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IL SECOLO DI ZEFFIRELLI

E’ un caso che Franco Zeffirelli porti quel cognome. Lui era nato al di fuori del matrimonio, quindi non poteva fregiarsi del cognome materno, né di quello paterno. Alaide Garosi Cipriani, la madre, pensò agli zeffiretti cantati da Ilia nell’Idomeneo di Mozart, ma l’impiegato dell’anagrafe lesse “zeffirelli” e così fu.

I titoli e onorificenze di Zeffirelli sono molteplici. Può vantare cinque David di Donatello, due candidature all’Oscar, il titolo di baronetto del Regno di Gran Bretagna. Con all’attivo un vasto numero di regie e sceneggiature di film e opere liriche, Zeffirelli si colloca nella scena mondiale come un artista riconosciuto e imponente. Si è formato inizialmente con Luchino Visconti, ma poi ha continuato a sperimentare, senza mai abbandonare lo sguardo verso il nuovo. Persone a lui vicine, raccontano che mentre discuteva di una scenografia era capace di abbozzarne un’altra dello spettacolo che lo avrebbe visto protagonista.

E’ stato spesso discusso, Zeffirelli, come del resto capita ai grandi; ma nessuno ha alzato la mano quando, all’indomani della tragedia dell’alluvione del 1966, Zeffirelli fu tra i primi, col fango fino alla cintola, a girare immagini drammatiche della devastazione della sua città, rendendo un gran servizio all’informazione per far capire cosa davvero stesse succedendo nel capoluogo toscano. Quei fotogrammi, con la voce commossa di Richard Burton , divennero "Per Firenze", il film documentario col quale fu rivelata la dimensione della catastrofe.

Quello che ricordiamo dei lavori di Zeffirelli è il senso estetico, particolarmente efficace nella lirica a teatro. A tale proposito, ricorderemo del regista le aperture degli Anni Santi, in televisione. Li si riconosceva la sua impronta, nonostante il mezzo.
Lui ha comunque espresso (ed esportato) un italianità vera, non omologata, nobile addirittura; certamente al di fuori dei luoghi comuni.

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INCONTRIAMO HENRY FOX TALBOT

Ne parlammo anche due anni fa, ma non possiamo dimenticare uno dei padri della fotografia, forse il più importante: Henry Fox Talbot, nato oggi più di due secoli addietro. Lui è venuto in Italia, sul Lago di Como, nel 1833, e lì forse ha sentito nascere la motivazione per continuare nei suoi studi finalizzati a creare un’immagine chimicamente.

No, non possiamo dire le solite cose, adesso che la TV suona San Remo. Prendendo spunto dal film Midnight in Paris, di Woody Allen, e dalle “Interviste impossibili” di Roberto Mutti, con la macchina del tempo abbiamo provato a trasferirci nella sua epoca, per incontrarlo di persona. Siamo arrivati a Lacock, nel Wiltshire in Inghilterra, in carrozza; e già pensavamo di incontrare la moglie Constance ad accoglierci col suo italiano stentoreo ma deciso. Lei ci avrebbe parlato del marito, disordinato (forse) per via delle tante fotocamere sparse per casa. Poi, eccolo Henry, col viso da timidone. Forse i discorsi sarebbero finiti sulle vacanze da lui trascorse a Bellagio, sul Lago di Como. Per disegnare, in quel lontano 1833, usava la camera chiara, ma i risultati non furono soddisfacenti. Fu lì, probabilmente, che nacque l’idea della fotografia (ancora non si chiamava così): far nascere un processo che con la chimica potesse trasferire quanto visto su un supporto rigido.
Fox Talbot inventò la calotipia, ma già nel calendario si era strappato il foglio del 1839. C’era chi aveva già fatto qualcosa, forse più di lui; perché il Dagherrotipo restituiva ottimi dettagli. Cosa provava in quei momenti? Invidia? Paura? Competizione? Volevamo chiederlo, dandogli la soddisfazione di aver vinto nel secondo tempo, per via del negativo e della pubblicazione di The Pencil of Nature, il primo libro fotografico. Con Fox Talbot lo scatto restituiva tante immagini, il che voleva dire una spinta verso la modernità.

Siamo stati sfortunati, di fronte a quella bella casa inglese non ci ha aperto nessuno; ma forse è meglio così. Non si può volare indietro nel tempo con la mentalità di oggi. I padri della fotografia non erano così celebri e lo scoop ancora non esisteva: sarebbe dovuta cambiare ulteriormente la società, con l’uomo maggiormente convinto della propria identità. Loro, gli ideatori della fotografia, hanno fatto molto, aprendo uno sguardo sul mondo e sulla storia. Lasciamoli dove sono, magari stanno parlando tra di loro, confrontando risultati magici e inaspettati.

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JENNIFER, DIVA PER CASO

Titolo strano, quello che dedichiamo a Jennifer Aniston; ma ce lo impone la sua freschezza e la naturalezza che l’accompagna sulle cover dei periodici. Vince la sua simpatia, che poi è quella della ragazza del pianerottolo o della porta accanto, come si diceva una volta. Del resto di lei, oltre la carriera, c’è poco da dire: la vita privata è stata lineare, nella continua ricerca della maternità, mai arrivata. «Non ho rimpianti», ha detto in un’intervista; del resto l’età l’aiuta, anche per il futuro. Lei è famosa, ma non veste i panni della diva hollywoodiana classica, da qui il titolo.

