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LA VIANNE DI CHOCOLAT

Noi ricordiamo Juliette Binoche nel film Chocolat, di Lasse Hallström. Siamo in Francia, nel 1959. In una notte ventosa, Vianne e sua figlioletta Anouk giungono nel paesino di Lansquenet-sous-Tannes. Vianne è la donna del mistero e affitta un negozio, dove in un clima raffinato vende del cioccolato.
Vianne ha una sorta di sesto senso per intuire le debolezze di ognuno e per consigliare la pralina giusta per ogni desiderio. In poco tempo il suo negozio diventa il più frequentato. Ognuno può trovare momentaneo rimedio alle proprie difficoltà. Il sindaco non può sopportarlo e chiama a raccolta la popolazione benpensante per boicottare il negozio. Ad aumentare la complessità, un giorno giunge in paese Roux, uno zingaro musicista che decide di stare dalla parte di Vianne. Le cose prenderanno il giusto corso. Il film prende in esame le dinamiche dello scandalo, sotto forma di commedia. La personalità di Binoche irrompe nella trama: è bella, sicura di sé, intraprendente, pur avvolta nel suo mistero. Sarà candidata all’Oscar.

Per le fotografie incontriamo ancora Doisneau, che ritrae l’attrice francese con lo stesso stile col quale raccontò Prévert, per strada. Riprendiamo alcune sue parole: “Quello che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere”. Robert cercava un mondo dedicato a se stesso, ma non per egoismo; semplicemente perché lui aveva bisogno di quello spazio che è tra il vivere soggettivamente e vederlo fare. La sua fotografia (grande, in assoluto) brilla di una ricerca che vive in un confine dove il tempo non conta, ma solo quanto accade davanti l’obiettivo, dopo ore di attesa. Quella linea di demarcazione spesso si sposta in periferia, ma vive anche a Parigi: tra i Bistrot, i negozi, i bambini che giocano, di fronte agli artisti che ha ritratto.

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DONNE FOTOGRAFE

L'8 Marzo ricorre la festa della donna. Dedicheremo a loro (ma anche a noi tutti) alcune riflessioni sul mondo femminile della fotografia.
Molti sarebbero i punti di vista da affrontare. Ad esempio, le donne fotografe vedono diversamente dai loro colleghi uomini? Noi crediamo che questi interrogativi facciano parte dei discorsi di sempre, preferiamo quindi fare focus esclusivamente sulle donne fotografe e su quanto conosciamo di loro. Non dimentichiamo, a proposito, come agli albori “dell'arte”, fare la fotografa non dovesse essere semplice: sia da un punto di vista fisico (collodio umido, treppiedi, grandi lastre), ma soprattutto imprenditoriale. Era la situazione sociale femminile a non far debuttare la donna dietro l'obiettivo. Non a caso, le prime fotografe che rammentiamo Julia Margaret Cameron (1815, 1879) e Lady Clementina Hawarden (1822, 1865) vivevano una situazione economica agiata, in un ceto sociale aristocratico.

Entrambe le due trasformeranno la realtà familiare che le circonda in un mondo su cui proiettare sentimenti ed emozioni intime, senza raccontare la realtà attraverso le regole tipiche della fotografia.
La Cameron voleva fermare tutta la bellezza ispirandosi alla pittura e anche alla letteratura, come ebbe modo di dire: «Desideravo intensamente fermare tutta la bellezza che mi si presentava davanti. Alla lunga vi riuscii. Le difficoltà accrescevano il valore della ricerca. Cominciai senza nessuna cognizione dell'arte. Non sapevo dove piazzare la camera nera, come effettuare una messa a fuoco. Fu con enorme costernazione che effettuai e prime fotografie».
(Angela Madesani, Storia della Fotografia).

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NASCE JOSEPH NICÉPHORE NIÉPCE

Parole già dette, immagini già viste, ma non possiamo farne a meno: il 7 marzo 1765, a Chalon-sur-Saône, in Francia, nasce Joseph Nicéphore Niépce. A lui viene attribuito il primo scatto fotografico della storia, la “Veduta dalla finestra a Le Gras”; il merito gli è stato però attribuito in epoca più recente: nel 1952.
La storia della fotografia è ricca di misteri e sarebbe degna di un serial televisivo. I personaggi principali sono tanti, tutti padri della fotografia: Niépce, Daguerre, Bayard, Fox Talbot, Hershel; ognuno con i propri meriti. Resta il fascino di un 1839 in cui accade un po’ tutto, tra rincorse, corruzione politica e rimpianti. Ciò che ci piace ricordare è la visione di questi padri, tutti capaci d’intuire ciò che l’umanità stava aspettando da loro.

Niépce proveniva da una ricca famiglia francese. È stato istruito per il sacerdozio cattolico e ha pure insegnato in seminario. Niépce si è arruolato nell'esercito francese nel 1791, prestando poi servizio in Italia fino a quando contrasse la febbre tifoide, nel 1794. Si è poi ritirato a Nizza, dove si sposa e diviene attivo nella politica locale.
Niépce e suo fratello, Claude, due anni più vecchio di lui, erano inventori di un certo livello. Nel 1807 ottennero dal governo napoleonico un brevetto circa un motore per grandi imbarcazioni, il Pyrealophare. Ha costruito la sua prima macchina fotografica nel 1816, creando un'immagine su carta bianca, senza riuscire a risolverla. Ha continuato a sperimentare con diverse fotocamere e combinazioni chimiche per il decennio successivo.
La famiglia Niépce dichiarò la data del 1822 come la nascita della fotografia; una targa nella sua casa reca questa data, ma sfortunatamente non ci sono prove fisiche che la sostengano.

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FOTOGRAFIA DA LEGGERE …

Consueto appuntamento del lunedì con fotografia da leggere. Il giorno dopo la data di nascita di Pier Paolo Pasolini, incontriamo “La Lunga Strada di Sabbia” (Edizioni Contrasto, 2018), dove le parole del regista nato a Bologna sono accompagnate dalle fotografie dell’autore francese Philippe Séclier, scattate nel 2001.

Ancora parole e immagini, com’è giusto che sia in una rubrica che si occupa delle storie di fotografie e dei loro autori. Qui, in questo volume, le immagini inseguono le parole, ne cercano l’eco e il significato, ma molti anni dopo.

Pier Paolo Pasolini, nell’estate 1959, compie a bordo di una FIAT 1100 il periplo della penisola, da Ventimiglia a Trieste. Nasce così “La lunga strada di sabbia”, un resoconto “a parole” pubblicato sulla rivista “Il Successo” con le fotografie di Paolo di Paolo.
Philippe Séclier conobbe Pasolini attraverso le sue opere, particolarmente con “L’Odore dell’India” (1961), dove l’artista racconta il proprio viaggio in compagnia di Alberto Moravia e Elsa Morante. L’incontro, a distanza, fu illuminante. Il fotografo decise di approfondire proprio da dove stava perdendo le tracce di Pasolini. Eccolo quindi sulla “Lunga Strada di Sabbia”, molti anni dopo (2001); a ripercorrere lo stesso viaggio, soprattutto per ridare una luce (nuova) a quanto il regista aveva visto.

In questo lavoro l’opera di Pasolini rivive nella sua interezza, affiancato da immagini postume e lontane nel tempo. Non è il peregrinare a vincere e nemmeno l’estate “di sabbia”, ma il tentativo di tradurre in fotografia le visioni scritte e narrate sotto quel sole caldo del 1959.

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