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ARNOLD GENTHE, CULTURA E RITRATTI

La storia spesso nasconde i suoi protagonisti, anche in fotografia. E’ il caso di Arnold Genthe, tedesco, migrato negli Stati Uniti dopo gli studi umanisti nel suo paese. Abiterà prima a San Francisco, poi a New York. In California vedrà tremare la terra e ne subirà le conseguenze, restituendo però ampia documentazione dell’accaduto e anche della città prima dell’evento tellurico.
A San Francisco viene affascinato dal quartiere cinese, che si impegna a documentare. Forse è in quelle circostanze, pensiamo, che inizia ad approcciare al ritratto, almeno per ciò che concerne la relazione. A New York ritrarrà molte celebrità, tra queste Greta Garbo, Lee Miller, Peral S. Buck, la scrittrice che ha ambientato molti dei suoi romanzi in Cina. Ha anche viaggiato molto, Genthe, aspetto che abbiamo tralasciato; ma la sua ritrattistica si manifesta in maniera imponente, assieme a quella cultura coltivata in gioventù. La storia della fotografia gli deve molto.

Arnold Genthe nacque l'8 gennaio 1869 a Berlino, in Germania, da Luise Zober e Hermann Genthe, professore di latino e greco al Graues Kloster (Monastero grigio) di Berlino.
Ha frequentato il Wilhelm Gymnasium ad Amburgo, in Germania, proseguendo gli studi in filologia classica, archeologia e filosofia presso le Università di Berlino e Jena, ottenendo un dottorato in filosofia nel 1894. Ha studiato anche alla Sorbona di Parigi dal 1894 al 1895.

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TANTI AUGURI FOTOGRAFIA

Con una ricorrenza quale quella di oggi non possiamo fare altro che ripetere quanto detto due anni addietro, aggiungendo comunque qualcosa.
Il 7 gennaio 1839, ai membri dell'Académie des Sciences francese furono mostrati, dallo scienziato François Jean Dominique Arago, i prodotti di un'invenzione che avrebbe cambiato per sempre la natura della rappresentazione visiva: la fotografia. Le immagini sorprendentemente precise che hanno visto erano opera di Louis-Jacques-Mandé Daguerre (1787–1851), pittore e incisore romantico fino ad allora famoso come proprietario del Diorama, un popolare spettacolo parigino con pittura teatrale ed effetti di luce. Ogni dagherrotipo (come Daguerre soprannominò la sua invenzione) era un'immagine unica su un foglio di rame placcato argento altamente lucido.
Da quel gennaio 1839, il pennello non sarebbe più stato il solo a rappresentare la realtà. La «scrittura con la luce» (questo il significato del termine fotografia, declinato per la prima volta da sir John Frederick William Herschel in una lettera a Fox Talbot il 27 febbraio 1839) avrebbe trasportato il mondo in un altro mondo, quello dell’aderenza con la realtà.

La fotografia, da quel 1839, è cambiata nel tempo: quasi da subito, se consideriamo che il dagherrotipo è vissuto solo vent’anni. I punti di non ritorno sono stati tanti, fino al digitale di oggi. Di mezzo ci sono stati ritratti, paesaggi, reportage, moda, per una realtà interpretata e dedicata a chi volesse osservarla. Del resto Edward Steichen ebbe ragione nel dire: «Missione della fotorafia è raccontare l’uomo all’uomo e ogni uomo a se stesso».

