA BUONO

Stiamo parlando di Jean Reno, l’attore andaluso nato il 30 luglio 1948. Lo ricordiamo a volte duro, in altre romantico, in alcuni casi spietato, in altri quasi goffo. I ruoli di Jean Reno sono stati così, variegati; ma tutti interpretati con bravura. L’attore francese ha preso parte ai set più importanti del cinema contemporaneo.
Ci sovviene il ruolo interpretato in “French Kiss” (1995), dove veste i panni di un ispettore di polizia buono è accondiscendente. Nulla a che vedere con quanto ha mostrato in “Léon” (1994), dove impressionava (e spaventava) per i suoi silenzi, un killer che portava sempre con sé una pianta di gerani, citata anche nei dialoghi:
«Ami la tua pianta?»
«E' la mia migliore amica. Sempre felice, niente domande ed è come me, vedi? Senza radici». «Se la ami davvero, dovresti portarla in mezzo ad un prato in modo che le metta le radici!». Nella stessa pellicola (Léon) viene fuori la filosofia del killer:
«Le cose non rimangono uguali dopo aver ucciso qualcuno. La tua vita cambia per sempre. Dovrai dormire con un occhio aperto per il resto della vita».
E ancora:
«Il fucile è la prima arma che s’impara ad usare perché ti permette di mantenere una certa distanza dal cliente. Più ti avvicini a diventare professionista, più riesci ad avvicinarti al cliente. Il coltello, per esempio, è l'ultima cosa che s’impara».

A vincere era anche la sua fisicità: imponente e convincente (quasi 1,90 di altezza). La stessa che ha mostrato in Mission Impossible, al fianco di Tom Cruise. Lì, duro lo era veramente. Jean Reno ha comunque imparato a far tutto, forse da quando passava il suo tempo davanti alla televisione in bianco e nero. Sua è la convinzione che riportiamo:
«Un attore deve saper fare tutto, perché nella sua carriera potrebbe interpretare qualunque ruolo, secondo la regola fondamentale per cui più si fa meglio si riesce».

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SCOMPARE LA NAJA

29 giugno 2004. In Italia viene abolita la leva obbligatoria; l'ultimo giorno di "naja" fu fissato per il 30 giugno 2005.
Un anno di militare, o anche quindici mesi per alcuni, ha rappresentato un periodo di tempo speso male, accompagnato da ingredienti e nomenclature specifiche. C’erano gli imboscati, i raccomandati e i riformati (beati loro), ma anche le licenze, il pernotto, i tre giorni, il Car, la fureria, la sussistenza, le grandi manovre, il poligono, il sergente, il signor tenente, il capitano, la bandiera.

Andare sotto le armi in tempo di pace raramente ha rappresentato un piacere. Ragazzi di ogni estrazione e provenienza si trovavano da un giorno all'altro coinvolti in un mondo chiuso, fatto di regole precise, dove era addirittura bandito il confronto, la parola. Occorreva obbedire agli ordini di chi, militare per scelta, vedeva quasi con disprezzo quei lavativi che avrebbe dovuto trasformare in soldati.

Già, non dimentichiamolo, occorreva diventare soldati, cioè individui idonei alla guerra. E questo, chi scrive, è un particolare che non è mai riuscito a cogliere. Nonostante i fucili, gli spari, le guardie e i campi in tenda, l’obbedienza cieca rappresentava la prima virtù necessaria, di fronte a imposizioni a volte prive di logica. Ecco, sì: durante la naja si percepiva una forte idea di pace, il che contrastava con lo scopo di quell’anno trascorso lontano da casa, senza la fidanzata e le abitudini di sempre.

Certo sarebbe da ricordare il freddo, la scarsa pulizia, il cibo appena mangiabile o anche quella puntura al petto che avrebbe allontanato ogni male; eppure, in quell’anno, si poteva cogliere del buono: nascevano amicizie, idee, viaggi inusitati, prospettive. Occorreva accettare quello che capitava, con un po’ d’ottimismo. Sempre chi scrive ha trascorso la naja a Roma, una città riscoperta sotto altra lente. Con i 48 (un permesso di due giorni) non tornava a casa, ma si appoggiava da amici. Alla fine, erano i vent’anni a vincere, la gioventù, il desiderio di vivere appieno. La guerra? Mai pensata, nemmeno per un momento.

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L’ERA DELLE TV PRIVATE

28 luglio 1976. La Corte costituzionale italiana sancisce l'illegalità del monopolio Rai. Inizia l'epoca delle TV private. Ieri, in relazione alle emittenti radiofoniche, parlammo di rivoluzione, perché tale fu. Oggi non ci sentiamo di esprimere lo stesso giudizio, anche perché, dopo quel 28 luglio, sono trascorsi anni di controversie giuridiche e politiche. Un assetto definitivo lo si è raggiunto con la riforma del settore radiotelevisivo, espressa dalla legge 6.8.1990, n. 223 (legge Mammì). Il mercato era diventato dualistico: da un lato la Fininvest, dall’altro “mamma Rai”. Le controversie continuarono anche dopo, arrivando fino ai giorni nostri.

Che dire? L’offerta si allargava, ma il modello rimaneva quello di prima. Il telecomando aveva sostituito le manopole e lo spettatore si era abituato a fare zapping, cambiando in continuazione canale, spesso molto velocemente, per trovare un programma interessante. Forse, la vera rivoluzione è quella che ha investito la TV nei nostri giorni, iniziando ad andare a braccetto col WEB. Smartphone, tablet e Smart TV personalizzano l’offerta e lì, probabilmente, la famiglia si sta dividendo, un rischio troppo spesso attribuito alla televisione tradizionale. Oggi tutto è diventato personale, musica compresa; e i tagli generazionali diventano imponenti.

Tornando all’era delle private, qualcosa è comunque cambiato. Sono nati volti nuovi, autori differenti, trasmissioni mai viste. Hanno iniziato a imperversare le soap opera, Dallas e cose del genere; in più sono comparse le “veline” con “Striscia la Notizia”. Altro si potrebbe dire, ma è mancata la rivoluzione: la TV aveva già i suoi padroni, e sono rimasti quelli.

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