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BUON COMPLEANNO PAOLO

Ci rivolgiamo a lui per nome, come si farebbe con un amico; ma non può essere diversamente, visto che chi compie gli anni ha camminato sulle stelle, in assenza di gravità. Oggi è il compleanno di Paolo Nespoli, astronauta. Per anni ne abbiamo seguito le gesta con le idee all’insù, oltre il cielo e le nuvole. Ci sembrava impossibile vederlo leggero dentro le navicelle, eppure non lo abbiamo invidiato, perché lo spazio è per pochi: ci vuole il fisico e la testa, almeno così pare. Leggendo la sua biografia, si scoprono un’alternanza di incertezze a costellare una vita rigida, difficile, priva di slanci, partita da lontano. Dove si è formato il Paolo astronauta? In oratorio? Al liceo? O forse durante la vita militare? Ecco, sì; ci appare evidente come lui sia sempre stato in grado di gestire le pressioni, le emergenze, i dubbi, anche le sconfitte (poche, potremmo dire). Lassù, in orbita attorno alla terra, non possono esistere incertezze e nemmeno distrazioni: fuori c’è il nulla, un silenzio cosmico pronto ad avvolgerti per sempre; i problemi non devono esistere.

La vita corre, lo sappiamo bene; e un giorno ci voltiamo indietro accorgendoci come il tempo sia compresso, indefinibile, con solo i ricordi (idealizzati) a emergere ogni tanto. Rimangono gli incontri, quelli essenziali, con i quali siamo riusciti a salvarci, svoltando nella nostra vita. Tra il Nespoli terreno e quello stellare di mezzo c’è una donna, Oriana Fallaci. Non vogliamo sapere cosa sia esistito tra di loro, e nemmeno il come: non sarebbe elegante. Certo è che Paolo ha cambiato passo e anche orizzonte. Forse pure lui ha iniziato a guardare in alto, dove noi volgiamo gli occhi solo per sperare nel meglio. E’ bello vedere che in mezzo a tanta scienza, tra terra e cielo, abbia trovato spazio il cuore e pure un sentimento umano.

Ringraziamo Gabriele Rigon per le immagini che ci ha voluto dedicare

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NASCE SPENCER TRACY

Il 5 aprile 1900 nasce l’attore Spencer Tracy. Noi lo ricordiamo nel film “Il vecchio e il mare”, tratto dal romanzo di Ernest Hemingway. La pellicola è stata trasmessa più volte dalla nostra TV, quando era ancora in bianco e nero. L’attore sembrava perfettamente a suo agio in quel ruolo, quasi fosse vissuto di fianco a Hemingway.
Ricordiamo la trama del romanzo. Le vicende vivono su due personaggi, il vecchio Santiago e Manolo, un ragazzo; che si dividono le vicende tra capanne e mare. Il pescatore sembra colpito da una maledizione, non porta a casa nulla, da tempo. Era già solo, ma quando impediscono al ragazzo di uscire con lui, il confronto tra uomo e mare diventa totale, assoluto, col carattere di una sfida impossibile. Il duello finale suona come un improvviso ritorno al passato, a quell’energia che pareva scomparsa.

Per ottantaquattro giorni non era riuscito a pescare nulla, eppure il vecchio Santiago raccoglie le forze e riprende il mare per una nuova battuta di pesca. Nella disperata caccia a un enorme marlin, lotta quasi a mani nude contro gli squali che un pezzo alla volta gli strappano la preda, lasciandogli solo il simbolo della vittoria. Il pescatore ritrova dentro di sé il segno e la presenza del proprio coraggio, la giustificazione di una vita intera.

Dal romanzo è stato tratto l’omonimo film del 1958, diretto da John Sturges, con Spencer Tracy nel ruolo di Santiago. La pellicola, nel 1959, si è aggiudicata il Premio Oscar per la miglior colonna sonora (Dimitri Tiomkin). A Spencer Tracy era stata assegnata la nomination quale migliore attore protagonista.

Spencer Tracy ci consente di osservare una fotografia di Irving Penn, dove l’attore è chiuso in un angolo, come altre celebrità.

