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SALUTIAMO LA REGINA

Oggi ci lascia la Regina Elisabetta II, dopo 70 anni di regno. Nessuno tra i monarchi britannici era mai stato così a lungo sul trono. Piaceva a tutto il mondo, Elisabetta, perché consistente, pronta, presente: simbolo di una nazione che ha sempre innovato senza rinunciare alla tradizione. Sembrava immortale, ma il tempo ha deciso di chiamarla altrove; e un po’ ce lo aspettavamo quando oggi hanno annunciato che accanto a lei, a Balmoral in Scozia, era presente tutta la famiglia, con figli e nipoti. Il figlio Carlo diventa da oggi il nuovo Re e Camilla la Regina consorte: un’eredità difficile da sostenere, perché Elisabetta rimarrà nel cuore di tutti gli inglesi, e non solo. Lei è riuscita ad avvicinare la famiglia reale alla gente comune, che ne ha compreso consuetudini, amori e comportamenti.

Aveva venticinque anni quando Elisabetta salì sul trono d’Inghilterra, dopo la morte prematura del padre, Giorgio VI, deceduto nel 1952, a 56 anni d’età. L'incoronazione sarebbe arrivata il 2 giugno del 1953, dopo un lungo periodo di lutto. Da allora è stata capace di adattarsi ai momenti più difficili del Regno Unito, assecondando i cambiamenti avvenuti nell’evoluzione storica e sociale del suo Paese.

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E’ L’ARMISTIZIO

8 settembre 1943. Intorno alle 19.40 il maresciallo Pietro Badoglio, capo del governo italiano, lesse il proclama con cui il Regno d’Italia annunciava la resa. Il messaggio era stato registrato pochi minuti prima e trasmesso dalla Radio di Stato Italiana. E’ l’armistizio: l'Italia depone le armi nei confronti degli alleati. Il documento era stato firmato a Cassibile (una frazione di Siracusa) cinque giorni prima. La nazione si divide in due, forse in tre: questi, quelli, gli altri. Il disordine regna ovunque, tra civili ed esercito. Molti soldati credono di intuire come la guerra sia finita. “Tutti a casa” è il grido di parecchi.

“Tutti a casa!”, sì: ma quale? Non quella delle mura con le stanze e neanche l’altra, dei parenti e amici; l’esclamazione parlava unicamente del ritorno ai paesaggi consueti, alle abitudini, alla pace.

Lo scorso anno, come appassionati di fotografia, ci lasciammo contaminare dal cinema, ricordando un film di Luigi Comencini: “Tutti a casa” (1960), con Alberto Sordi e Serge Reggiani. Oggi proponiamo un’altra pellicola, che si riferisce alla primavera dell’anno successivo (1944), con ancora in essere le contraddizioni nate dopo l’armistizio. Il regista del lavoro è Luciano Salce, che dipana la trama in chiave ironica, da commedia all’italiana. Il cast comprende Ugo Tognazzi, Georges Wilson e una giovanissima Stefania Sandrelli.

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IL PRIMO TELEVISORE

Oggi pare quasi una curiosità da poco, ma il primo televisore elettronico della storia nasce il 7 settembre 1927, in un laboratorio di San Francisco, a opera di Philo Farmsworth. L’invenzione si diffuse già l’anno successivo negli Stati Uniti, poi in Europa. Prendeva corpo un sostantivo che ci avrebbe accompagnato per anni: il tubo catodico. Per la visione oggi disponiamo di plasma, LCD, OLED; e quel piccolo schermo sul carrello a ruote è diventato un’antichità.

Quel 7 settembre, però, a nostra opinione (arbitraria, per carità) nasceva un’era: quella televisiva. Le abitudini dell’uomo sarebbero cambiate e, con esse, il giornalismo, l’informazione e l’intrattenimento. Oggi il TV non è più solo, perché altri monitor si sono affiancati a esso, senza dimenticare l’onnipresente telefonino. Lo schermo in salotto, però, esiste ancora, manovrato con perizia dal telecomando di chi decide la visione. L’era catodica, diventata “piatta” per via dello schermo, prolunga il suo tempo, pur con gli acciacchi di un’anzianità consistente.

Fotografie & fotografi

Abbiamo scelto due fotografie classiche, che mostrano il televisore in ambito domestico. Entrambe sono tratte dal lavoro “Dentro le case” e in esse s’intravede il tubo catodico alla stregua di un nuovo ospite, diventato indispensabile quasi per forza.

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IL CREATORE DI MONTALBANO

«Io sono stato povero e ho conosciuto il successo in tarda età. Tutto è arrivato tardi nella mia vita, e questa è una fortuna: mi sento come di aver vinto alla schedina. Il successo fa venire in prima linea l’imbecillità. Se avessi ottenuto da giovane quel che ho oggi, non so come sarebbe finita. Non conosco il mio livello d’imbecillità». E’ Andrea Camilleri a parlare, in un’intervista al Venerdì di Repubblica. Lui ha inventato la sua Sicilia, dove parlano una lingua che dell’isola ha la provenienza e il suono. Per farlo ha studiato molto, arricchendosi (forse) sceneggiando il Maigret di Simenon. Dall’autore francese ha ereditato l’impianto narrativo e le carrellate descrittive, ma anche la definizione precisa della figura di un commissario, diventato da noi Montalbano e dipinto dall’anima siciliana. Ha anche prodotto molto, Camilleri; con la tenacia dei grandi.

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