ERNST LUBITSCH E IL SUO “TOCCO”
Facciamo un passo indietro, con Ernst Lubitsch, ai tempi dei bisnonni; ma il suo cinema è teatrale, ben ritmato, allusivo e politico quando serve. Le occasioni per vedere i suoi film sono poche, ma una visione non guasterebbe.
"The Lubitsch Touch" è una frase che è stata a lungo utilizzata per descrivere lo stile unico del regista Ernst Lubitsch, quasi un’etichetta per far sì che il suo nome diventasse un marchio. Si tratta di una definizione che abbraccia una serie di virtù: raffinatezza, stile, sottigliezza, arguzia, fascino, eleganza, soavità, raffinata nonchalance e audaci sfumature sessuali. I critici di tutte le epoche hanno sempre usato il “tocco” del regista nel loro lavoro, il che dimostra l’importanza di Lubitsch nella storia del cinema, particolarmente di quello statunitense, dove ha segnato un’epoca. Tra i primi registi ad avere l’onore del “nome prima del titolo” sui manifesti e nei cast, Ernst Lubitsch, ebreo berlinese, era emigrato a Hollywood nel 1923, quando l’industria americana attingeva dal cinema europeo, strappandogli i nomi più prestigiosi.
Con Lubitsch torniamo giovani, ai tempi dei cineforum. Ricordiamo, a proposito, “Vogliamo vivere”, la cui trama si svolge nell’ambiente del teatro, nella Praga occupata dai nazisti: una commedia su un momento tragico della storia. Si tratta di un’acuta presa in giro del nazismo e fa ridere con esso, mentre il mondo trema per la paura.
Tra i ricordi giovanili emerge anche “Scrivimi fermo posta”, del 1940 (andato in onda spesso anche in TV. Siamo a Budapest ed è Natale in un momento di crisi. I protagonisti non sono coloro che usufruiscono del lusso, ma quanti lo vendono senza goderne: i commessi di un negozio. L’amore tra Alfred Kralik (James Stewart) e Klana Novak (Margaret Sullavan) è reso difficile dalla minaccia della disoccupazione. In ogni caso, il film scorre in una piacevole girandola di equivoci, tra malizie femminili e schermaglie tra sessi. Un altro tocco di Ernst Lubitsch.