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CLAUDE CAHUN E L’AUTORITRATTO SURREALISTA

Scrittrice e artista, Cahun (nata Lucy Renée Mathilde Schwob) faceva parte della cerchia surrealista; di questa condivise la poetica degli oggetti quotidiani e l’ossessione per la dimensione onirica, fantasmatica e mutante dell’immagine corporea. Dedicò la maggior parte del suo cospicuo lavoro fotografico all’elaborazione di forme di auto rappresentazione che non contenessero alcun segno distintivo di femminilità o mascolinità, con esiti che quasi trascendono dall’umano.

Autoritratti, quindi; ebbene, nella storia della fotografia, a ritrarsi da sole sono state soprattutto le donne: Francesca Woodman, Cindy Sherman, Wanda Wulz, Dora Maar; ma anche Claude Cahun, Ilse Bing, Lisette Model, Imogen Cunningham e tante altre. Questioni di vanità? No, mai; piuttosto si trattava di un bisogno, talvolta di una cura.

Come ci racconta Concita De Gregorio nel suo libro “Chi sono io?”, anche il tempo diventa un fattore determinante nello scatto a se stessi, che poi lo è della stessa fotografia. Ore, minuti, secondi, scorrono senza tregua; ma è un’illusione pensare che il loro andamento sia lineare. Più spesso accelerano, rallentano, tornano indietro, confluiscono, suggeriscono, esortano, ricordano. Possono diventare un lusso o anche un’ossessione. L’autoritratto compie per questo quasi una forzatura: diventa un testacoda, un passo più lungo della gamba che torna indietro verso l’interiorità. Per cercarla.

E allora? Domande; e poi sussurri, suggerimenti, persino preghiere. “Guardami”, sembrano esortare gli autoritratti, in attesa di una risposta. Ne è emersa una piccola rivoluzione. La donna, con la fotografia, ha potuto mostrarsi per come sarebbe voluta apparire, magari proponendosi, chiedendone conferma. Troppo spesso ne abbiamo rifiutato il dialogo conseguente. È ora di cambiare, rispondendo sin d’ora alla domanda: “Chi sono io?”. Vale per tutti, ovviamente; soprattutto per noi uomini. Potrebbe iniziare una nuova era, della quale abbiamo bisogno adesso. Saranno le donne a salvarci, se solo sapremo ascoltarle.

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FOTOGRAFIA DA LEGGERE …

Consueto appuntamento del lunedì dedicato alla fotografia da leggere, con un libro, questa volta, anche da consultare di tanto in tanto, quando capita. Ci sta facendo compagnia sulla scrivania da mesi, perché strutturato come un’antologia. Si tratta di “Io non sono fotografo …”, Contrasto editore, collana Foto Note. Il sottotitolo recita: “Creatori e intellettuali in Camera Oscura”.

Andiamo con ordine: cosa s’intende per non fotografi? Sono pittori, scultori, poeti, scrittori, viaggiatori, architetti, cineasti, intellettuali noti e stimati. Tutti s’interessano alla fotografia, di tanto in tanto: in modo furtivo, clandestino, confidenziale, a volte anche nevrotico. In alcuni casi, sempre la fotografia, si colloca ai margini della loro vita o dell’arte che appartiene loro, ma spesso risulta essere in piena sintonia con quest’ultima, laddove occorre: nell’atelier, nella stanza privata, sul tavolo di lavoro, in giardino, sulla spiaggia, in vacanza, in viaggio; e poi, in amicizia, in amore, con la follia, durante la solitudine. Passatempo sopraffino, passione segreta, curiosità malcelata o strumento d’indagine, la fotografia serve, spesso, alle altre discipline per comprendere meglio, riflettere, conoscere, capire. Ecco perché i nomi che compaiono in questo libro, tutti di primo piano, sono solo alcuni dei possibili, illustri dilettanti che hanno praticato la fotografia, catalogati in un volume incompleto per definizione e per questo aperto a futuri aggiornamenti.

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IL FOTOGRAFO CHE AMAVA L’ITALIA

Leonard Freed, fotografo newyorkese membro della Magnum dal 1972, amava parlare del suo rapporto con l’Italia come di una “storia d’amore”. Un amore che lo portò a visitare il nostro paese più di 45 volte, scattando migliaia d’immagini. Freed amava definirsi un artista, non un fotoreporter. Considerava le sue immagini fotografie “emotive” e non “informative”, infatti, dai suoi scatti non traspare la ricerca della notizia, bensì la volontà di approfondire la dimensione più intima della natura umana.

L’Italia fu una delle sue principali fonti d’ispirazione, una terra che l’affascinò tutta la vita perché qui “il passato è sempre presente non solo nei luoghi ma nella vita quotidiana della gente”. Infatti, più che su paesaggi e architetture, il suo obiettivo si focalizzò proprio sulle persone, immortalandole con empatia e sensibilità nel corso dei decenni: dal desiderio di rinascita del dopoguerra agli albori del nuovo benessere, dai riti collettivi alla eccezionalità di un ritratto fotografico scattato per strada con una tovaglia bianca come sfondo, dalla vita dei pescatori siciliani a quella delle donne di Napoli.

Leonard Freed nei suoi diari appuntava la profonda ricerca che stava svolgendo sull’esistenza e sulle motivazioni del vivere umano. Il suo strumento era la macchina fotografica, il suo talento era la comprensione istintiva delle forme visive, il suo impegno era tutto dedicato alle persone e alle ragioni dell’esistenza.

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VALERIA GOLINO, BELLEZZA VERA

Valeria Golino è una di quelle donne il cui talento incanta e meraviglia. Regista e attrice, canta anche molto bene, così in alcune pellicole si è anche cimentata con la voce. Golino mette in mostra l’universo femminile, ne scrive le regole. Per lei non c’è bisogno di favoritismi politici o sociali: sono i suoi stessi personaggi a dichiararsi, con una bellezza vera, universale; quella che ci piace del tutto, perché non ostenta modelli omologati o vetusti.

Valeria Golino nasce il 22 ottobre del 1965 a Napoli, figlia di una pittrice greca e di un germanista italiano. Intraprende la carriera di modella nella capitale greca, prima di venire scoperta dalla regista Lina Wertmuller, che la fa esordire al cinema a soli diciassette anni, nel film "Scherzo del destino in agguato dietro l'angolo come un brigante da strada", del 1983.

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