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PAOLO CONTE, JAZZ E PAROLE

Musicista, cantautore, avvocato, appassionato d’arti figurative ed enigmistica: questo è Paolo Conte. Astigiano di nascita, ha portato in giro per il mondo la sua poesia; con un pubblico diventato numeroso per estensione geografica, con una platea mondiale. A Parigi lo adorano e a febbraio approderà alla Scala, con undici musicisti. Un traguardo? Forse, ma meritato. L’alchimia delle sue parole necessità di un luogo di culto e il palcoscenico milanese è uno di questi; già, perché lì potranno diventare immagini, caratteristica saliente del suo modo di esprimersi e cantare. Ci vengono in mente: «C’è un po’ di vento, abbaia la campagna, c’è la luna in fondo al blu» (Bartali), e poi «Stanno innaffiando le tue rose, non c’è il leone, chissà dov’è» (Azzurro).
La carriera di Conte inizia con la rincorsa, a metà anni ’60, quando in tanti ascoltavano le sue musiche e parole cantate da altri; è il caso di: “La coppia più bella del mondo” e “Azzurro” (Adriano Celentano), “Insieme a te non ci sto più” (Caterina Caselli), “Tripoli ‘69” (Patty Pravo), “Messico e Nuvole” (Enzo Jannacci), “Genova per noi” e “Onda su onda” (Bruno Lauzi) e molti altri brani. A dire il vero, ce ne siamo accorti dopo della firma “astigiana”, provandone piacere e ammirazione; perché sì, Conte va oltre il linguaggio universale della canzone, chiudendo i versi come in un rebus, per poi farli esplodere in un’immagine luminosa: «Ci sono palme e bambù...è un luogo pieno di virtù... Il mare mi ha portato qui, ritmi canzoni, donne di sogno, banane, lamponi» (Onda su onda).
Vive ad Asti, Paolo, dove nascono le sue parole, con il desiderio “d’altrove” e tutte le attese che ne conseguono. Noi “Che stiamo in fondo alla campagna, E abbiamo il sole in piazza rare volte, E il resto è pioggia che ci bagna” temiamo il mare scuro, “che si muove anche di notte e non sta fermo mai”; ma “In un'immobile campagna, Con la pioggia che ci bagna, E i gamberoni rossi sono un sogno, il sole è un lampo giallo al parabreeze” (Genova per noi). Quel bagliore, però potrebbe diventare “azzurro”, come la canzone che in tanti, anche all’estero, cantavano dai balconi durante il lockdown da Covid. Bisognava stare in casa, allora, come a volte capita nella vita aspettando il meglio: «Vuoi andare al cine? Vacci tu, io sto qui e aspetto Bartali».

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UMBERTO ECO, BOLOGNESE D’ADOZIONE

Umberto Eco è stato Scrittore, Semiologo, Critico letterario, Medievista, Traduttore, Professore di Semiotica presso l’Alma Mater Studiorum, fondatore di Scienze della Comunicazione e della Scuola Superiore di Studi Umanistici. L’Università di Bologna ha conferito a Umberto Eco tutti i titoli e i riconoscimenti possibili, grata al famoso semiologo per esser stata arricchita dal suo insegnamento e dai corsi da lui creati e resi celebri.
Dopo essersi trasferito a Milano, negli ultimi anni di vita, Eco ha sempre trovato il pretesto per tornare a Bologna, per qualche conferenza o qualche ricerca, accolto sempre con ammirazione dai suoi studenti e non solo. La conformazione stessa della città emiliana era diventata a lui familiare, quasi una propagazione delle sue speculazioni, un fitto tessuto sinaptico, un labirinto fluido di portici, dove ci s’incontra e si scambiano informazioni.

«Una biblioteca non si limita a raccogliere i tuoi libri, li legge anche per conto tuo», così si esprimeva Umberto Eco; e la frase un po’ ci consola, visto che quando lo leggiamo ci sentiamo tremendamente piccoli. Lo abbiamo definito “bolognese d’adozione” per più motivi. In prima istanza, siamo affezionati a quella città; secondo poi, proprio là l’autore piemontese ha gettato un ponte tra vecchio e nuovo in ambito accademico. A lui si deve la fama che il DAMS di Bologna conquistò dalla metà degli anni settanta in poi. Se ne parlava spesso, ai tempi, tra i misteri dei portici: lo scenario ideale per qualsiasi racconto, vero o inventato che sia. E la scia della sua presenza passata si respirerà a lungo, evangelizzata da quei giovani, oggi attempati, che ne divulgheranno la parola.
Siamo però piccoli, dicevamo, ma di tempo ne abbiamo. Quello che lui ha letto e studiato lo ritroveremo quando occorre: forse in quella biblioteca che adesso sta leggendo per noi.

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