Skip to main content

L’AUTORE DI COLAZIONE DA TIFFANY

Truman Capote è l'autore del romanzo “Colazione da Tiffany” (1958). Tiffany fa parte della cultura del '900 ed è citato molte volte in canzoni, film e opere letterarie. Dal romanzo di Capote è stato tratto il famoso film con Audrey Hepburn (1961).

L’autore cedette i diritti alla Paramount Pictures, che ne finanziò la realizzazione per il grande schermo. Capote però, avrebbe voluto Marilyn Monroe come protagonista della versione cinematografica, mentre la scelta cadde su Audrey Hepburn. Il romanzo era poi ambientato negli anni ’40, anziché nei ’60.

Il film, diretto da Blake Edwards, vive di un profondo senso estetico: tubino nero, occhiali Rayban, guanti bianchi di seta, ballerine nere, cappelli e filo di perle erano di moda o lo diventeranno. La trama ruota attorno alle “paturnie” di Audrey, ingentilite dal suo aspetto. Le viene perdonato un po’ tutto, compresa quella vita estremamente disordinata, che più volte manifesterà nella pellicola. Come contrappunto, ecco due figure di confronto per aiutare la trama: un uomo mantenuto, che però si redimerà (George Peppard); e quel gatto al quale lei non aveva mai dato un nome (“gatto” lo chiamava). Del resto l’attrice l’aveva detto proprio da Tiffany (il luogo delle sue ambizioni): “Se io trovassi un posto a questo mondo che mi facesse sentire come da Tiffany, comprerei i mobili e darei al gatto un nome!”.

Alla fine “omnia vincit amor”: l’amore vincerà nel più classico dei lieti fini. Lui e lei si baceranno in un vicolo, sotto una pioggia scrosciante, abbracciando il gatto prima abbandonato e poi ritrovato.

Continua a leggere

LA BELLA DEL NORD

Alla fine degli anni cinquanta, Roma è una metropoli viva. Siamo in pieno boom economico ed esplode la voglia di vivere, in una delle città più belle del mondo. A Cinecittà si girano film italiani e produzioni cinematografiche americane. A Roma arrivano non solo attori e registi affermati, ma anche aspiranti attori e attrici, avventurieri e intellettuali, artisti e aristocratici, tutti alla ricerca del successo.

Icone di quella Roma furono soprattutto i fotografi scandalistici che, dopo l'uscita del film di Federico Fellini La dolce vita, dal soprannome di uno dei fotografi saranno da allora in poi chiamati paparazzi.

Non mancava neppure un notevole fermento culturale. Nei bar e nei salotti discutevano intellettuali come Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini, giornalisti come Ennio Flaiano e Vittorio Veltroni, mentre nelle gallerie d'arte esponeva Mario Schifano e in via Margutta avevano lo studio Renato Guttuso e Novella Parigini. L'ambiente intellettuale non disdegnava la mondanità: alle feste e alle mostre, nei salotti e nelle terrazze; diversi mondi s’incontrano e si mescolano.

Anita Ekberg, la bella del nord, è diventata il simbolo di quella Roma. «Marcello, come here», pronuncia l’attrice in abito da sera dentro la Fontana di trevi, nella scena iconica della pellicola “La Dolce Vita”, anche se poi Fellini racconta molto di più. Nei piani sequenza emergono le contraddizioni, i vizi e le virtù dell’uomo e della società, nell’ubriacatura del mondo contemporaneo.

Continua a leggere

IL REGISTA DI BLOW UP

Insieme a Fellini, Bergman e Kurosawa, Michelangelo Antonioni è accreditato per aver definito il film d'arte. Eppure il cinema di Antonioni è oggi riconosciuto anche per essere fuggito di fronte a ogni facile categorizzazione. Tra i contributi più importanti delle sue creazioni in pellicola vi è la descrizione della noia post-boom, evidente nelle trasformate abitudini di vita e di svago delle classi medie e alte italiane. Rilevando i profondi cambiamenti tecnologici, politici e psicologici nell'Italia del secondo dopoguerra, Antonioni ha deciso di esplorare le ambiguità di una nazione improvvisamente alienata e dislocata.

Antonioni manipola abilmente i bordi della struttura cinematografica. Lo spazio negativo è prominente come il positivo, il silenzio è forte come il rumore, l'assenza è palpabile come la presenza e la passività diventa il motore di una forza come azione diretta. Lasciando domande senza risposta e i punti della trama irresoluti, rinunciando a esposizione, suspense, sentimentalismo e altre aree di sicurezza cinematografiche, Antonioni rilascia lo spettatore in una nebbia meravigliosa e densamente stratificata per contemplare i dilemmi imprecisi e le infinite possibilità dei suoi personaggi. Le sue grandi e ingombranti domande si riversano nel mondo fuori dal cinema e al di là del tempo.

Continua a leggere

LE TASCHE PIENE DI SASSI

Su YouTube c’è il video del brano “Le tasche piene di sassi”, quello del titolo. Il clip è ispirato al film “Lenny”, di Bob Fosse; e Jovanotti l'ha descritto dicendo: «Lo spettatore che vedrà il video non sentirà quello che io dico e non mi vedrà nemmeno cantare, ma vedrà un uomo da solo, al buio, illuminato solo da un occhio di bue che racconta una storia a un pubblico in penombra, che racconta una storia che è la vita, racconta forse la sua vita, forse racconta la vita di quelli tra il pubblico».

Noi siamo affezionati a quella canzone, peraltro dedicata alla madre deceduta da poco; ma la consideriamo anche una prova di maturità del dj romano, un punto d’arrivo mai immaginato ai tempi di “Positivo” o “Sono un ragazzo fortunato”. E invece eccolo lì, Jovanotti, sul palco esistenziale della vita, come i grandi interpreti dello spettacolo. Ci accorgiamo, tra l’altro, che ha scritto libri, dedicandosi anche alla pittura e ai viaggi conoscitivi. Non vogliamo banalizzare, ma proprio lui, a dispetto di un’aria scanzonata sempre presente nel suo manifestarsi, ha scritto e messo in musica le più belle frasi d’amore che si possano ricordare. Sono quelle che ci fanno rivivere la felicità che corre su un filo: separazione sottile tra l’amare da morire e il morire d’amore. Già, perché la vita è tutta lì, in quel brivido che corre tra i contrasti dell’anima, con poche parole per goderne il gusto. «Vienimi a prendere, mi vien da piangere. Mi riconosci ho le scarpe piene di passi, la faccia piena di schiaffi, il cuore pieno di battiti e gli occhi pieni di te».

Continua a leggere