Skip to main content

NASCE IL RAGAZZO DI MEOLO

Non è la prima volta che ci occupiamo di Fulvio Roiter, ma mai lo abbiamo fatto in maniera approfondita. Ce ne sentiamo in colpa, questo è certo: per il valore del fotografo e per quanto ancora oggi ci sta lasciando, pur con la sua dipartita. Sentiamo solo il desiderio di giustificarci: non tanto per chiedere scusa, quanto per comprendere meglio quanto abbiamo letto, negli anni, all’interno delle sue immagini, ricche di un equilibrio formale quasi istintivo.

Ebbene, con Roiter non riusciamo a tirare in ballo le tante regole che attanagliano la fotografia “parlata”. Nelle sue immagini c’è l’attimo “bressoniano”? Non sappiamo. Troviamo il racconto degli umanisti? Difficile rispondere. Riconosciamo i dettami del reportage? Nessuno può dirlo. Con un po’ di umiltà, e con tanta paura di essere fraintesi (il nostro giudizio è oltremodo positivo) riconosciamo nel nostro le qualità di un prestigiatore, di un medium. Lui riesce a confezionarci degli scatti che possiedono, al loro interno, la giusta complessità, le prospettive inusuali, quel tanto di emozione che quasi non riesci a spiegarla: com’è giusto che sia. Per il resto (e anche qui chiediamo scusa) lui rimane un autore del dopoguerra, di quel periodo nel quale i circoli (leggendari i nomi: la Bussola, la Godola, e via dicendo) sono stati i promotori della fotografia italiana, assopita (non del tutto, a dire il vero) da un ventennio di rincorsa.

Di Roiter ci piace la sua prima Sicilia, la Venezia dei sogni, il Brasile; ma anche quella vita che l’ha portato, in gioventù, a dormire in stazione solo per frequentare quel circolo (la Gondola, in questo caso) che tanto gli stava dando in contenuti e consapevolezza. Tutto parte da lontano, dalla direzione che diamo alle storie della vita. Per il momento, guardiamo i suoi libri (ne possediamo tre) e ci consoliamo con le immagini. La speranza è quella per la quale la poca attenzione che gli abbiamo dedicato rimanga solo un episodio, non replicato da altri.

Continua a leggere

FOTOGRAFIA DA LEGGERE …

Conoscere i fotografi è importante per rendere consapevole la nostra passione per lo scatto, questo perché la fotografia è una pratica relazionale e occorre comprendere, per gli autori più famosi, come le vicende della vita possano aver influito sulla loro creatività. “Il mio ritratto” di Margaret Bourke-White (Edizioni Contrasto) può aiutarci ad aprire il nostro sguardo su cosa l’autrice americana abbia messo in atto per primeggiare nell’immagine, oltre ovviamente al coraggio. Già perché lei è stata la prima donna in molti ambiti e questo risulta essere il valore aggiunto che si ottiene dalla lettura della sua autobiografia.

Già, la “Prima donna”; ecco cosa scrisse Alessandra Mauro, curatrice della mostra della mostra milanese, a Palazzo Reale, tenutasi dal 25 settembre 2020 al 2 giugno 2021. «Una donna di primati, Margaret Bourke-White; la prima ad arrampicarsi sulle colate di ferro delle fonderie e ad affrontare il calore delle fornaci per realizzare fotografie industriali insolite, visionarie; la prima ad affrontare la fotografia aerea (“se ti trovi a trecento metri di altezza, fingi che siano solo tre, rilassati e lavora con calma”, era il suo motto); la prima a realizzare un libro di testi e fotografie sulla Depressione degli anni Trenta nel Sud degli USA; la prima a documentare la Russia del piano quinquennale e l’unica a ottenere una sessione di posa da Stalin. La prima per cui viene disegnata la divisa di corrispondente di guerra, e poi, la prima a riprendere l’orrore del campo di concentramento di Buchenwald, a testimoniare l’India nel momento di separazione con il Pakistan e l’unica a realizzare un intenso ritratto del Mahatma Gandhi a poche ore dalla sua morte. La prima a scendere sottoterra con i minatori in Sud Africa, a fotografare la segregazione razziale degli USA a colori. La prima, soprattutto, a non sottrarsi alla macchina fotografica diventando a sua volta il soggetto di un reportage che documenta, con la forza e la tenerezza dello sguardo del collega Alfred Eisenstaedt, la sua lotta contro il Parkinson che la immobilizzerà e la porterà alla fine. In quei momenti Margaret, famosa per la sua eleganza e il gusto innato per i vestiti, non ha paura di mostrarsi debole, invecchiata e impaurita. La prima, insomma, quasi in tutto. Con le sue immagini, le sue parole, la sua vita, Margaret Bourke-White è stata in grado di creare un personaggio forte e invidiabile costruendo il mito attraente di se stessa, donna e fotografa».

