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L’ANGELO CHE VIENE DALL’INFERNO

La puntina scende sul vinile. Un padre appassionato cerca di coinvolgere il figlio giovane verso il jazz. La voce è calda, suadente; non impressiona, ma avvolge le idee. Il genitore cerca negli occhi del ragazzo un segno di assenso, che tarda a venire. Non è facile comprendere il jazz: occorre impegno, conoscenza, approfondimento; e forse è proprio l’età a farne comprendere il valore.

Di certo qualcosa è però rimasto nelle orecchie di quell’adolescente, perché oggi ripercorre, all’ascolto, i nomi conosciuti anni prima con i vinili paterni. Ne ha compreso però le storie: complicate, difficili, strane. E’ il caso di Billie Holiday, un angelo del jazz, che ha conosciuto l’inferno della povertà con la pelle nera. Non le sono mancate stupri e dedizione alla prostituzione (si dice), con un’infanzia finita in riformatorio.
Dove si è formata Billie, musicalmente poi? Una domanda legittima, anche se preferiamo pensare che dall’inferno sia nato un angelo, figlio della povertà e dell’ingiustizia.

La puntina non scende più sui vinili, che pure sono ancora lì: in libreria. Si sono aggiunti i libri, quelli di fotografia, a tracciare una via sui rivoli del jazz. Non poteva mancare “Jazz Life”, di William Claxton (Ed. Taschen). Da costa a costa, da artisti di strada sconosciuti a leggende del genere, il volume rappresenta un viaggio nel jazz alla scoperta delle origini di quella che può essere considerata la più originale delle forme d'arte americane. A New Orleans, a New York, a St. Louis, a Biloxi, a Jackson e oltre, le immagini di Claxton esaminano le diversità regionali del jazz e la sua pervasiva vitalità interiore. Mostrano gli spazi e le persone che questa musica ha toccato, dalle parate funebri ai palchi dei concerti, da un anziano trombettista ai bambini che si appendevano ai finestrini per scorgere una band che passava.

In “Jazz Life” c’è anche Billie Holiday che canta: l’angelo che viene dall’inferno. Pare di sentire ancora il crepitio della puntina sul vinile, in un bianco e nero che fa riflettere.

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BUON COMPLEANNO PAOLO

Ci rivolgiamo a lui per nome, come si farebbe con un amico; ma non può essere diversamente, visto che chi compie gli anni ha camminato sulle stelle, in assenza di gravità. Oggi è il compleanno di Paolo Nespoli, astronauta. Per anni ne abbiamo seguito le gesta con le idee all’insù, oltre il cielo e le nuvole. Ci sembrava impossibile vederlo leggero dentro le navicelle, eppure non lo abbiamo invidiato, perché lo spazio è per pochi: ci vuole il fisico e la testa, almeno così pare. Leggendo la sua biografia, si scoprono un’alternanza di incertezze a costellare una vita rigida, difficile, priva di slanci, partita da lontano. Dove si è formato il Paolo astronauta? In oratorio? Al liceo? O forse durante la vita militare? Ecco, sì; ci appare evidente come lui sia sempre stato in grado di gestire le pressioni, le emergenze, i dubbi, anche le sconfitte (poche, potremmo dire). Lassù, in orbita attorno alla terra, non possono esistere incertezze e nemmeno distrazioni: fuori c’è il nulla, un silenzio cosmico pronto ad avvolgerti per sempre; i problemi non devono esistere.

La vita corre, lo sappiamo bene; e un giorno ci voltiamo indietro accorgendoci come il tempo sia compresso, indefinibile, con solo i ricordi (idealizzati) a emergere ogni tanto. Rimangono gli incontri, quelli essenziali, con i quali siamo riusciti a salvarci, svoltando nella nostra vita. Tra il Nespoli terreno e quello stellare di mezzo c’è una donna, Oriana Fallaci. Non vogliamo sapere cosa sia esistito tra di loro, e nemmeno il come: non sarebbe elegante. Certo è che Paolo ha cambiato passo e anche orizzonte. Forse pure lui ha iniziato a guardare in alto, dove noi volgiamo gli occhi solo per sperare nel meglio. E’ bello vedere che in mezzo a tanta scienza, tra terra e cielo, abbia trovato spazio il cuore e pure un sentimento umano.

