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NEW YORK, STORIA & FUTURO

I ricordi di un viaggio” a New York di anni addietro ci hanno permesso qualche riflessione sulla fotografia. Sì, perché là le cose sono diverse: dove l'immagine è più “arte” rispetto a quanto rappresenti da noi. Lo sappiamo bene, ci stiamo indirizzando verso un territorio minato: quello che appunto vorrebbe indagare circa il valore artistico della fotografia. Il punto comunque non sta lì, nel senso che da tempo negli USA si è fatto sì che la nostra passione potesse essere equiparata alle altre arti. Ci stiamo riferendo all'habitat culturale, ma anche a nomi quali Stieglitz e Steichen che a lungo si sono prodigati in tal senso.

Già sentiamo le prime obiezioni: “Gli Stati Uniti hanno una storia breve, non hanno tradizioni”. Forse sarà così, ma le radici del tutto crediamo risiedano anche altrove: particolarmente in quanto è accaduto nel '500, nel periodo del Concilio di Trento, fino al '600. L'Europa protestante divenne iconoclasta, l'Italia (o quello che era) permise il culto delle immagini dei Santi. Potrebbe essere intuibile come al permanere dei decoratori, in casa nostra, sia corrisposta una sorta di cecità all'immagine nell'area “dell'EURO” anglosassone, fino al fatidico 1839. La fotografia divenne per molti (di là) sinonimo di libertà, di consapevolezza dell'io, di modernità: cose ben lontane da quelle espresse nella “noiosa” dissertazione sul dagherrotipo di Macedonio Melloni, a Napoli nel novembre del 1839.

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MATISSE, DONNE E COLORE

Tra i soggetti ritratti da Henri Matisse il corpo femminile è uno dei più ricorrenti, senza tentazioni erotiche o provocanti. Non c’è sensualità nelle sue modelle, forse perché i colori sono troppo vivaci e le linee eccessivamente marcate. Le odalische è stato uno dei temi più amati dal pittore. Pablo Picasso dopo la sua morte ebbe modo di dire: «Matisse morendo mi ha lasciato le sue odalische».
L’uso delle modelle è stato per Matisse una pratica fondamentale, con tanti nomi; tra questi: Laurette, modella italiana, e Henriette Darricarrère, conosciuta a Nizza, anche se poi il risultato era estremamente stilizzato e impersonale. L’ultima donna che ha posato per Matisse è stata Lydia Delectorskaja, in origine dama di compagnia della moglie e in seguito modella per lui. Matisse ha attraversato uno dei periodi più brutti della storia, ma nei suoi lavori traspare pace, rifugio, sollievo, luce e colore: caratteristiche importanti.
I fotografi che incontriamo per Matisse sono due nomi importanti: Henri Cartier Bresson e Robert Capa. Del primo vogliamo ricordare come nel 1952, grazie all'editore Tériade, fu proprio Matisse a creare l'immagine originale ritagliata su carta che fu utilizzata sulla copertina del suo libro “Images à la Sauvette”. Ed è straordinario il fatto che un fotografo sia stato capace di rinunciare a una propria immagine in copertina, preferendo un’opera di un’artista. Surrealismo vero.

Buon anno a tutti

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JAMES LEBRON, IL PREDESTINATO

Il 30 dicembre ricorrono due compleanni illustri: di Eugene Smith (nato il 30 dicembre 1918) e Patti Smith (nata il 30 dicembre 1946). Di loro abbiamo parlato gli anni scorsi, così quest’anno ripieghiamo sulla passione (di chi scrive) per la pallacanestro, incontrando una leggenda della palla a spicchi: James LeBron.

Che lo sport del canestro sia degli alti è cosa risaputa, ma lassù la lotta è aspra e per emergere occorrono le doti di sempre: applicazione, impegno, coraggio e fantasia. James ha avuto un’infanzia difficile, accompagnata dalla povertà. Ha iniziato ad amare cerchio e retina sin da piccolo, per via di un regalo di sua madre. E’ stato il suo primo allenatore a forgiargli l’autostima, spalancandogli le porte per una carriera invidiabile. Quattro titoli NBA vinti (in tre città diverse) parlano da soli, ma emergono soprattutto i suoi numeri nei campionati disputati, tra punti segnati, rimbalzi conquistati e assist. Il suo fisico è straordinario, modellato per il parquet. I fondamentali in suo possesso lo rendono vincente in molti ruoli: ala piccola, ala forte, spalle a canestro; ma lui palleggia anche molto bene, per cui risulta praticamente immarcabile. Dalla lunga distanza le sue percentuali sono buone. Che dire quindi? E’ già una leggenda. Il suo nome brillerà al pari di Jordan, Bird, “Magic”, Briant; perché predestinato.
Anche a livello mediatico il suo valore commerciale è alto ed è curioso il fatto che Vogue gli abbia dedicato una copertina assieme alla Top Model Gisele Bundchen. Chi ha scattato la fotografia? Non poteva che essere lei, Annie Leibovitz; capace com’è d’interpretare i soggetti e i contesti che li contengono. Le due immagini che proponiamo parlano da sole.

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ACCENDIAMO LA RADIO

Il 29 dicembre del 1891, l'inventore americano Thomas Edison brevettava la radio, strumento che sarebbe divenuto fondamentale in vari campi, arrivando vivo e vegeto fino ai giorni nostri. Edison fu il primo imprenditore che seppe applicare i principi della produzione di massa. LIFE lo classificò al primo posto tra le "100 persone più importanti negli ultimi 1000 anni", anche grazie all’invenzione della lampada ad incandescenza.

Non vogliamo entrare nei dettagli dell’invenzione, ma comprenderne il significato sociale e culturale. Se ci pensiamo, di apparecchi nella nostra vita ne abbiamo visti tanti: grandi e di legno quelli dei nonni, più piccoli e a transistor nelle mani dei nostri genitori. E poi, il loro suono riconoscibile usciva dalle finestre d’estate, animava negozi e bar; e le domeniche pomeriggio accompagnava le passeggiate degli adulti in attesa dei risultati di calcio. Che dire poi delle emittenti? Erano nazionali o lontane, fino agli anni ’70; libere subito dopo, distribuite capillarmente un po’ ovunque. La radio molto presto ha iniziato anche a far sentire la sua voce in auto, particolarmente nelle ore notturne. «La radio che passa Neil Young sembra avere capito chi sei», così cantava Ligabue in Certe Notti. Perché, è vero: la radio è intima, personale, vicina all’individuo; e forse a questo deve la sua longevità. C’è un DJ pronto a parlarti anche al buio, quando la notte vuole lasciarti a pensare, con solo la strada davanti illuminata dai fari. Si potrebbe poi parlare delle trasmissioni, tipo “Supersonic” (metà anni ’70), o delle emittenti private, come “Punto Radio Zocca” del primo Vasco Rossi; ma il discorso cadrebbe nella retorica più nostalgica. Sta di fatto che l’apparecchio radio è ancora lì, vivo e vegeto; nonostante internet, i social, lo smartphone. E’ lui a scegliere noi, nei momenti della nostra giornata. Accendiamolo.

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