Continua a leggere

“LA FELICITA’ IN UNO SCATTO”, AL VIA IL CONTEST

La rete dei punti vendita PHOTOP ha indetto un concorso dal titolo “La felicità in un istante”, espressa in tutte le sue forme. Parte da subito e terminerà il 15 gennaio 2023.

Come abbiamo detto spesso, la felicità è anche e soprattutto un diritto, sancito a volte dalla stessa politica. “L’abbiam avuta in dono”, grida Benigni nel suo monologo dei dieci comandamenti, “E spesso ce ne dimentichiamo”, continua l’attore, “Dobbiamo cercarla”. Non è quindi gratuita, perché richiede impegno, a volte anche coraggio. Ecco che la fotografia può venirci in aiuto: non tanto nel risultato, buono o meno; bensì nel gesto, nella ricerca, nella relazione che si sviluppa con cose o persone, per via del tentativo, implicito in molti, di raccontare un mondo migliore, un tempo più bello.

Difficilmente la felicità rappresenta una scelta, ma abbiamo la possibilità di coglierne il brivido improvviso con un semplice click, lasciando poi che si fermenti nel cassetto dimenticato, con tutti i rischi di tristezze o malinconie. Salterà fuori al momento giusto, per via di un diritto che è della vita stessa e del senso che dovrebbe avere.

Continua a leggere

CRISI DEL ’29, IL MARTEDI’ NERO

Col titolo, ci stiamo riferendo alla crisi economica che alla fine degli anni Venti colpì il mondo intero, con ricadute su produzione, occupazione, redditi, salari, consumi e risparmi. Sono poi nati termini come “Grande depressione”, “Crisi del ’29” o “Crollo di Wall Street”. Tutto ebbe inizio il 24 ottobre 1929, poi chiamato “giovedì nero”, con il crollo della borsa. Alcuni giorni dopo, il lunedì 28 ottobre e martedì 29 ottobre (il martedì nero), 16 milioni di azioni vennero scambiate a prezzi in caduta verticale.

Con l’arrivo della Grande Depressione, Margaret Bourke-White lascia New York per trasferirsi a ovest, raccontando il dramma umano degli agricoltori americani degli stati centrali, già colpiti dalla depressione economica e ridotti in miseria dalle tempeste di sabbia. Lei, però, non documenta solamente, ma aggiunge negli scatti ironia e sarcasmo, rendendo ancora più palesi le ambiguità del Sogno Americano.

Le fotografie che vediamo non riguardano le tempeste di sabbia, ma sono state scattate nel 1937, durante le alluvioni che hanno colpito Louisville, in Kentucky. L’immagine in pagina 2 è ben composta, facendo emergere con forza il contrasto palesato dal manifesto e recitato dal testo che l’accompagna: «Non esiste niente al mondo come lo stile di vita americano». E poi: «I più alti standard di vita». I testimonial del messaggio sono i componenti di una famigliola bianca: sorridenti, felici, dentro l’immancabile automobile. Sotto ecco comparire la dura realtà, in fila con se stessa: quel popolo che sta attraversando un momento di grande difficoltà.

Quell’immagine è diventata un’icona nella mente di molti, rappresentando la visione di un’epoca. Seppur abbia documentato soltanto il territorio Kentucky, è riuscita a rendersi portavoce del profondo disagio sociale che a più livelli incombeva sugli Stati Uniti d’America degli anni Venti e Trenta.

Continua a leggere