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FOTOGRAFIA DA LEGGERE …

Consueto appuntamento del lunedì con “Fotografia da leggere”. Questa volta affrontiamo il tema dell’autoritratto, diffuso tra gli autori al femminile. Ecco quindi il libro che incontreremo: “Francesca Woodman, gli anni romani tra pelle e pellicola”, di Isabella Pedicini (Edizioni Contrasto).

«Non esistono autoritratti inutili. Raccontano tutti una storia; ma non dicono cosa è successo, dicono perché». Ciò che emerge dalle fotografie della Woodman è lo slancio e anche la determinazione della scelta, tra spazio e tempo: il primo è ben definito (spesso chiuso in un ambiente), il secondo enfatizzato dal quando e soprattutto dal come (frequenti sono i mossi). Al di là delle interpretazioni, femminismo e/o fotografia al femminile, ciò che si coglie guardando le immagini della Woodman è vera fotografia, pur se concentrata nell’autoritratto. Lei ha preso le distanze dalla vita, togliendosela; ma nelle fotografie che scorgiamo nel volume, come scrive l’autrice, si coglie un attaccamento al mondo, un forte abbraccio ad esso.

Il libro è ricco d’immagini, anche di autoritratti scattati da altre fotografe. Ci avvicina comunque alla fotografa americana, alla sua cultura, a una formazione attenta. Il mistero di una vita così breve rimane inalterato, ma nelle righe è possibile girarvi attorno, cercarvi una via d’accesso. «Cosa succede quando si volta la macchina verso se stessi?», si legge nel libro di Concita De Gregorio, «Uno spettacolare testacoda. Il mondo passa attraverso l’obiettivo, poi torna indietro a cercarsi». Apprezziamo anche questo nel libro che abbiamo tra le mani.

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IL NAPOLEONE FOTOGRAFO

Molte celebrità sono nate il 12 marzo: Gianni Agnelli (l’Avvocato, 1921), Jack Kerouac (1922), Gabriele D’annunzio (1863), Loriano Macchiavelli (scrittore, 1934). I primi due li abbiamo incontrati gli anni scorsi.

Curiosando nel volume “Storia della Fotografia” (Beaumont Newhall, edizioni Einaudi) leggiamo di Napoleon Sarony, ritrattista; personaggio interessante, che fotografava le celebrità invitandole in studio via lettera, pagandole anche per ottenerne i diritti.
Sin dal 1860, dice il volume, la fotografia di ritratto era cambiata. Gli autori facevano uso di sfondi dipinti, insieme a sostegni, colonne, steccati, poltrone; ambientazioni dissimili da quelle utilizzate ai tempi del dagherrotipo. Il piccolo formato delle carte-de-visite aveva perso piede, a favore di superfici sensibili più generose. Attori e attrici aumentarono la domanda d’immagini che li riguardassero, questo per farsi pubblicità; e finirono per imitare le pose assunte in scena durante le sessioni di scatto. Si può parlare di “fotografia teatrale”, dove il risultato finale dipendeva molto dalla capacità del soggetto nell’esprimere la propria personalità.

Uno dei fotografi di teatro più originale fu appunto Napoleon Sarony, nato il giorno nel quale moriva il suo omonimo (Napoleone I). Egli studiava la posa adatta per i suoi clienti e li istruiva in vari modi: dall’adulazione alla minaccia, imitando anche la mimica necessaria. Napoleon non disponeva di molti aiuti e si affidava completamente al suo operatore, Benjamin Richardson. Ecco cosa diceva di lui: «Se io scelgo una posa, e l’apparecchio è pronto, Richardson che è mio assistente da tanto tempo, afferra le mie idee in tutta la profondità e con tutta la rapidità necessaria».

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VINCE IL WPP NEL 1974

Il calendario ci propone un reporter di colore pluripremiato, Ovie Carter. Tra l’altro ha vinto il World Press Photo nel 1974, con una fotografia a tema ambientale. E’ passato mezzo secolo e le cose sono peggiorate. La considerazione è banale, pleonastica; ma la facciamo con tristezza, un po’ spaventati dagli accadimenti odierni. Non aggiungiamo altro, per evitare di cadere nell’ovvio. Una riflessione è però necessaria.

La missione del World Press Photo

La World Press Photo Foundation crede nell'importanza di mostrare e far vedere storie visive di alta qualità.
Tutto ebbe inizio nel 1955 quando un gruppo di fotografi olandesi organizzò un concorso internazionale ("World Press Photo") per esporre il proprio lavoro a un pubblico globale.
Per sessant'anni, la World Press Photo Foundation ha lavorato dalla sua sede di Amsterdam come organizzazione indipendente e senza scopo di lucro. Intanto, il mondo è cambiato continuamente e i nuovi sviluppi nei media e nella tecnologia hanno trasformato il giornalismo e la narrazione. La nostra missione si è ampliata e attingiamo alla nostra esperienza per guidare giornalisti visivi, narratori e pubblico di tutto il mondo attraverso questo panorama stimolante ed emozionante. Il nostro scopo è collegare il mondo alle storie che contano.

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EVA DELLA MODA

Oggi incontriamo una modella (e attrice), anzi una Top Model. La sua vita è da fiaba e qui c’è poco da dire: una bella carriera. L’immagine di Eva Herzigova ci permette d’incontrare, e conoscere, due fotografi che hanno cavalcato un periodo d’oro della moda, definendone i contorni.

Marco Glaviano è uno di quei personaggi divenuti leggenda nel mondo fotografico. Un grande maestro che appartiene a quella mitica, e forse irripetibile, generazione di creatori di immagini divenute icone di un tempo magico e che hanno costruito il mito delle top model negli anni ‘80 e ‘90. Glaviano è stato anche il primo ad aver realizzato i calendari che celebrarono la bellezza conturbante di supermodelle come Cindy Crawford, Angie Everhart, Paulina Porizkova, Eva Herzigova. Uomo dai molti talenti, Marco Glaviano ha iniziato il suo percorso artistico con una laurea in architettura e avrebbe potuto facilmente avere successo non solo come architetto ma anche come musicista jazz o scenografo. Invece ha scelto la fotografia.

Il fotografo tedesco Peter Lindbergh ha decretato la nascita delle Top Model. Siamo nel 1990 e la moda entrava in una nuova era. Iniziava anche una differente lettura della bellezza femminile e Lindbergh ne celebra le peculiarità innovative dello stile. Il suo bianco e nero risulta seduttivo, ma anche crudo, essenziale. Il fotografo ridefinisce il concetto di bellezza, creando immagini senza tempo. Emerge il linguaggio del cinema, assieme a modelli predefiniti e consueti di figure femminili, con le modelle che assumono le pose di ballerine, attrici, eroine o “donne fatali”. Non si tratta di una visione surreale, ma di un suggerimento, di una chiave di lettura, che avvicina allo sguardo una bellezza autentica, umanizzata, non trattata. Non c’è ritocco, nelle immagini di Lindbergh, quindi nessun inganno. Il suo approccio umanista ci guida in un mondo nuovo, oltre l’esteriorità. Siamo nella moda, il merito è grande.

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