IL POETA DI PRAGA
Ne abbiamo parlato tre anni addietro, ma desideriamo farlo ancora ancora. Josef Sudek, fotografo praghese per eccellenza, continua a incuriosirci. Ad attirarci è la semplicità che gli è propria, forse quella tristezza deducibile dai suoi scatti. La vita lo ha fatto soffrire, tanto; relegandolo alla solitudine; ecco quindi il silenzio palesato dalle sue opere: intimo, interiore, mal celato da una ricerca visiva prossima al suo esistere, eppure prolungata nel racconto. C’è curiosità, nelle immagini che ha lasciato al tempo. Con tanta sensibilità, e delicatamente, ha documentato la realtà giocando con i particolari anche quando si occupava di paesaggio. Ne è nato un autoritratto sincero, spontaneo, senza urli o grida: muto si potrebbe dire.
Sudek raramente fotografava le persone e, quando comparivano nelle sue inquadrature, diventavano ombre, all’interno di spazi urbani vuoti, colmi di malinconia. Spesso ritraeva il paesaggio visibile dalla finestra del suo studio, che quindi risultava già inquadrato. L’intimità, però, ne usciva esaltata, quasi che in quei scatti cercasse un continuo dialogo con se stesso. Del resto, due guerre lasciano il segno, soprattutto quando nel corpo permangono le menomazioni degli eventi bellici. Un braccio amputato (eredità della prima guerra mondiale) ha accesso continuamente ricordi tristi e anche rimpianti, perché la vita sarebbe dovuta cambiare per forza, e in peggio.
L’arrivo della II° Guerra mondiale, e le sue conseguenze, hanno peggiorato la sua situazione morale. Sudek si chiuderà ancora di più nella sua solitudine. Lo salveranno la fotografia e l’amore per la musica classica: unico suono armonioso nel silenzio della vita.