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VLADIMIR HOROWITZ, PIANISTA VIRTUOSO

Lo abbiamo ascoltato spesso, Vladimir Horowitz; purtroppo solo in casa. Ricordiamo con piacere (e nostalgia) un suo vinile: il Concerto per pianoforte e orchestra n. 23, K488. L’orchestra era quella del Teatro alla Scala di Milano, diretta da Carlo Maria Giulini (Etichetta Deutsche Grammophon). Eravamo attratti dalla simpatia sempre nutrita per il compositore austriaco, autentico scopritore del pianoforte, che con quello strumento ha prodotto concerti dal sapore già romantico. Horowitz, virtuoso com’era, sarebbe emerso maggiormente con le partiture di Rachmaninoff o Tchaikovsky (indimenticabile, anche su supporto, la sua esecuzione del Concerto n°1), ma l’agilità e il fraseggio facevano brillare le note di Wolfgang, soprattutto alle nostre orecchie: inesperte, eppure curiose; alla ricerca di un alibi personale per preferire questo e non quell’altro, nel mare magnum della musica classica.

Horowitz, poi, richiamava alla nostra memoria Arturo Toscanini, il direttore parmense: wagneriano per filosofia e puntiglioso fino all’insolenza. I due si troveranno vicini per legami familiari, visto che Vladimir sposerà Wanda, la figlia del celebre Arturo. Anche la stima avvicinava i due: personaggi difficili, entrambi.

Il vinile del K488 è ancora là, nella stanza “da ragazzo” dei genitori. Sarebbe bello assaporarne una volta di più il calore (o colore?), reso più umano dal tic tac della polvere. Altri tempi, altre ere: quando il difetto diventava pregio; e opportunità.

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L’AUTORE DI COLAZIONE DA TIFFANY

Truman Capote è l'autore del romanzo “Colazione da Tiffany” (1958). Tiffany fa parte della cultura del '900 ed è citato molte volte in canzoni, film e opere letterarie. Dal romanzo di Capote è stato tratto il famoso film con Audrey Hepburn (1961).

L’autore cedette i diritti alla Paramount Pictures, che ne finanziò la realizzazione per il grande schermo. Capote però, avrebbe voluto Marilyn Monroe come protagonista della versione cinematografica, mentre la scelta cadde su Audrey Hepburn. Il romanzo era poi ambientato negli anni ’40, anziché nei ’60.

Il film, diretto da Blake Edwards, vive di un profondo senso estetico: tubino nero, occhiali Rayban, guanti bianchi di seta, ballerine nere, cappelli e filo di perle erano di moda o lo diventeranno. La trama ruota attorno alle “paturnie” di Audrey, ingentilite dal suo aspetto. Le viene perdonato un po’ tutto, compresa quella vita estremamente disordinata, che più volte manifesterà nella pellicola. Come contrappunto, ecco due figure di confronto per aiutare la trama: un uomo mantenuto, che però si redimerà (George Peppard); e quel gatto al quale lei non aveva mai dato un nome (“gatto” lo chiamava). Del resto l’attrice l’aveva detto proprio da Tiffany (il luogo delle sue ambizioni): “Se io trovassi un posto a questo mondo che mi facesse sentire come da Tiffany, comprerei i mobili e darei al gatto un nome!”.

Alla fine “omnia vincit amor”: l’amore vincerà nel più classico dei lieti fini. Lui e lei si baceranno in un vicolo, sotto una pioggia scrosciante, abbracciando il gatto prima abbandonato e poi ritrovato.

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LA BELLA DEL NORD

Alla fine degli anni cinquanta, Roma è una metropoli viva. Siamo in pieno boom economico ed esplode la voglia di vivere, in una delle città più belle del mondo. A Cinecittà si girano film italiani e produzioni cinematografiche americane. A Roma arrivano non solo attori e registi affermati, ma anche aspiranti attori e attrici, avventurieri e intellettuali, artisti e aristocratici, tutti alla ricerca del successo.

Icone di quella Roma furono soprattutto i fotografi scandalistici che, dopo l'uscita del film di Federico Fellini La dolce vita, dal soprannome di uno dei fotografi saranno da allora in poi chiamati paparazzi.

Non mancava neppure un notevole fermento culturale. Nei bar e nei salotti discutevano intellettuali come Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini, giornalisti come Ennio Flaiano e Vittorio Veltroni, mentre nelle gallerie d'arte esponeva Mario Schifano e in via Margutta avevano lo studio Renato Guttuso e Novella Parigini. L'ambiente intellettuale non disdegnava la mondanità: alle feste e alle mostre, nei salotti e nelle terrazze; diversi mondi s’incontrano e si mescolano.

Anita Ekberg, la bella del nord, è diventata il simbolo di quella Roma. «Marcello, come here», pronuncia l’attrice in abito da sera dentro la Fontana di trevi, nella scena iconica della pellicola “La Dolce Vita”, anche se poi Fellini racconta molto di più. Nei piani sequenza emergono le contraddizioni, i vizi e le virtù dell’uomo e della società, nell’ubriacatura del mondo contemporaneo.

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IL REGISTA DI BLOW UP

Insieme a Fellini, Bergman e Kurosawa, Michelangelo Antonioni è accreditato per aver definito il film d'arte. Eppure il cinema di Antonioni è oggi riconosciuto anche per essere fuggito di fronte a ogni facile categorizzazione. Tra i contributi più importanti delle sue creazioni in pellicola vi è la descrizione della noia post-boom, evidente nelle trasformate abitudini di vita e di svago delle classi medie e alte italiane. Rilevando i profondi cambiamenti tecnologici, politici e psicologici nell'Italia del secondo dopoguerra, Antonioni ha deciso di esplorare le ambiguità di una nazione improvvisamente alienata e dislocata.

Antonioni manipola abilmente i bordi della struttura cinematografica. Lo spazio negativo è prominente come il positivo, il silenzio è forte come il rumore, l'assenza è palpabile come la presenza e la passività diventa il motore di una forza come azione diretta. Lasciando domande senza risposta e i punti della trama irresoluti, rinunciando a esposizione, suspense, sentimentalismo e altre aree di sicurezza cinematografiche, Antonioni rilascia lo spettatore in una nebbia meravigliosa e densamente stratificata per contemplare i dilemmi imprecisi e le infinite possibilità dei suoi personaggi. Le sue grandi e ingombranti domande si riversano nel mondo fuori dal cinema e al di là del tempo.

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