Parliamo di fotografia. Ancora una volta ci troviamo di fronte a un musicista fotografo (Bryan Adams), come già è stato per Lou Reed e Patti Smith. La domanda è ovvia: c’è un rapporto tra musica e fotografia? Rispondere è difficile, se non con delle considerazioni a margine. Proviamo. Chi ha visitato uno studio fotografico trovandolo privo di musica? E poi, quanti poster sono stati dedicati ai “divi” musicali? Quelli che le ragazzine affiggevano nella loro stanza? Possiamo immaginarci l’ascolto senza personaggio? Una canzone senza l’espressione di chi la canta? Se non altro l’immagine ha costretto la musica a mostrarsi, a rendersi maggiormente palese, quasi a spettacolizzarsi. E’ un po’ quello che sta accadendo alla radio, dove dal “Lupo Solitario” si è passati ai divismi della Web Radio o dei Canali TV.
La fotografia ha senz’altro avuto influssi importanti sulla musica, sul modo di viverla, sui comportamenti degli addetti ai lavori: non c’è rock’n’roll senza la sfrontatezza del corpo esibito, non c’è pop senza il look delle star; morale, per farsi sentire, bisogna prima farsi vedere. La fotografia ha convinto la musica a farsi spettacolo; ma la musica ha cambiato la fotografia? Oggi convivono fianco a fianco, liquide e indicizzate; spesso nel medesimo contenitore.
Entrambe si accarezzano, completandosi: quasi a toccarsi. E’ il bello dell’arte e del pensiero, che alle volte vive per immagini.

“La fotografia è muta, la musica è cieca”, ci dice Michele Smargiassi; ma qualche rapporto, tra le due, dobbiamo trovarlo, anche perché tanti sono i fotografi che si sono avvicinati, con perizia, all’uso di uno strumento musicale. Ansel Adams fino a vent’anni era un pianista promettente; Weegee, come secondo lavoro, accompagnava col violino i film muti; Eugene Smith, William Eggleston, “Chim” Seymour, tutti suonavano benino qualcosa. Esiste anche un viceversa: Graham Nash è stato un pioniere della stampa digitale, mentre Madonna è una collezionista, nonché un’eccellente conoscitrice di foto. E ci sarà qualche ragione se Paul McCartney sposò una fotografa. Già Linda McCartney era una fotografa, dedita al rock ma non solo. Come dimenticare poi Fabrizio Ferri? Lui addirittura è un compositore sinfonico e ha diretto una propria opera per la riapertura del San Carlo di Napoli. Tra gli orchestrali c’era Sting, un suo amico.

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L’ESERCITO USA IN VIETNAM

9 febbraio 1965, le prime truppe combattenti degli Stati Uniti vengono inviate nel Vietnam del Sud. Prende definitivamente corpo così uno dei capitoli più controversi della storia moderna, laddove sono gli stessi USA a interrogare se stessi. All’interno vive la contestazione, che peraltro ebbe una dimensione globale, particolarmente a livello studentesco.
Vanno ricordati, sempre in ambito USA, gli avvenimenti del 3 novembre 1969. Nei campus delle università americane, tra cortei e dimostrazioni, andava in scena la più grande crisi d’identità che mai gli americani avessero vissuto nella loro storia. Le generazioni dei giovani che avevano creduto al sogno di Kennedy di un’America di liberi e uguali, bruciavano la bandiera a stelle e strisce. Nella seconda guerra mondiale aveva rappresentato per tutto il mondo il simbolo della libertà dal dominio del nazismo e del fascismo. Adesso, nel mondo bipolare della guerra fredda, diventava l’emblema di un conflitto infinito tra le due super potenze che si contendevano i popoli poveri e deboli, i Davide in rivolta contro i Golia. E i giovani stavano dalla parte di Davide e dicevano basta alle guerre, basta alla minaccia atomica che pesava su tutto il pianeta.

Molti fotografi raccontarono il Vietnam della guerra, con delle immagini diventate iconiche: Nik Ut, Horst Faas, Eddie Adams, Don McCullin, Larry Burrows e tanti altri. C’era anche il nostro Romano Cagnoni, a raccontare però il Vietnam del nord.
Anche il cinema si è occupato a lungo del Vietnam, dipingendo scenari alienati, personaggi all’oblio, spettacolarizzando (purtroppo) un conflitto diventato a sua volta idea. Trash a parte, ricordiamo Apocalipse Now (con Dennis Hopper nelle vesti di un fotografo) e Platoon.
Il 30 aprile 1975 finisce tutto, con delle cifre impressionanti (cinquantamila americani uccisi e tre milioni di vietnamiti deceduti). Su suolo del Vietnam sono cadute tante bombe come cinque guerre mondiali. Per anni quella nazione si classificherà al secondo posto come esportatrice di metallo riciclato.

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