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UNA FOTO DIVERSA PER MARILYN

Il 5 agosto 1962 fu ritrovata nuda, nel suo letto di Los Angeles, senza vita. In mano pare avesse una cornetta del telefono. Seguirono delle indagini e venne stabilito che la causa del decesso era stata un’overdose di barbiturici. Lei era Norma Jean Baker, universalmente nota come Marilyn Monroe. Aveva trentasei anni. Ancora oggi viene ricordata per via di una bellezza “composita”, dove la sensualità si sommava a un atteggiamento infantile; una sorta di bipolarità ammaliante, di cui lei stessa era madre e figlia, serva e padrona.
Marilyn era bella, molto; ma anche sexy di natura. Oltretutto “le piaceva di piacere”, atteggiamento che non teneva nascosto. Lei sommava queste caratteristiche con comportamenti immaturi: il che ha generato una sorta di bomba esplosiva, che la contraddistingueva; e che ha generato un mito.

Abbiamo parlato tante volte dell’attrice americana, utilizzando le molte fotografie che i tanti professionisti le hanno dedicato. Sarebbe inutile ripetere, oggi, come lei abbia rappresentato “il sogno proibito” d’intere generazioni; o anche di quanto fosse insicura e sentimentalmente instabile, dalla personalità fragile, derivata forse da un’infanzia infelice, trascorsa in orfanotrofio. Tutte parole che rafforzerebbero il mito, senza collocarla nella storia.

In questo 5 agosto 2023 volevamo dedicare all’attrice un’immagine che la riguardasse, senza esaltarne l’aspetto. La scelta è caduta su uno scatto di Robert Frank. Guardiamolo. Siamo in una spiaggia degli Stati Uniti. Una donna bruna è sdraiata sulla sabbia. Una bambina solleva al vento una grande bandiera americana. Un ragazzino legge con attenzione un quotidiano, sul quale spicca a chiare lettere il titolo "Marilyn Dead”.
In un unico scatto Robert Frank ha racchiuso un attimo di vita quotidiana e una scaglia di storia: la vita e la morte, la gioia festiva e la tragedia, in un'unica immagine irripetibile.

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NASCE LOUIS ARMSTRONG

Riprendiamo una notizia pubblicata nel 2020, il 4 agosto: nasce Louis Armstrong. C’è un po’ di simpatia, da parte nostra, con in più quella nostalgia che parte da un ascolto domestico per via del padre. A noi è rimasta l’idea di un artista a tutto tondo, che ha trasferito la sua tromba al di fuori del jazz classico, portandola persino nel cinema; ricordiamo a proposito: Alta società, regia di Charles Walters (1956) e Hello, Dolly!, regia di Gene Kelly (1969).

Ci viene in mente un vinile crepitante nel quale Louis suona e canta con Ella Fitzgerald: una voce melodica e calda (quella di lei) che duetta con un’altra, color catrame, quando la tromba non è sulle labbra. Non solo, un altro disco in casa riproduceva i brani dei film di Walt Disney suonati dal trombettista di New Orleans. Lì era il timbro vocale a vincere.

Non dimentichiamo che Louis Armstrong partecipò anche al Festival di San Remo, nel 1968. Insomma per noi Satchmo (soprannome dovuto alla dimensione della bocca) ha rappresentato una presenza importante dell’ascolto domestico, quando ancora i trasduttori, registratori o giradischi che fossero, non erano personali come oggi, ma messi in comune. Il jazz? Era distante e lo è ancora oggi, quando in macchina ascoltiamo “La vie en rose”, con il suo assolo finale di tromba. La memoria aiuta, tra nostalgia e felicità: bene così.

