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L’ETA’ DI FULVIA, UN RACCONTO

Era bella, Fulvia: anche di più. La ricordano ancora oggi, qui: a Ponte della Venturina; perché il solo vederla passare bastava per tenerla in mente, a lungo. Aveva capelli neri, folti, ed occhi profondi, intensi; e denti bianchissimi, che ad ogni sorriso sembravano prenderti in giro. Il corpo, poi, viveva di vita propria: quasi disgiunto dalla vivacità della persona, perché sinuoso, invitante, imbarazzante.
Compariva d’estate, come d’incanto; e tutti gli occhi erano per lei, non solo quelli dei coetanei: perché Fulvia era appiccicosa allo sguardo e all’idea, per giovani ed attempati. I suoi nonni parlavano della nipote con un linguaggio consueto, e dei soliti argomenti: la scuola, gli studi, le qualità, quella vita in città così speciale perché distante, non verificabile. Ma Fulvia era diversa e quei discorsi suonavano male; era più facile guardala passare ed immaginare: il bello o il brutto, con l’invidia o il desiderio, con la passione e, alla fine, il sogno.
A Fulvia tutto era dovuto: non perché pretendesse, ma per il fatto che tutti le prestavano attenzione. E premura. Tutto ciò capita ai belli, sin da bambini; perché loro non vogliono giocare, ma si concedono nel farlo: così è importante approfittarne; lo stesso dicasi per le feste, le gite, e quelle sere d’estate fatte di caldo, buio e stelle. I giovani le hanno sempre usate per conoscersi e scoprirsi, senza però accorgersi che il tempo sarebbe passato come quel treno lucido, proprio sotto il ponte. “Chi prende il treno a quest’ora è solo nella vita”, diceva Fulvia, ma nessuno la stava ad ascoltare; il solo vedere il suo volto senza il bianco del sorriso era una primizia da non perdere, per potere ricordare meglio.

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FOTOGRAFIA DA LEGGERE …

Consueto appuntamento del lunedì con la fotografia da leggere. Questa volta incontriamo: “Fotografia come Letteratura”, di Giuseppe Marcenaro (Bruno Mondadori Editore, 2008). Si tratta di un volume molto interessante, per com’è costruito. Già scorrendo l’indice, ci rendiamo conto di affrontare un testo di storia della fotografia, se pur a frammenti. Ne riconosciamo i nomi e i fatti, che però qui hanno uno scopo diverso. Non si tratta di dipanare lo sviluppo di una forma espressiva, ma di metterla a confronto, di volta in volta, con un’altra, nobile e già vigente: la letteratura.

La tenzone che ne deriva non è cruenta e non premia un vincitore; diciamo che vengono posti in essere quesiti e riflessioni, che aggiungono valore alla fotografia (la letteratura non ne ha bisogno). Daguerre e il suo lustrascarpe (cap. 2, boulevard du Temple) assumono il ruolo di testimoni per una visione nuova, forse (il dubbio rimane in tutto il libro) in competizione con la parola scritta.

Scorrendo il libro, s’incontrano altri amici per chi abbia affrontato l’immagine scattata da un punto di vista storico. E’ bello riconoscere Alessandro Pavia e “L’Album dei Mille” (Capitolo 5), ma anche Julia Cameron, Émile Zola, Walter Benjamin, tutti capaci di far sorgere riflessioni all’interno di una narrazione storica ampia di episodi e personaggi. Già, il saggio che abbiamo tra le mani in certi momenti si trasforma in un romanzo, con tante trame, ricche di dettagli spesso non riscontrabili nei testi storici.
Circa le polemiche di Baudelaire, sappiamo qualcosa in più (Baudelaire contro Nadar, capitolo quarto), anche il fatto che pure lui si fece ritrarre, e non solo da Felix Nadar. Qui l’alterco viene affrontato in maniera ricca ed esaustiva (numerose sono le tracce di carteggi), senza entrare negli interrogativi più banali.

Per finire, il volume è bello e buono, interessante, pronto per una lettura anche frammentata (per via dei capitoli). La fotografia non viene né promossa, tantomeno bocciata; emerge solo come elemento nuovo nella storia, e questo è indiscutibile.

