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NASCE LA CELLULOIDE

15 giugno 1869: John Wesley Hyatt brevetta la celluloide, materiale flessibile, elastico, infrangibile e resistente all'umidità, ma anche infiammabile. E’ stata usata soprattutto come supporto per le pellicole fotografiche.

Abbiamo fatto cenno a John Wesley Hyatt quattro anni addietro, ma per celebrare il reverendo Hannibal Williston Goodwin, che il 13 settembre 1898 acquisiva il brevetto per la pellicola fotografica, ivi compreso il processo produttivo. Senza la scoperta della celluloide quel risultato non sarebbe stato possibile.

La pellicola ci riporta a un passato recente, fatto da rullini da 36. Ne apprezzavamo l’odore e anche la dentellatura. Tutti, almeno una volta, non l’abbiamo agganciata bene, così ci siamo meravigliati quando il conta pose segnava 40.
L’abbiamo osservata anche in trasparenza, la pellicola; soprattutto quando la sviluppavamo noi. Ne giudicavamo la qualità, già riconoscendo i soggetti. Oggi ne troviamo qualche bustina nei cassetti di casa, perché alla fine erano le stampe a passare di mano in mano.

C’è dell’altro, comunque. Ai tempi si guardava in piccolo (negativi e provini) per immaginare in grande. Il lentino ci aiutava, ma era il desiderio la nostra guida: quello nato durante lo scatto e mantenuto contagioso sino allo sviluppo. Il resto sarebbe arrivato dopo, in una stanza di fortuna (spesso un bagno) trasformata in Camera Oscura. La luce rossa (o verde) avrebbe aggiunto magia alla nottata. Perché sì, di tempo ne occorreva tanto: per poche stampe. E poi c’era il lavaggio dei lavori stampati e anche un riordino del locale preso in prestito.
Non vogliamo trasmettere nostalgia, perché anche il digitale restituisce quel mistero da svelare che è la fotografia. Conserviamo comunque i negativi, con la cura dovuta. Fanno archivio più dei file in un Hard Disk.

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RABBIA SENESE

Nel titolo abbiamo parlato di rabbia, perché l’atteggiamento musicale di Gianna Nannini (nata il 14 giugno) ci ha indirizzato in tal senso. In realtà lei, nel suo repertorio, è riuscita a trattare temi melodici con la ruggine del suo canto, in uno splendido mix. Un esempio è la cover della canzone “Io che amo solo te”, un vecchio brano di Sergio Endrigo (1962). Nonostante la voce roca, non vendono stravolti i disegni dell’autore, anzi; emerge tra le parole quella dichiarazione disperata di chi ama davvero.

Durante la sua carriera, Gianna Nannini ci ha sorpreso anche con i testi, e molti di questi hanno collaborato al nostro idioma per molto tempo. Un esempio? “Questo amore è una camera a gas, è un palazzo che brucia in città, questo amore è una lama sottile, è una scena al rallentatore; questo amore è una bomba all'hotel, questo amore è una finta sul ring, è una fiamma che esplode nel cielo, questo amore è un gelato al veleno”. In tanti, ai tempi, usavano “la camera a gas” non solo per via dei locali fumosi, ma anche al fine di descrivere situazioni complicate e ingarbugliate.

Sempre riguardo al rapporto tra musica e parole, è giusto sottolineare la poesia che Gianna Nannini riesce a trasmettere nelle sue canzoni. I testi non sono mai scontati e nemmeno omologati. Un esempio viene da “Sei nell’anima”, dove la cantante senese si esprime così: «Sei nell'anima, E lì ti lascio per sempre, Sei in ogni parte di me, Ti sento scendere, Fra respiro e battito». L’dea che esista un spazio percettivo tra l’aria che si respira e il cuore che pulsa ci ha incuriosito da subito e aspettiamo spesso quel ritornello durante i viaggi in auto.

Gianna Nannini, la rocker italiana dalla grinta senese, non incarna unicamente la rabbia o la melodia “roca”. In lei pulsa un mix irresistibile di talento, ribellione e passione. Di certo ha rivoluzionato il panorama musicale italiano fin dagli anni '70, lasciando ampi spazi per chi avesse voluto prenderne spunto. Fra rock, pop e musica d'autore, le sue canzoni sono diventate inni di libertà.

