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BRUCE, DURO A MORIRE

Bello, virile, spavaldo: questo è Bruce Willis. I suoi film piacciono per un’interpretazione originale, dove anche nei momenti difficili spunta un sorriso accennato, che poi è quello della sfida, dell’uomo che non si arrende. C’è poi sempre una donna da riconquistare, persa per via degli impegni da poliziotto; ma le cose si aggiustano sempre.
Noi lo ricordiamo in due tipologie di film: Die Hard e FBI protezione testimoni. In quest’ultimo, peraltro raddoppiato da una versione 2, Bruce affronta un ruolo comico, dove la durezza dei suoi metodi sono messi a confronto con l’impaccio di un dentista sempre in imbarazzo. Le due pellicole si vedono volentieri, anche in televisione.
Per le fotografie ci siamo rivolti, come spesso accade, ad Annie Leibovitz; sempre attenta nei ritratti delle celebrità.

Bruce Willis, note biografiche

Walter Bruce Willis è nato il 19 marzo 1955 a Idar-Oberstein, Germania Ovest, da madre tedesca, Marlene Kassel, e padre americano, David Andrew Willis (di Carneys Point, New Jersey). Entrambi allora vivevano in una Base militare degli Stati Uniti. La sua famiglia si è trasferita negli Stati Uniti poco dopo la sua nascita ed è cresciuto a Penns Grove, nel New Jersey, dove sua madre lavorava in una banca e suo padre era un saldatore. Willis ha sviluppato un interesse per le arti drammatiche al liceo, ed è stato presumibilmente "scoperto" mentre lavorava in un caffè a New York City.

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LA COMUNE DI PARIGI

Il 18 marzo 1871 a Parigi il popolo insorge. Vuole decidere del proprio futuro. Nasce la Comune di Parigi, che è pima di tutto il rifiuto di delegare a una classe politica il possesso del proprio destino. Gli insorti del 18 marzo 1871 decidono che al presente si risponde provando a pensare il futuro, cambiando le regole del gioco. Bisogna provare a governare, il che vuol dire «cambiare», non semplicemente «amministrare».

Abbiamo usato il 18 marzo come un pretesto, perché volevamo parlare di Parigi, dei suoi tanti volti, magari menzionando due dei molti fotografi che l’hanno raccontata.
Siamo stati a Parigi, ma da turisti. Volevamo vedere, per offrire la prova a noi stessi di esserci stati e poterlo raccontare. Ancora oggi ne saggiamo il ricordo. Chiudendo gli occhi, ci pare di vedere quella città, di camminarci dentro, scorgendo angoli già visitati (e fotografati) da altri.

Il merito è della Capitale francese, capace di concedersi al pensiero e all’idea, creando addirittura dei modelli di comportamento. Il termine “Bohémien”, ad esempio, nasce in Francia, quando artisti e poeti iniziarono a popolare i bassifondi e i quartieri popolari. Si trattava di giovani creativi che volevano fuggire, distaccarsi, cercando una libertà loro, personale e aggregante al tempo stesso. Solo a Parigi avrebbero potuto farlo.

“Se sei abbastanza fortunato ad aver vissuto a Parigi come un giovane uomo, allora per il resto della tua vita ovunque andrai, essa rimarrà con te, perché Parigi è una Festa Mobile”. Scrisse Hemingway nel suo Parigi è una festa, piccolo libro dove racconta il suo soggiorno nella città e le avventure che colà ha vissuto.
Ma tanti hanno fatto compagnia allo scrittore statunitense. E’ la favolosa Parigi d'inizio '900, ma anche quella del dopoguerra, tra Montmartre, Montparnasse e pure altrove: Picasso, Utrillo, Modigliani, Apollinaire, Coctau, Berenice Abbott, Robert Capa (che lì incontrerà Ingrid Bergman). Pure Elizabeth "Lee" Miller, oggi tanto di moda, per fotografare lascerà la New York del lusso, di Vogue e Steichen, per fuggire a Parigi e cambiare la sua vita.