Ringraziamo Gabriele Rigon per le immagini che ci ha voluto dedicare

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NASCE SPENCER TRACY

Il 5 aprile 1900 nasce l’attore Spencer Tracy. Noi lo ricordiamo nel film “Il vecchio e il mare”, tratto dal romanzo di Ernest Hemingway. La pellicola è stata trasmessa più volte dalla nostra TV, quando era ancora in bianco e nero. L’attore sembrava perfettamente a suo agio in quel ruolo, quasi fosse vissuto di fianco a Hemingway.
Ricordiamo la trama del romanzo. Le vicende vivono su due personaggi, il vecchio Santiago e Manolo, un ragazzo; che si dividono le vicende tra capanne e mare. Il pescatore sembra colpito da una maledizione, non porta a casa nulla, da tempo. Era già solo, ma quando impediscono al ragazzo di uscire con lui, il confronto tra uomo e mare diventa totale, assoluto, col carattere di una sfida impossibile. Il duello finale suona come un improvviso ritorno al passato, a quell’energia che pareva scomparsa.

Per ottantaquattro giorni non era riuscito a pescare nulla, eppure il vecchio Santiago raccoglie le forze e riprende il mare per una nuova battuta di pesca. Nella disperata caccia a un enorme marlin, lotta quasi a mani nude contro gli squali che un pezzo alla volta gli strappano la preda, lasciandogli solo il simbolo della vittoria. Il pescatore ritrova dentro di sé il segno e la presenza del proprio coraggio, la giustificazione di una vita intera.

Dal romanzo è stato tratto l’omonimo film del 1958, diretto da John Sturges, con Spencer Tracy nel ruolo di Santiago. La pellicola, nel 1959, si è aggiudicata il Premio Oscar per la miglior colonna sonora (Dimitri Tiomkin). A Spencer Tracy era stata assegnata la nomination quale migliore attore protagonista.

Spencer Tracy ci consente di osservare una fotografia di Irving Penn, dove l’attore è chiuso in un angolo, come altre celebrità.

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L’ETA’ DI FULVIA, UN RACCONTO

Era bella, Fulvia: anche di più. La ricordano ancora oggi, qui: a Ponte della Venturina; perché il solo vederla passare bastava per tenerla in mente, a lungo. Aveva capelli neri, folti, ed occhi profondi, intensi; e denti bianchissimi, che ad ogni sorriso sembravano prenderti in giro. Il corpo, poi, viveva di vita propria: quasi disgiunto dalla vivacità della persona, perché sinuoso, invitante, imbarazzante.
Compariva d’estate, come d’incanto; e tutti gli occhi erano per lei, non solo quelli dei coetanei: perché Fulvia era appiccicosa allo sguardo e all’idea, per giovani ed attempati. I suoi nonni parlavano della nipote con un linguaggio consueto, e dei soliti argomenti: la scuola, gli studi, le qualità, quella vita in città così speciale perché distante, non verificabile. Ma Fulvia era diversa e quei discorsi suonavano male; era più facile guardala passare ed immaginare: il bello o il brutto, con l’invidia o il desiderio, con la passione e, alla fine, il sogno.
A Fulvia tutto era dovuto: non perché pretendesse, ma per il fatto che tutti le prestavano attenzione. E premura. Tutto ciò capita ai belli, sin da bambini; perché loro non vogliono giocare, ma si concedono nel farlo: così è importante approfittarne; lo stesso dicasi per le feste, le gite, e quelle sere d’estate fatte di caldo, buio e stelle. I giovani le hanno sempre usate per conoscersi e scoprirsi, senza però accorgersi che il tempo sarebbe passato come quel treno lucido, proprio sotto il ponte. “Chi prende il treno a quest’ora è solo nella vita”, diceva Fulvia, ma nessuno la stava ad ascoltare; il solo vedere il suo volto senza il bianco del sorriso era una primizia da non perdere, per potere ricordare meglio.

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