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ABBIAMO DIMENTICATO …

La parentesi ospedaliera ci ha fatto dimenticare alcuni eventi, che vogliamo recuperare. Il 17 luglio 1936 iniziava la guerra civile spagnola, che oggi ci consentirà alcune divagazioni. Come abbiamo già visto in passato, una serie di eventi violenti avevano costituito un preambolo all’evento bellico. Nella notte fra il 12 e il 13 luglio un drappello di Guardias de asalto repubblicane decide di uccidere il leader monarchico José Calvo Sotelo. S’intende così vendicare la morte di un tenente delle Guardias de Asalto, José del Castillo, assassinato da un gruppo di falangisti nel pomeriggio del 12.
La Guerra Civile spagnola ci permise di parlare del “Miliziano” di Robert Capa. Si è discusso a lungo di quella fotografia: vera? Falsa? Inventata? Sono sorte anche delle ipotesi per le quali a scattare sia stata una ragazza. Riportiamo, in una selva di voci dissimili tra loro, l’opinione di un fotografo italiano, Mario Dondero. Aveva indagato a lungo su quell’immagine e secondo lui non vi erano dubbi, già dall’identità del soldato: “Si chiamava Federico Borrell García, detto Taino, 24 anni”. “Operaio tessile, anarchico, proveniente da Alcoy, villaggio dell'entroterra alicantino”. “Cadde a Cerro Muriano, il 5 settembre del ‘36, mentre fronteggiava la controffensiva dei regulares marocchini guidati dal generale Varela”.
Le teorie sono tante, ma il valore della fotografia rimane. Come dire, non inganna; anzi, mette in mostra la guerra per ciò che rappresenta: la morte di un soldato che, colpito, cade sul campo di battaglia.

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IL GIORNALISTA E LA LETTERA 22

Stiamo ricordando Indro Montanelli (deceduto il 22 luglio 2001, a Milano) con un titolo che potrebbe sembrare irriverente. Chiediamo scusa, per questo; ma in noi è nato il desiderio di aggiungere un po’ di leggenda a una vita meravigliosa.
L’Olivetti Lettera 22 ha accompagnato tutta l’esistenza di Indro Montanelli, come se fosse una sua estensione. Addirittura si dice che il ventidue luglio 2001, quando sopraggiunse la morte del giornalista, la sua macchina per scrivere abbia smesso di funzionare. Era uno dei primi modelli, color verde chiaro, e decise di non sopravvivere al suo proprietario. Quella Lettera 22 ha finito per assumere degli elementi da romanzo, continuando a stimolare la fantasia dei lettori, oltre l’aspetto tecnico e meccanico.

Circa l’Indro Montanelli giornalista, condividiamo quanto Ferdinando Scianna ha scritto nel suo “Visti e Scritti” (edizioni Contrasto): «E’ stato un grandissimo giornalista, per la prosa cristallina, la chiarezza delle idee da comunicare, la capacità di sintesi, il coraggio della polemica sanguinosa. Leggerlo è sempre stato un piacere, anche quando faceva infuriare. Non è stato un giornalista qualsiasi, ma un protagonista della scena politica e culturale italiana per più di cinquant’anni. E’ nato fascista, ha continuato antifascista, è stato conservatore tutta la vita e ha finito divinizzato dalla sinistra per meriti antiberlusconiani. Soprattutto è stato “montanellista”.
Indro Montanelli giornalista manca all’informazione, ma anche a tutto il mondo dell’opinione. Sentiamo ancora oggi il bisogno della sua severità, espressa con forza e apprezzata anche quando le nostre idee divergevano dalle sue. Oggi si urla troppo, anche quando non serve; nella convinzione che vince chi fa la voce grossa. Altri tempi, altre persone.

