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CURIOSITA’ FOTOGRAFICHE …

Come avevamo promesso nell’editoriale d’inizio anno, ogni tanto ci occuperemo di curiosità fotografiche. Nel farlo, non desideriamo sbalordire e nemmeno assumere un tono ironico; piuttosto ci piacerebbe indurre delle riflessioni circa le idee e le visioni che tanti personaggi sono riusciti a portare avanti con concretezza. Tanto per fare un esempio, oggi appare naturale parlare di full frame, senza considerare che tempo addietro un certo Oskar Barnack pensò di inserire una pellicola cinematografica dentro una piccola fotocamera. Ne è nato un fotogramma 24X36 che corrisponde al pieno formato di oggi.
Del resto, ogni tanto è giusto rivolgersi alla storia e farla rivivere, anche solo con la fantasia. I musei, quelli a tema tecnologico soprattutto, esistono anche per questa ragione: comprendere l’idea e la visione degli inventori.

Oggi la tecnologia ci aiuta molto. Con un investimento modesto, figurativamente siamo in grado di creare quanto ci aggrada; e spesso lo strumento diventa una scorciatoia che si antepone al progetto. Ancora peggio: alle volte cerchiamo l’idea originale, senza valutarne la dimensione, convinti di ricevere dalle apparecchiature (innocenti, è ovvio) il supporto necessario. Crediamo che occorra interrogarsi spesso su chi siamo, soprattutto circa l’atteggiamento che assumiamo di fronte alle storie che si parano davanti ai nostri occhi. Tutto parte da lì, da quella riflessione, per far sì che ognuno di noi possa tramandare a domani istanti significanti, che allungano la storia di sempre: quella della vita.

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BLOWIN’ IN THE WIND

12 gennaio 1985, l’Italia era stretta dal gelo, con punte minime inimmaginabili oggi (-23 a Firenze). Nella notte, a Milano, sarebbe comparsa la neve, che avrebbe imbiancato la città per quattro giorni consecutivi, raggiungendo i 90 centimetri. Oggi il termometro, nel capoluogo lombardo, non scende sotto lo zero e nemmeno ci domandiamo perché. Qualcosa sta cambiando, per andare dove però? Del resto, proprio di questi tempi le domande potrebbero essere molte, con una storia che pare inseguirsi sugli stessi temi, irrisolti da secoli.

12 gennaio 1963 - Bob Dylan canta in anteprima assoluta il brano "Blowin’ in the wind". E’ la sua canzone iconica, immortale, eseguita con la chitarra acustica e un’armonica a bocca, in semplicità. I pochi versi, ricchi di profondità, si compongono di domande dalle risposte irrisolte, perché: «The answer, my friend, is blowin’ in the wind». La risposta, sussurra nel vento, aleggia nel vento, è portata dal vento; e non si sa se verrà raccolta da qualcuno.

Altri tempi, quelli del ’63, dove l’ideologia faceva sentire la sua voce. Oggi, la virtualità nasconde le idee e propone una realtà troppo oggettiva, ma di più facile lettura, il che non guasta. E’ giusto, però, ascoltare ogni tanto i classici di un tempo, perché sono diventati degli esempi per la musica degli anni a venire, certamente fonti d’ispirazione per molti, anche di casa nostra. Resta la nostalgia (scusate) per quei jeans stretti e quella chitarra che ormai non suoniamo più, causa la pigrizia del tempo o l’inadeguatezza dei momenti. Del resto, «The answer, my friend, is blowin’ in the wind» e il suo sussurro non siamo riusciti ad ascoltarlo.

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NASCE L’AUTOBIANCHI

Riprendiamo una notizia di tre anni addietro. L'11 Gennaio 1955, nasceva l'Autobianchi, grazie a un accordo tra Bianchi (quella delle biciclette di Fausto Coppi), Pirelli e Fiat. Ci piace parlarne, perché siamo di fronte a un marchio che trova il consenso, in un’Italia che piace. I più anziani ricorderanno la Bianchina, «La sua virtù della Bianchina è di essere una piccola fuoriserie prodotta in serie, il che in definitiva è proprio una delle condizioni fondamentali dell’industrial design», scriveva Mario Miniaci nell’articolo “La fuori serie di serie” pubblicato sulla Rivista Pirelli n° 5 del 1957.
La Bianchina condivideva la motorizzazione della 500 (2 cilindri raffreddati ad aria), ma risultava più spaziosa, comoda, anche silenziosa; in più aveva quelle codine che facevano tanto USA (di moda allora).
Qualcuno ricorderà la Bianchina Cabriolet terza serie rossa che appare nell’incipit del film “Come rubare un milione di dollari e vivere felici” del 1966, guidata a capote aperta per le strade di Parigi da Audrey Hepburn, completamente vestita di bianco. L’attrice, tra l’altro, era appassionata di auto.

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ROD STEWART, IL PROVINCIALE CHE PIACE

Piaceva, Rod Stewart: molto; certo non per la bellezza. Lui è stato bravo a non svestirsi del tutto da quel ragazzo di provincia dai capelli strani, ribelle a piccole dosi. Il suo atteggiamento non era di protesta, ma di sicuro proponeva un’alternativa all’omologazione maschile. Giocava bene a calcio e questo la dice lunga circa il suo substrato di provenienza.
La voce l’ha aiutato molto, questo è certo, facendolo diventare anche un ottimo esecutore di cover. Nella nostra lista d’ascolto, oltre ai brani che enunceremo, abbiamo: Sailing, The First Cut is the Deepest e Bewitched (un brano di Richard Rodgers del 1940, cantato anche da Ella Fitzerald). Per il resto, c’è poco da dire: non siamo ai livelli di Joe Cocker. I suoi dischi venivano regalati per non sbagliare e spesso costituivano una colonna sonora d’intrattenimento. I gusti spesso si legano alla generazione e chi scrive gradiva maggiormente un ascolto più “ruvido”. Altri tempi, comunque. Rod Stewart merita la fama che si è conquistato. Applausi.

Conosciuto per la sua caratteristica voce roca, il cantautore britannico Rod Stewart si è esibito in diverse band britanniche negli anni '60. Una volta intrapresa la carriera da solista, "Maggie May" divenne il suo primo singolo degno di nota, nel 1971. Trasferitosi negli Stati Uniti nel 1975, le canzoni di successo di Stewart includevano "Tonight's the Night" (1976) e "Do Ya Think I'm Sexy?" (1978). Ha vissuto una pausa di carriera durante gli anni '80 e '90, ma è tornato alla ribalta cantando i classici negli anni 2000, vincendo un Grammy Award come miglior album vocale nel 2004.

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