GLI OCCHIALI, RACCONTO …
Non era comunque questo che l’avrebbe resa felice quella mattina, o almeno non solo. Di sicuro si sarebbe ritrovata in un mondo consolidato, fatto di gesti naturali e rumori consueti: tutti in suo soccorso. Era il suono a farle capire che aveva aperto del tutto la tenda del secchiaio, o un tonfo cupo a suggerirle la completa chiusura del frigorifero.
Sì, Armida ci vedeva poco; anzi, quasi per niente. Per capire se un fornello era acceso doveva avvicinare, con cautela, la mano alla fiamma. Tatto e udito erano tutto per lei uno modo “per vedere” inconsueto, però collaudato. Ma ormai ci aveva fatto l’abitudine; anzi, alle volte le pareva di scorgere realtà non percepite dai più: anche di fronte ai bagliori di un TV o alle ombre di una fotografia.
Quella mattina si era svegliata di buon’ora. La finestra lasciava entrare una luce biancastra e indistinta; mentre la stanza tutta emanava un odore fatto di legno e cose antiche. Seduta sul letto, coi piedi cercava le ciabatte, allineate meticolosamente la sera precedente. Dopo sarebbe stata la volta del bicchiere semivuoto, sul comodino: da trovare anch’esso con calma e cautela.
Armida poggiò un lato della mano sul marmo del piccolo mobile; quando ne riconobbe il freddo, allungò le dita fino a toccare “del vetro” con un’unghia. Il bicchiere si spostò appena, poggiandosi sul bordo basso di una fotografia. L’immagine si allargò in maniera innaturale, eppure lei ne intuì il ricordo: troppo lontano per venire dimenticato. L’avevano ritratta con la sorella al suo fianco, tanti anni prima. Qualcuno sul retro aveva scritto: Porretta Terme, estate 1935; ma lei poteva solo rammentarlo.