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IL REGISTA DELLA PAURA

Il titolo non deve ingannare, con i film di oggi ci spaventiamo di più. I film di Hitchcock, però sono rimasti moderni, perché, per quanto inverosimili, si manifestano alla nostra vista come plausibili. La paura vera è lì: non in quello che si vede, ma per quanto potrebbe accadere a noi, magari a fine proiezione. “Gli uccelli” ne è un esempio o anche "La finestra sul cortile". Quest’ultimo film è un affresco di tecnica, che vive in due ambientazioni: un caseggiato e un piccolo appartamento, dove vive un fotografo convalescente. Sarà lui a scoprire un omicidio, inserito con cura in un palazzo che vive di tanti personaggi variegati. Ecco, sì: in questo lavoro la fotografia diventa protagonista, il che ci fa piacere ricordarlo; ma a vincere è il racconto, quello che appare come disegnato in un fumetto d’autore. Del resto, Hitchcock era fatto così: si presentava sulla scena con delle scenografie disegnate personalmente, estremamente dettagliate. Il rigore, quello di qualità, paga sempre.

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RICORDANDO GABRIELE BASILICO

Basilico è spesso abbinato alla fotografia d’architettura, anche se deve essere considerato uno dei più famosi fotografi italiani. Ha lavorato molto anche all’estero.Nel 1983, a Les Rencontres d’Arles, venne avvicinato da Bernard Latarjet, dirigente dell’agenzia statale francese DATAR, che si occupava di pianificare, o meglio di progettare, il futuro del paese sul piano dell’economia territoriale, urbana e agricola. Latarjet stava progettando una grande missione fotografica da realizzarsi dal 1984 in poi, per fare una ricognizione del paesaggio francese in un momento di grandi cambiamenti come quello del passaggio all’era post-industriale. La missione assomigliava a quella che era stata condotta negli anni ʼ30 in America, durante la grande crisi, e ancora in Francia agli inizi della fotografia. Basilico è stato il primo e unico italiano a partecipare a quella missione. Concentrandosi sulla costa atlantica della Francia e sui paesaggi balneari, nel 1990 pubblicherà le raccolte "Porti di mare" e "Bord de mer".

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PROIEZIONISTA E FOTOGRAFO

I film vivono di storie, che alle volte ci portano lontano con la fantasia, in ambiti mai esplorati eppure coinvolgenti. E’ il caso di “Nuovo Cinema Paradiso”, diretto da Giuseppe Tornatore, costruito su pochi elementi, trattati però in profondità. C’è Alfredo (Philippe Noiret), il proiezionista del cinema in paese, e un ragazzino che cresce al suo fianco mentre lui proietta le pellicole; emerge però anche la Sicilia del tempo, in un divenire incessante e ben ritmato. S’intuisce poi, sempre nel film, il ruolo della sala cinematografica: centrale nella vita della comunità, lì come altrove. Si andava al cinema, ecco tutto: frequentemente. Altri tempi.

L’Alfredo del film comunque è esistito realmente e si chiamava Mimmo Pintacuda, fotografo e proiezionista, nato l’11 agosto 1927 a Bagheria, nel palermitano, stessa città di Tornatore, e morto a 86 anni il 21 dicembre del 2013. A lui il regista si è ispirato per Nuovo Cinema Paradiso, il suo film di maggiore successo, vincitore di un Golden Globe e un Oscar nel 1990, come migliore film straniero.

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LA NOTTE DI SAN LORENZO

«San Lorenzo, prendi una noce e guardaci dentro», così diceva, in dialetto, la nonna paterna di chi scrive. Era bello ascoltarla la sera, seduti insieme su quel balcone che guardava la valle. L’estate era già in discesa e le ombre, di giorno, iniziavano ad allungarsi. Lei parlava del marito, delle domeniche mattina, di quella montagna di fronte con un paesino sulla vetta: quello che, a suo dire, non avrebbe mai visitato. In effetti, fu così; il Monte delle Casette le rimase sconosciuto, anche perché il confine della sua esistenza coincideva con l’orizzonte visibile: la Chiesa in fondovalle, la strada che conduceva al mercato, il sentiero dell’orto e quello che portava al Camposanto, dove quotidianamente andava a visitare i suoi cari. Il suo tempo era scandito dai rintocchi delle campane e dalla corriera che suonava in curva, poco più in alto.

«Prendi una noce e guardaci dentro», ripeteva quella nonna la sera del 10 agosto; perché all’interno di quel frutto si sarebbe potuto trovare un’indicazione per il futuro: benevolo o meno, a seconda del contenuto. E’ bello ancora oggi ricordarne i racconti, che allora suonavano come una fiaba, mentre lei invece stava consumando il suo ultimo tempo a riflettere.

Quel balcone è ancora là, e nulla è cambiato nel paesaggio di fronte. Nelle sere d’estate ha ospitato la generazione successiva, quella del padre e della madre di chi adesso sta scrivendo, intenti a raccontare storie alle nipoti. Quell’orizzonte oggi è in attesa.

«Prendi una noce e guardaci dentro».

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