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GAE AULENTI, ARCHITETTO INTELLETTUALE

A Milano c’è una piazza intitolata a suo nome. E’ adiacente al quartiere Garibaldi, al centro del complesso della Unicredit Tower: circolare, grande, moderna, dotata di pensiline fotovoltaiche per fornire energia alle tre torri che la sovrastano. Sarebbe piaciuta a Gae Aulenti? Forse, anche se lei guardava oltre, con uno sguardo internazionale. Diceva: «Per me era fondamentale partire per Buenos Aires e prendermi il tempo per passare dalla Bolivia di Che Guevara. Conoscere Parigi significava conoscere l'Europa... Non mi sono mai fermata».

La Aulenti era in primo luogo un intellettuale. I suoi progetti traevano ispirazione da un lavoro di ricerca letteraria, storica, artistica e persino musicale. Per questa ragione era in grado di modernizzare delicatamente, col garbo necessario, gettando un ponte tra i valori del passato e le potenzialità del futuro.

Oltre alle creazioni d’arredo, il suo lavoro l’ha portata a esprimersi in varie direzioni. Collabora anche con l’industria. Nel 1966 per Olivetti crea degli showroom fra cui Olivetti Shop (1966, Parigi, Francia). Nel 1968 per la fabbrica di automobili Fiat disegna allestimenti per esibizioni, stand commerciali e showroom; tra questi, quello di Zurigo, di Bruxelles in Belgio e di Torino.

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NINO ROTA, LA MUSICA MAGICA

Parlare di Nino Rota in questa sede risulta riduttivo, per ciò che ha rappresentato nel panorama musicale. A lui si devono composizioni operistiche e orchestrali, insieme alle famose colonne sonore di film. Leggiamo che, oltre a essere laureato in lettere, nutriva una forte passione per l’esoterismo, accesa da un professore di Conservatorio. Tra l’altro collezionava volumi sulla materia ed è da considerarsi un esperto. Mario Soldati e Federico Fellini dicevano come lui parlasse con l’aldilà. Era una persona magica, quindi; così, un po’ anche per suggestione, possiamo comprendere l’atmosfera creata dalle sue musiche in molti film. Ne è un esempio “Amarcord”, di Federico Fellini; una pellicola che si svolge per impressioni, come in un sogno, e le note di Rota completano questa dimensione.
Non abbiamo una fotografia d’autore che ritragga Nino Rota, così ci siamo appoggiati al cinema e al suo amico Federico Fellini. Del resto è lì che si completa una sinergia tra artisti, nelle fotografie del regista romagnolo, l’attore occulto dei film che dirigeva, soprattutto quando interpretava le scene di fronte ai suoi attori.
Come fotografo, quella di Tazio Secchiaroli è stata una scelta obbligata: anche lui era un amico di Fellini; e qui la magia si completa, anche se poi va anche immaginata, perché non impressiona la pellicola.

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DALLA TELEVISIONE AL CINEMA

Non è una fiaba, quella di Lucy Liu, o almeno così sembrerebbe. La bellezza non l’ha di certo aiutata, anche se esteticamente piace. Diciamo che in lei è emersa una caparbietà mai doma e una spinta culturale forte (parla numerose lingue), oltre a una capacità interpretativa personale e intensa. L’avvocato che Lucy incarnava in Ally McBeal, una serie TV, è stato creato appositamente per lei.
C’è dell’altro, però, l’attrice è di origine cinese ed è riconoscibile nell’aspetto, ma non si è appoggiata unicamente su quella caratteristica, creando un personaggio nuovo, occidentale quasi, certo non omologato. Anche questo è un merito.

Per parlare di Lucy Liu, incontriamo volentieri David Bailey, un fotografo che ha interpretato a fondo la rivoluzione culturale che divenne nota come The Swinging Sixties. Lui immortalò il nuovo, in un periodo nel quale cresceva l’interesse della gente per la moda e le celebrità. Il mondo della musica pop stava attraversando un profondo cambiamento, il cui eco, per forza e intensità, arriva ancora oggi. Ritrovare l’autore inglese ci fa piacere, anche perché c’è coerenza con il suo soggetto: nuovo a suo modo, distante dai modelli omologati, e vero nella sua originalità.

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BELLA E IMPOSSIBILE

Anni ’80, Milano era da bere. La moda pretendeva bellezze alla Carol Alt: inaccessibili, ma fino a un certo punto; diciamo più visibili. Le “top” erano un po’ questo: abitavano lassù, però risultavano anche molto popolari, diffuse nell’immaginario collettivo. Oltretutto, nutrivano il Gossip alacremente. Carol era un po’ questo: di ghiaccio, ma non del tutto; con quanto serviva per sorridere alla gente, anche se dall’alto.
La moda iniziava a essere un’istallazione individuale, un voler essere e non una forma di comportamento. Bene così, comunque: i tempi cambiano.
Per il resto, c’è poco da dire; quella di Carol è una fiaba a lieto fine, con la predestinata che inciampa in uno scopritore, il quale le spalancherà le porte delle passarelle e del cinema. Beata lei.

Circa le fotografie, e gli autori, abbiamo qualche rimpianto. Dall’altra parte dell’obiettivo non c’era Marilyn Monroe e nemmeno Coco Chanel (loro veramente impossibili), per cui Bert Stern e Horst P. Horst non hanno potuto esprimersi al meglio: manca il personaggio, per il primo; e il lirismo, nel caso del secondo. L’incontro con la modella si è fermato a metà strada, in un’area d’incompiutezza, che peraltro traspare con forza. Forse la vera inaccessibilità abita proprio lì, con due mondi che non si possono mescolare.
I tempi cambiano: bene così.

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