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L’ETA’ DI FULVIA, UN RACCONTO

Era bella, Fulvia: anche di più. La ricordano ancora oggi, qui: a Ponte della Venturina; perché il solo vederla passare bastava per tenerla in mente, a lungo. Aveva capelli neri, folti, ed occhi profondi, intensi; e denti bianchissimi, che ad ogni sorriso sembravano prenderti in giro. Il corpo, poi, viveva di vita propria: quasi disgiunto dalla vivacità della persona, perché sinuoso, invitante, imbarazzante.
Compariva d’estate, come d’incanto; e tutti gli occhi erano per lei, non solo quelli dei coetanei: perché Fulvia era appiccicosa allo sguardo e all’idea, per giovani ed attempati. I suoi nonni parlavano della nipote con un linguaggio consueto, e dei soliti argomenti: la scuola, gli studi, le qualità, quella vita in città così speciale perché distante, non verificabile. Ma Fulvia era diversa e quei discorsi suonavano male; era più facile guardala passare ed immaginare: il bello o il brutto, con l’invidia o il desiderio, con la passione e, alla fine, il sogno.
A Fulvia tutto era dovuto: non perché pretendesse, ma per il fatto che tutti le prestavano attenzione. E premura. Tutto ciò capita ai belli, sin da bambini; perché loro non vogliono giocare, ma si concedono nel farlo: così è importante approfittarne; lo stesso dicasi per le feste, le gite, e quelle sere d’estate fatte di caldo, buio e stelle. I giovani le hanno sempre usate per conoscersi e scoprirsi, senza però accorgersi che il tempo sarebbe passato come quel treno lucido, proprio sotto il ponte. “Chi prende il treno a quest’ora è solo nella vita”, diceva Fulvia, ma nessuno la stava ad ascoltare; il solo vedere il suo volto senza il bianco del sorriso era una primizia da non perdere, per potere ricordare meglio.

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FOTOGRAFIA DA LEGGERE …

Consueto appuntamento del lunedì con la fotografia da leggere. Questa volta incontriamo: “Fotografia come Letteratura”, di Giuseppe Marcenaro (Bruno Mondadori Editore, 2008). Si tratta di un volume molto interessante, per com’è costruito. Già scorrendo l’indice, ci rendiamo conto di affrontare un testo di storia della fotografia, se pur a frammenti. Ne riconosciamo i nomi e i fatti, che però qui hanno uno scopo diverso. Non si tratta di dipanare lo sviluppo di una forma espressiva, ma di metterla a confronto, di volta in volta, con un’altra, nobile e già vigente: la letteratura.

La tenzone che ne deriva non è cruenta e non premia un vincitore; diciamo che vengono posti in essere quesiti e riflessioni, che aggiungono valore alla fotografia (la letteratura non ne ha bisogno). Daguerre e il suo lustrascarpe (cap. 2, boulevard du Temple) assumono il ruolo di testimoni per una visione nuova, forse (il dubbio rimane in tutto il libro) in competizione con la parola scritta.

Scorrendo il libro, s’incontrano altri amici per chi abbia affrontato l’immagine scattata da un punto di vista storico. E’ bello riconoscere Alessandro Pavia e “L’Album dei Mille” (Capitolo 5), ma anche Julia Cameron, Émile Zola, Walter Benjamin, tutti capaci di far sorgere riflessioni all’interno di una narrazione storica ampia di episodi e personaggi. Già, il saggio che abbiamo tra le mani in certi momenti si trasforma in un romanzo, con tante trame, ricche di dettagli spesso non riscontrabili nei testi storici.
Circa le polemiche di Baudelaire, sappiamo qualcosa in più (Baudelaire contro Nadar, capitolo quarto), anche il fatto che pure lui si fece ritrarre, e non solo da Felix Nadar. Qui l’alterco viene affrontato in maniera ricca ed esaustiva (numerose sono le tracce di carteggi), senza entrare negli interrogativi più banali.

Per finire, il volume è bello e buono, interessante, pronto per una lettura anche frammentata (per via dei capitoli). La fotografia non viene né promossa, tantomeno bocciata; emerge solo come elemento nuovo nella storia, e questo è indiscutibile.

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