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RICORDANDO HENRI CARTIER BRESSON

E’ la prima volta che celebriamo Henri Cartier Bresson nel giorno della sua dipartita (3 agosto 2004). Lo facciamo volentieri, anche perché per noi lui non è un capitolo chiuso: le sue immagini inducono sempre a riflettere, al di là dell’istante decisivo o dei tanti libri che abbiamo letto. Forse ha ragione Ferdinando Scianna, che in Obiettivo Ambiguo scrive: «E’ inafferrabile HCB, come il mercurio, metallo liquido. A volerlo costringere, acchiappare, immediatamente si frammenta il mille goccioline per subito ricomporsi in un’apparenza compatta».
Parole sante, quelle del fotografo siciliano, che prendono forza da come Bresson si esprimeva sulla fotografia (sempre da Obiettivo ambiguo): «Non bisogna volere nulla, dice HCB, mentre si fanno le fotografie, bisogna dimenticarsi, scomparire per essere integrati. Ma questo implica un processo complesso: significa molto pensare, molto osservare, apprendere, partecipare fino a fondersi con la vita, prima e dopo l’atto fulmineo del prendere-essere presi dall’immagine nella sua conclusa perfezione. La fotografia “cosa mentale”».

Di Bresson ci sono anche i libri, con uno ad aprire un capitolo nuovo nell’editoria fotografica: Images à la Sauvette. Ecco cosa ha detto Gianni Berengo Gardin: «Quando ho iniziato a fotografare, a metà degli anni ’50, Cartier-Bresson aveva da poco pubblicato il suo libro capolavoro Images à la Sauvette. Io lo comprai subito. Tutti noi, fotoamatori o professionisti, lo vedevamo come un mito; per me era a tutti gli effetti un Dio. E’ stato proprio attraverso quel libro, guardando quelle fotografie, che ho deciso che impronta dare alla mia fotografia».
“Images à la Sauvette” è uno dei più grandi libri fotografici mai pubblicati. Uscito nel 1952, con una copertina originale di Matisse, riunisce le fotografie di Henri Cartier-Bresson dei primi venti anni della sua carriera. Si tratta di un’ampia presentazione della sua arte, dove le immagini diventano un vertice emotivo e formale. Questo libro rimane un punto fermo per molti fotografi.

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REGINA DI HOLLYWOOD

Prima di parlare della “Regina di Hollywood”, ricordiamo come il 2 agosto sia nata la scrittrice Isabel Allende. Parlammo di lei il 29 agosto dello scorso anno, nell’ambito della “Fotografia da Leggere”. Oggi è una delle voci più importanti della letteratura sudamericana. È nata a Lima, Perù, nel 1942, ma all'età di tre anni si è trasferita in Cile con la madre e due fratelli. Ha trascorso la sua infanzia lì, a casa dei nonni materni, viaggiando anche viaggiato molto e vivendo in diversi paesi, per via della carriera diplomatica del suo patrigno. Da adulta è tornata in Cile, dove si è sposata, ha avuto due figli, lavorando lì come giornalista fino al 1973. Dopo il colpo di Stato militare di Pinochet si è trasferita in Venezuela e, subito dopo, negli Stati Uniti; ora vive a San Rafael, in California, con il suo secondo marito. I suoi libri sono stati tradotti in molte lingue. Scrive principalmente narrativa, ma si è anche occupata di racconti per bambini, libri umoristici, spettacoli teatrali. Tra i suoi libri ricordiamo: "La casa degli spiriti", "D'amore e ombre", "Eva Luna", "La pianura infinita", "Paula" (un libro di ricordi, scritto in un periodo tragico, la malattia e la morte della figlia), e la trilogia di libri per giovani adulti, "La città delle bestie", "Regno del drago d'oro" e "La foresta dei pigmei”.

In questa sede ci piace ricordare “Ritratto in Seppia”. Gli ingredienti del libro sono tanti: una famiglia, complicata e complessa, la morte, la guerra, un’infanzia dimenticata, gli incubi, i nonni, la passione per la fotografia della protagonista. In un disordine entropico, tutto raggiunge le sue simmetrie logiche; con l’arte dello scatto quale fattore coadiuvante.

Myrna Loy è nata il 2 agosto 1905 a Radersburg, nel Montana (USA). Ha iniziato la sua carriera cinematografica interpretando donne fatali. Raggiunse la celebrità negli anni '30 in ruoli disinvolti e intraprendenti, per via del suo fascino, sommato a grazia e brio. E’ stata la sua eleganza a farle meritare il titolo di "Regina di Hollywood", anche per via delle accattivanti doti di dolcezza e disinvoltura.

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