[CI LASCIA GIUSEPPE UNGARETTI]
Ci sono ricordi di gioventù che riaffiorano prepotentemente, perché la memoria idealizza, trasforma, facendo emergere percezioni sconosciute prima, ricche di nuovi significati. E’ anche la meraviglia della fotografia: il passato ci insegue e si avvicina col tempo, traendo spunto anche da piccoli dettagli, che è bello andare a cercare.
Correva l’anno 1968. La RAI trasmetteva uno sceneggiato televisivo intitolato “Odissea”. Fu un grande successo, anche per via di una spettacolarità vista raramente in TV. Il cast, poi, era importante, con Irene Papas nei panni di Penelope. Ogni puntata era preceduta da un’introduzione, durante la quale il poeta Giuseppe Ungaretti leggeva alcuni versi del poema di Omero. La sua voce era roca, stentorea, affaticata; ma il poeta ha dimostrato di essere anche un valido attore, immedesimandosi, di volta in volta, nei personaggi che andava a raccontare. Per tanti ragazzini di allora (attempati oggi) fu una sorpresa maggiore di “M’illumino d’immenso”. Il tubo catodico, tecnologia primordiale, esercitava un fascino tutto proprio.