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IL POETA DI PRAGA

Ne abbiamo parlato tre anni addietro, ma desideriamo farlo ancora ancora. Josef Sudek, fotografo praghese per eccellenza, continua a incuriosirci. Ad attirarci è la semplicità che gli è propria, forse quella tristezza deducibile dai suoi scatti. La vita lo ha fatto soffrire, tanto; relegandolo alla solitudine; ecco quindi il silenzio palesato dalle sue opere: intimo, interiore, mal celato da una ricerca visiva prossima al suo esistere, eppure prolungata nel racconto. C’è curiosità, nelle immagini che ha lasciato al tempo. Con tanta sensibilità, e delicatamente, ha documentato la realtà giocando con i particolari anche quando si occupava di paesaggio. Ne è nato un autoritratto sincero, spontaneo, senza urli o grida: muto si potrebbe dire.

Sudek raramente fotografava le persone e, quando comparivano nelle sue inquadrature, diventavano ombre, all’interno di spazi urbani vuoti, colmi di malinconia. Spesso ritraeva il paesaggio visibile dalla finestra del suo studio, che quindi risultava già inquadrato. L’intimità, però, ne usciva esaltata, quasi che in quei scatti cercasse un continuo dialogo con se stesso. Del resto, due guerre lasciano il segno, soprattutto quando nel corpo permangono le menomazioni degli eventi bellici. Un braccio amputato (eredità della prima guerra mondiale) ha accesso continuamente ricordi tristi e anche rimpianti, perché la vita sarebbe dovuta cambiare per forza, e in peggio.

L’arrivo della II° Guerra mondiale, e le sue conseguenze, hanno peggiorato la sua situazione morale. Sudek si chiuderà ancora di più nella sua solitudine. Lo salveranno la fotografia e l’amore per la musica classica: unico suono armonioso nel silenzio della vita.

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RICORDANDO ALDO MORO E QUEL ‘78

Erano le ore 9 (o poco più) del 16 marzo del 1978; a Roma il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro veniva rapito da un commando delle Brigate Rosse. Durante l’azione terrorista, avvenuta in via Mario Fani (quartiere Trionfale), furono uccisi i cinque uomini della scorta. Iniziava così la lunga fase del rapimento Moro, che si concluse con la sua uccisione dopo 55 giorni.

Quel giorno l’Italia entrò in uno stato d’ipnosi. Per cinquantacinque giorni tutti gli italiani rimasero incollati a radio e televisione. C’era tanta incredulità, di fronte a indagini senza risultato, mentre si susseguivano i manifesti inquietanti delle Brigate Rosse. Aldo Moro entrava in tutte le case (le nostre), ma veniva tenuto nascosto in qualche appartamento introvabile di Roma. Di quell’uomo fu ferita anche la dignità, con quelle fotografie (proprio loro!) a emblema dell’accaduto, e di quanto stava avvenendo. Oggi, di quell’avvenimento, rimane poco. Certo è che quell’Italia tutta rispose con l’ideale (e l’ideologia), perché allora funzionava così. Del resto la nazione si trovava di fronte a un bivio, ma una direzione era stata cancellata.
Certi episodi vanno ricordati; e per una volta la fotografia non illustra il bello, rievocando semplicemente ricordi: com’è capace di fare.

Restano i ricordi giovanili, indelebili; quelli di un’aula magna gremita di studenti. Il professore, in camice bianco, dopo poche parole aggiunse: «Oggi non possiamo tenere la lezione, per rispetto; parliamo insieme di quanto è accaduto, riflettiamoci sopra». Con un po’ di timidezza iniziarono gli interventi, tenuti da fazioni contrapposte, ma con l’orgoglio dell’ideale giovanile. Di certo la democrazia era a un bivio, come altre volte in questo paese.

Gli anni ’70 non erano stati facili, “di piombo” li avevano definiti. Nel ’74 una bomba scoppiava sul treno Italicus, ma altre esplosioni avrebbero fatto vittime: quella della stazione di Bologna (1980) e un’altra sul rapido 904 (1984). Prima e dopo, il terrorismo continuava la sua strategia, ormai diventata storia; che comunque è giusto ricordare.

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