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NASCE HANS CHRISTIAN ANDERSEN

Il 2 aprile, dal 1967, ricorre la “Giornata Internazionale del Libro per Bambini”, giorno in cui nacque lo scrittore Hans Christian Andersen, famoso per le sue fiabe. Lo scopo della ricorrenza è quello di sottolineare l’importanza della lettura fin dalla più tenera età.
Il mondo delle favole ci riporta agli anni dell’infanzia, quando a narrarle erano i nonni, ormai sostituiti da tablet e smartphone. Spesso la trama veniva modificata, anche perché riportare a un infante la versione originale della “Piccola fiammiferaia” (di Andersen) non era certo un invito alla serenità: la bimba muore in un gelido inverno mentre tenta di scaldarsi con i pochi fiammiferi rimasti; e negli ultimi istanti di vita rammenta la nonna.

Il ricordo dello scrittore danese ci riporta a “Frozen, il regno di ghiaccio”, un film d'animazione del 2013, diretto da Chris Buck e Jennifer Lee; prodotto dalla Walt Disney. La pellicola era liberamente tratta dalla fiaba “La regina delle nevi”, di Hans Christian Andersen. Al centro della vicenda non c’è nessun principe azzurro e neanche un drago da sconfiggere, bensì unicamente l’affetto tra due sorelle, su quale poggerà il lieto fine.
Del film ricordiamo la colonna sonora e il brano Let it go, cantato da Idina Menzel (presente nella nostra lista d’ascolto, per via delle figlie; e centrale nella trama del film).

Di Andersen vogliamo rammentare “La principessa sul pisello”, una favola a lieto fine. Una principessa, capitata per caso in un castello, viene messa alla prova mettendo di nascosto un pisello sotto tanti materassi, prima della notte; questo per verificarne la nobiltà. La mattina dopo le verrà chiesto come avesse dormito e lei risponderà: «Malissimo!». Il Principe sposerà la ragazza convinto di unirsi a nozze con una principessa vera.

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PESCE D’APRILE

E’ il primo aprile, conosciuto, dai tempi della scuola, per essere il giorno in cui gli scherzi sono in agguato; ma perché si dice pesce d’aprile? Proprio il primo giorno del mese? Il pesce d’aprile è un giorno “festeggiato” non solo in Italia, ma anche in Francia, conosciuto con il nome di “poisson d’avril”; in Spagna, chiamato “Pescando de abril”; in Germania, nel Regno Unito, negli Stati Uniti, in Brasile, fino ad arrivare in Giappone.

Molte ipotesi s’intrecciano sulla nascita di questa ricorrenza, tuttavia pare che l’ipotesi più accreditata affondi le sue radici durante il regno di Carlo IX di Francia. Al tempo in tutta la Francia le celebrazioni del nuovo anno cominciavano il 25 marzo e finivano una settimana dopo, il 1° aprile appunto. Nel 1564 il re decretò l’adozione del calendario gregoriano, facendo diventare così il primo giorno dell’anno il 1° gennaio. Si dice però che molti francesi continuassero ugualmente a scambiarsi regali durante la settimana che terminava proprio con il 1 aprile. Alcuni burloni decisero però di ridicolizzare i francesi affezionati alla vecchia data e così decisero di consegnare loro regali insensati, buffi, organizzando feste inesistenti; da qui la tradizione di fare scherzi il primo giorno d’aprile.
Il nome Pesce d’Aprile, si riferisce invece allo zodiaco: qualunque evento avvenuto in quella specifica data infatti veniva connesso al fatto che il Sole lasciava la costellazione dei Pesci.

Dalle tradizioni scherzose, passiamo a una tematica più seria, affrontata in maniera narrativa e pure antropologica. Il parlare di pesci ci ha fatto venire in mente un lavoro di Carlo Mari, Passage through DAR; un’opera sontuosa, che si compone di ritratti fotografici scattati nel mercato del pesce di Dar Es Salaam, in Tanzania. Ne è nato anche un libro edito da Skira.

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