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IL RE IN ESILIO

13 giugno 1946, Umberto II di Savoia lascia l'Italia dopo il referendum istituzionale del 2 giugno. Il suo sarà un esilio, poi sancito da una legge costituzionale. Quel giorno partì con un aeroplano da Ciampino alla volta del Portogallo (all'epoca sotto dittatura), risiedendo dapprima a Colares, località vicino Sintra, e, in seguito, a Cascais in una residenza accanto alla futura "Villa Italia”, nella quale si trasferì nel 1961.

Il referendum istituzionale del 2 giugno aveva visto prevalere la repubblica con 12.717.923 voti contro 10.719.282. Ai tempi si parlò di brogli elettorali e molte persone vicino al monarca gli chiesero di resistere, aspettando tempi migliori. Lui non si fece convincere e disse: «La Repubblica si può reggere col 51%, la Monarchia no. La Monarchia non è un partito. È un istituto mistico, irrazionale, capace di suscitare negli uomini incredibile volontà di sacrificio. Deve essere un simbolo caro o non è nulla».
Dei presunti brogli elettorali si è fatto cenno anche nel film JFK – Un caso ancora aperto, diretto da Oliver Stone (1991). Lì Mister X (Donald Sutherland) spiegò a Jim Garrison, colui che aveva riaperto il caso circa la morte di Kennedy (Kevin Costner), come i servizi segreti fossero in grado di fare tutto, anche di truccare le elezioni in Italia.

La simpatia per la monarchia si manifestò anche in un film di Don Camillo. La maestra di Brescello, signora Cristina, redarguì sia il Parroco che il Sindaco del paese affermando: «I re non si mandano via». L’anziana insegnante, che poi sarebbe morta all’età di 85 anni, aveva fatto promettere a Peppone di usare la bandiera reale durante il suo funerale. E così fu.

Dieci milioni di votanti non sono pochi, questo per dire che, pure dopo la Seconda Guerra Mondiale, molti simpatizzanti per la monarchia manifestarono la loro fiducia nei confronti dei Savoia. Forse aveva ragione Umberto II: il Re non è a capo di un partito politico, ma di un istituto mistico. Gli elettori che si espressero a suo favore non solo rifiutavano la Repubblica, ma la stessa dialettica politica.

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I PREDATORI DELL’ARCA PERDUTA

12 giugno 1981, nelle sale cinematografiche statunitensi esce il film “I predatori dell'arca perduta”, primo capitolo di quella che poi diventerà la serie di Indiana Jones.

Per il secondo giorno consecutivo incontriamo una pellicola di Spielberg, intrisa della sua fantasia. Il regista statunitense inventa un personaggio nuovo, del quale forse sentivamo la necessità: Indiana Jones (Harrison Ford). Colto, intellettuale, archeologo, piacente (ci mancherebbe), affronta missioni che paiono impossibili, con la tempra dell’eroe. Le vicende narrate nella serie sono semplici e ripetute. Di mezzo c’è una bella donna (mai fidarsi di lei, o almeno non sempre), un mistero archeologico, un oggetto da ritrovare dopo affannose ricerche, una forza soprannaturale.

Spielberg ha capito che il cinema anni ’80 aveva bisogno d’avventura, anche se con una ricetta nuova, pur traendo spunto da elementi antichi. Ci voleva un eroe forte e indomito e intelligente, che si muovesse tra sapori già provati in una chiave moderna, esagerata e improbabile.

Come dicevamo, Jones è sempre coinvolto in ricerche "intellettuali" una volta è il Graal, una volta l'Arca; e spesso combatte i nazisti, che per Spielberg diventa quasi un dovere.
Jones è a sua volta un intellettuale, un professore notissimo e stimato. Come prima fatica (quella di oggi) deve trovare la famosa Arca, alla quale vengono attribuiti poteri soprannaturali. Indiana attraverserà il mondo, dall'Inghilterra al Tibet, all'Africa. Si batterà come un eroe antico: vince la sua battaglia e salva l'umanità. Il sapore è antico, ma gli effetti speciali ci portano in un’altra dimensione. Ecco il genio di Spielberg.

Tornando alla serie del famoso archeologo, ci è piaciuto molto il terzo capitolo: Indiana Jones e l’Ultima Crociata. Viene introdotto il padre di Indiana, Henry Jones (Sean Connery). Abbiamo così l’eroe, la donna attraente, e il terzo elemento. Il film analizza a fondo il rapporto padre – figlio, pur nel divenire dell’avventura.

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