COSE MAI VISTE
Riconosciamo l’ascensore, stretto e cigolante, profumato di legno. Sale lentamente, lungo i piani, esaltando l’attesa. Il maestro Gianni Berengo Gardin vuole mostrarci il suo ultimo libro, numero 263. Ci accoglie sulla porta, con la gentilezza antica di sempre; poi lo seguiamo lungo le scale che portano in mansarda. Ne riconosciamo l’odore, di libri e fotografia. Sui tavoli, il solito ordine: un rigore che il maestro s’impone da una vita, e che forse fa parte del suo modo di vedere. Il libro è consistente, quasi grande potremmo dire: diviso in due atti.
Non c’è il Vaporetto, in ciò che sfogliamo, e nemmeno la bambina che corre in Piazza San Marco: tutto è nuovo, inedito, fresco. L’impatto è talmente forte, che ci appare un Berengo nuovo: non solo perché mai visto, ma per il fatto di mostrarsi in maniera differente. Sarà una suggestione, eppure le inquadrature ci appaiono maggiormente azzardate, con uno sguardo ravvicinato, a volte intrusivo. Il racconto, quello sì, è sempre lo stesso, sviluppato con costanza in ogni scatto, con anche un acuto gioco di contrasti nel contenuto.
Lui ricorda tutto, con lucidità, come se avesse fotografato ieri: indice di un pensiero fotografico sempre acceso, attivo, pure senza fotocamera.
Ci sarebbe piaciuto sapere di più, anche circa la decisione di produrre un libro d’inediti; ma il maestro è avaro nelle parole, anche dopo le domande più intriganti. Gli abbiamo chiesto: «Con quale fotografia sei stato consapevole di aver svolto un lavoro importante?». La risposta è stata tassativa: «Col Vaporetto». Di certo però quell’immagine non ci manca, almeno oggi di fronte all’ultimo libro. Tiriamo le somme sulla gente comune, che nelle immagini del fotografo ligure emerge con forza, brillando come in un teatro fatto apposta. Già, qui sta il punto: Berengo riconosce centro d’attenzione e contesto, soggetto e contorno, lasciandoci al silenzio delle nostre riflessioni. Questa è la sua fotografia.