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MICHELLE, LA SIMPATIA DELLA BELLEZZA

Michelle Hunziker deve la sua fama anche al gossip. E’ vero: lei è bella, scanzonata, vivace, sorridente, ma molto si è parlato del suo matrimonio con Eros Ramazzotti, celebrato il 24 aprile 1998 nella chiesa del Castello Odescalchi, a Bracciano. La coppia ha vissuto nell’immaginario dell’Italia dei rotocalchi, seguita anche dopo la separazione: considerata impossibile, come quella tra la Blasi e Totti. Del resto, il cantante, durante una trasmissione televisiva, avrebbe detto: «Michelle Hunziker è stata il mio grande amore».

Forse è la logica dello spettacolo, o anche della fama: lì l’amore non può reggere, perché si fatica a comprenderne l’aspetto conflittuale, la logica della battaglia quotidiana. Così si vaga altrove, dove talento e bellezza diventano contagiosi e disponibili, fino al sorgere delle prime contrarietà. Non c’è un finale da fiaba, nello spettacolo, e nemmeno il rimpianto per la sua mancanza. Rimane l’astrattezza, forse la finzione, di un mondo che parrebbe rinnovarsi, e che invece rimane omologato a dei dettami già visti. Del resto, il successo finisce per ubriacare, alterando valori e comportamenti. Però, forse è giusto così, e così deve essere: per loro, per noi, per i tanti che nei rotocalchi intravedono un sogno impossibile.

C’è poi la questione del torto o della ragione: di chi è la colpa della separazione? Quale ne è stata la ragione? Il popolo del gossip vive anche di questo, assimilando e costruendo paragoni; ma la vita continua, anche quella dello spettacolo; con un’eco che va oltre il sipario, che pure dovrà scendere. L’amore? Cosa per pochi umili e senza fiaba. Meglio così, giusto così.

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FOTOGRAFIA DA LEGGERE …

«Dicono che l'abitudine distrugga l'occhio: vivi in luogo e finisci per non vederlo più. Può darsi ma non vale per me: mi salvano l'emozione - perché di emozionarmi sono ancora capace - e la curiosità». Queste parole sono di un fotografo celebre e compaiono nella quarta di copertina del libro di oggi: “Fulvio Roiter, di Roberto Mutti”, Bruno Mondadori Editore (2012). Sì, si tratta della biografia dell’autore veneto, ma forse c’è qualcosa in più. Roberto Mutti ci fa conoscere da vicino il “Fotografo di Venezia” (così è conosciuto dai più), portando alla ribalta un vero poeta della fotografia, dal forte rigore formale e compositivo. Nel volume emergono anche spunti interessanti, che giovano al ritmo della lettura. Si tratta di un’opera letteraria e fotografica da possedere, perché permeata da un forte spirito narrativo, alla stregua di un romanzo.

Leggiamo nel libro le parole di Fulvio Roiter: «Mio padre aveva pochi mezzi, anche se non mi lesinava nulla. Com’era però nella cultura del tempo, me lo faceva pesare. Eravamo una famiglia mediamente numerosa, io ero il maggiore, mia sorella era più giovane di tre anni, mio fratello era arrivato molto più tardi, nel 1948, e noi si era sempre con l’acqua alla gola. Le discussioni e le decisioni più importanti, come in genere in tutte le famiglie di quel tempo, si prendevano a tavola tutti assieme». Succede così che una sera il giovane Fulvio se ne esce con una frase che spiazza molti: «Voglio andare in Sicilia per vedere se sono un fotografo o un chimico», riferendosi al diploma conseguito all’istituto tecnico per periti chimici.

Andrà in Sicilia, Fulvio Roiter, per volere della famiglia. La girerà con un motorino acquistato in loco, iniziando a produrre immagini (in B/N allora) dall’intenso formalismo compositivo. Prima c’era stata la Gondola (il circolo di Venezia) e Monti, che l’aveva aiutato a capire fotograficamente. La vita spesso vive del caso e quella di Fulvio Roiter ne è un esempio.

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LO SBARCO DI ANZIO

Il 22 gennaio del 1944 iniziava lo sbarco delle truppe alleate ad Anzio. Sul litorale laziale prendeva il via l'operazione Shingle, che dopo cinque mesi avrebbe portato alla Liberazione di Roma. Il fronte, successivamente, si sarebbe fermato sulla “Linea Gotica”, sugli Appennini. Parlare fotograficamente del secondo conflitto mondiale in Italia significa chiedere aiuto a Robert Capa.
Quando arriva in Italia come corrispondente di guerra, ritrae la vita dei soldati e dei civili, dallo sbarco in Sicilia fino ad Anzio: un viaggio fotografico che va da luglio 1943 a febbraio 1944, in grado di restituirci le tante facce della guerra di casa nostra.
Le immagini tramandate colpiscono ancora oggi per il rilievo che possiedono, un “calco” che genera l’empatia in chi le guarda. Lo spiega il suo amico, lo scrittore John Steinbeck, che, in occasione della pubblicazione commemorativa di alcune foto di Robert Capa, diceva: «Capa sapeva cosa cercare e cosa farne dopo averlo trovato. Sapeva, ad esempio, che non si può ritrarre la guerra, perché è soprattutto un’emozione; ma lui è riuscito a fotografare quell’emozione conoscendola da vicino».

In Italia Capa, oltre allo sbarco di Anzio, ha raccontato la resa di Palermo, la distruzione della posta centrale di Napoli o il funerale delle giovanissime vittime delle Quattro Giornate di Napoli; e ancora, vicino a Montecassino, la gente che fugge dalle montagne dove infuriano i combattimenti; e i soldati alleati, accolti a Monreale dalla gente, o in perlustrazione in campi opachi di fumo.

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UTO UGHI, LA VOCE DEL VIOLINO

Uto Ughi è un tipico violinista di scuola italiana: solido tecnicamente e dalla sonorità ampia e avvolgente. Il suo repertorio spazia dal Barocco italiano al Novecento. Le sue incisioni comprendono molti dei grandi concerti violinistici, ma anche alcuni di Giuseppe Tartini; ha inoltre inciso le sonate di Ludwig van Beethoven con Wolfgang Sawallisch al pianoforte e le opere per violino solo di Bach.

Noi abbiamo conosciuto Uto Ughi con il concerto K219 per violino e orchestra di Wolfgang Amadeus Mozart, uno dei cinque composti a Salisburgo nel 1775 e concluso il 20 dicembre. Il compositore austriaco, oltre al clavicembalo e all'organo nei quali eccelleva con genio, durante l’infanzia aveva studiato violino e a diciassette anni improvvisava in pubblico con maestria. Del K219 ricordiamo l’adagio (il secondo movimento): un’espansione di melodia e raffinatezza, con delle anticipazioni romantiche. L’intensità del violino non si perde mai e canta come una voce calma e serena, soprattutto nell’esecuzione di Uto Ughi.

Uto Ughi suona con un violino Guarneri del Gesù del 1744, che possiede un suono caldo dal timbro scuro ed è forse uno dei più bei “Guarneri” esistenti, e con uno Stradivari del 1701 denominato “Kreutzer” perché appartenuto all’omonimo violinista a cui Beethoven aveva dedicato la famosa Sonata.

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