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NASCE CAT STEVENS

L’estate è una stagione vacanziera, fatta anche di riflessioni, sul tempo e sull’età, come direbbe un noto cantautore. Quella del 1969, ad esempio, fu ricca di eventi che diventarono storia: dal primo allunaggio (20 luglio) al concerto di Woodstock (15-18 agosto). L’uomo camminava sulla luna e cambiava la prospettiva sul mondo. Qualcuno ci guardava di lassù, e all’improvviso da osservatori diventammo guardati, piccoli, abitanti dello spazio.
Ma proprio le regole prospettiche stavano cambiando, forse più drasticamente. In quell’estete 1969 due computer, uno a est l’altro a ovest degli USA, si misero a dialogare, scambiandosi dati, dando così origine alla rete. Tempo e spazio, elementi cardine della fisica classica, venivano messi da parte: era stata posta la prima pietra sulla globalizzazione.
Il mondo giovanile si sarebbe dato appuntamento a Woodstock, per una tre giorni di musica; in più, sempre nell’estate ’69 veniva presentato il film Easy Rider, un road movie che metteva in luce la cultura della controtendenza, la risposta hippie al piattume medio borghese: l’inno alla libertà ad ogni costo.
Non dimentichiamo poi che l’8 agosto, sempre nel 1969, i Beatles attraversavano le strisce pedonali di Abbey Road, contribuendo a creare una delle fotografie da copertina più famose nella storia della musica pop.

A metà anni ’60 iniziava la sua carriera un cantautore che avrebbe impegnato le nostre vite dieci anni dopo: Cat Stevens. Ricordiamo una Renault 5 arancione, un “mangianastri” estraibile, due casse Voxson sulla cappelliera. Il nastro, opportunamente riavvolto con la penna Bic, proponeva “Father & Son”, "Wild World", "Hard Headed Woman", "Moonshadow". Forse noi, da ascoltatori, non comprendevamo l’intimità dei brani, ma la musica arrivava con efficacia al cuore e agli amori.
Per un po’ tempo, Cat è scomparso dalla scena musicale e siamo contenti di riscoprilo oggi. Lui è venuto in Italia nel 2014, ospite del Festival di San Remo (quello condotto da Fabio Fazio); il che ha contribuito a rinfrescare la memoria di molti.
Non dimentichiamo comunque come sempre Cat Stevens abbia scritto una delle cover più famose di sempre, quella celebre "The First Cut Is The Deepest", che ascoltiamo spesso dalla voce di Rod Stewart.

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FOTOGRAFIA DA LEGGERE …

Non è lunedì, ma ci rivolgiamo ugualmente alla “Fotografia da Leggere”. Una parentesi ospedaliera ha impedito la quotidianità delle notizie (recupereremo in qualche modo) e ci piace significare il periodo con un libro appena letto, dalla forza narrativa profonda, da grande classico. Stiamo parlando di “Gli anni”, di Annie Ernaux (L’Orma editore).
La fotografia? Sì, nel volume c’è anche essa, eccome; ma lo diciamo sottovoce, per non diluire il valore di un’opera che, come dice il Corriere della Sera, risulta tra le più cruciali del nostro tempo.
Andiamo con ordine. La prima riga del romanzo recita queste parole: «Tutte le immagini spariranno»; l’ultima: «Salvare qualcosa del tempo in cui non saremo mai più». E Annie compie un’opera di salvataggio, con una trama che ripercorre la storia francese, e non solo, dal dopoguerra fino ad oggi.
La veste del racconto è autobiografica e il ritmo narrativo, nelle varie fasi storiche, è scandito da una fotografia e dal ricordo di alcuni pranzi consumati con i parenti stretti durante le domeniche. Le immagini sono raccontate con cura, quasi a farcele scorgere; e il soggetto è sempre l’autrice. Ogni istantanea riporta luogo, data e, nella parte descrittiva, anche l’autore. Dobbiamo dire che all’inizio del volume ci siamo commossi, riconoscendo il periodo storico e anche i contenuti dei pranzi di famiglia. Subito dopo è emersa una forma di sgomento, perché come si legge all’inizio: «Abbiamo solo la nostra storia ed essa non ci appartiene» (José Ortega y Gasset).
Già, occorre salvare un tempo; ma proprio oggi ci accorgiamo come chi scrive, di persona, sia l’ultimo testimone di fotografie e film (8 mm) dei tempi andati, per quanto attiene la sua prossimità. Possiamo mostrare tutto, raccontarlo; ma manca l’interlocutore coerente, coevo con i fatti. Peccato, Annie ha ragione: «Tutte le immagini spariranno».

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