NASCE IL RAGAZZO DI MEOLO
Non è la prima volta che ci occupiamo di Fulvio Roiter, ma mai lo abbiamo fatto in maniera approfondita. Ce ne sentiamo in colpa, questo è certo: per il valore del fotografo e per quanto ancora oggi ci sta lasciando, pur con la sua dipartita. Sentiamo solo il desiderio di giustificarci: non tanto per chiedere scusa, quanto per comprendere meglio quanto abbiamo letto, negli anni, all’interno delle sue immagini, ricche di un equilibrio formale quasi istintivo.
Ebbene, con Roiter non riusciamo a tirare in ballo le tante regole che attanagliano la fotografia “parlata”. Nelle sue immagini c’è l’attimo “bressoniano”? Non sappiamo. Troviamo il racconto degli umanisti? Difficile rispondere. Riconosciamo i dettami del reportage? Nessuno può dirlo. Con un po’ di umiltà, e con tanta paura di essere fraintesi (il nostro giudizio è oltremodo positivo) riconosciamo nel nostro le qualità di un prestigiatore, di un medium. Lui riesce a confezionarci degli scatti che possiedono, al loro interno, la giusta complessità, le prospettive inusuali, quel tanto di emozione che quasi non riesci a spiegarla: com’è giusto che sia. Per il resto (e anche qui chiediamo scusa) lui rimane un autore del dopoguerra, di quel periodo nel quale i circoli (leggendari i nomi: la Bussola, la Godola, e via dicendo) sono stati i promotori della fotografia italiana, assopita (non del tutto, a dire il vero) da un ventennio di rincorsa.
Di Roiter ci piace la sua prima Sicilia, la Venezia dei sogni, il Brasile; ma anche quella vita che l’ha portato, in gioventù, a dormire in stazione solo per frequentare quel circolo (la Gondola, in questo caso) che tanto gli stava dando in contenuti e consapevolezza. Tutto parte da lontano, dalla direzione che diamo alle storie della vita. Per il momento, guardiamo i suoi libri (ne possediamo tre) e ci consoliamo con le immagini. La speranza è quella per la quale la poca attenzione che gli abbiamo dedicato rimanga solo un episodio, non replicato da altri.