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FOTOGRAFIA DA LEGGERE …

Consueto appuntamento del lunedì con “Fotografia da leggere”. Anche questa volta ci rivolgiamo a un manuale, dal titolo: “Fotografia, conoscere e praticare la fotografia, dai metodi tradizionali a quelli digitali”, di Maurizio Capobussi (DeAgostini, Guide Compact). La nostra edizione è stata stampata nel 2004.
Parliamo volentieri di questo libro, per più motivi e cercheremo di spiegarli tutti. La copia in nostro possesso ci è stata regalata dall’autore, il 14 ottobre del 2005; e porta una dedica: «Per immagini sempre più belle». Si tratta di una guida completa per addentrarsi nel mondo della fotografia tradizionale e digitale. 125 schede che consentono di apprendere la tecnica fotografica e di esaltare gli aspetti estetici delle immagini; 400 fotografie a colori, 100 disegni a colori e in bianco e nero. Le immagini a corredo, nella maggioranza dei casi, portano la firma dell’autore.
Come dicevamo, è stato piacevole riscoprire in biblioteca il libro di Capobussi. Leggendo qua e là, riconosciamo il suo stile: diretto, cordiale, addirittura confidenziale; lo stesso che mostrava nel mensili per i quali ha lavorato. Nel volume lui non detta regole dall’alto, ma suggerisce consigli, quelli dell’esperienza e della pratica continua.
Dalla prima pubblicazione della guida sono passati più di vent’anni e i tempi ci fanno incontrare una realtà diversa. Si leggeva di più, allora, anche per imparare; oggi i tutorial consentono un apprendimento rapido e sempre disponibile, alla bisogna. Nulla di male, per carità: forse è meglio così. Viene a mancare l’atmosfera, l’impronta autoriale del docente scrittore, il filo logico che lega tra loro gli argomenti.
In copertina, nella nostra edizione, compaiono un negativo e una compatta digitale da tre milioni di pixel o poco più. Oggi nessuno strumento propone una risoluzione così bassa. Questo per dire che allora digitale e analogico proseguivano quasi a braccetto ed è bello riconoscerne il confronto.

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2 FOTOGRAFI A TIENAMMEN

3 Giugno 1989. Il governo cinese invia le truppe per cacciare i manifestanti raccoltisi a Piazza Tienammen dopo quasi due mesi di occupazione.
Un manifestante cinese ferma una fila di carri armati a Chang’an Avenue, vicino a Piazza Tiananmen a Pechino. E’ il 5 giugno del 1989, un giorno dopo l’inizio della violenta repressione del governo cinese contro i manifestanti a Tiananmen. I carri armati cercarono di aggirarlo ma il ragazzo li bloccò più vote e alla fine salì su uno di questi per parlare brevemente con i soldati. Il ragazzo scese dal carro armato e venne allontanato da due persone che secondo alcuni erano manifestanti e secondo altri i servizi segreti cinesi. Non si è saputo più nulla di lui. Sono circolate voci mai verificate della sua esecuzione o del suo ricovero in un ospedale psichiatrico. Nel 1998 la rivista Time l’ha inserito nella lista delle 100 persone più importanti del secolo. La foto è stata scattata da Jeff Widener che, insieme a quella scattata da Stuart Franklin della Magnum, è una delle versioni più diffuse dell’episodio, divenuto il simbolo della lotta del singolo contro le dittature.

Esistono cinque versioni diverse di fotografie che documentano l'evento e che non sono state distrutte dai servizi segreti cinesi. Come dicevamo, la versione più diffusa è quella scattata dal fotografo Jeff Widener della Associated Press dal sesto piano dell'hotel di Pechino, lontano all'incirca 800 metri, con una macchina fotografica dotata di un obiettivo da 400 mm e di un moltiplicatore di focale. Un'altra versione è quella del fotografo Stuart Franklin della Magnum. La sua fotografia è più ampia rispetto a quella di Widener, e mostra un numero maggiore di carri armati di fronte al ragazzo.

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VENGO ANCH’IO? NO TU NO

«Vengo anch’io? No, tu no». Già, Enzo Jannacci ci ha lasciati soli, privandoci delle sue visioni sul mondo, del suo stare con i deboli. Sono passati dieci anni dalla sua dipartita e le frasi musicali (e teatrali) che ha cantato ancora ci vagano in testa. «Quelli che fanno l'amore in piedi convinti di essere in un pied-à-terre, oh yeh», cantava Jannacci nel 1975; e noi ridevamo, inconsapevoli del fatto che quel brano era solo una pennellata di un affresco musicale più ampio. Sì perché lui ha spesso mescolato generi e stili, sempre raccontando storie, tra l’ironia e, a volte, la malinconia dei melodrammi di quel tempo: «Vincenzina vuol bene alla fabbrica, ma non sa che la vita giù in fabbrica non c'è, se c'è, com'è?». Ecco che quella donna porta la voce di altre come lei, perse nel grigiore della nebbia di una grande città industriale, costrette ad affrontare le amarezze di una realtà metropolitana.

Oggi però abbiamo tempo, almeno per capire. Il suggerimento ci è arrivato forte e chiaro: «Perché ci vuole orecchio, bisogna avere il pacco, immerso dentro al secchio. Bisogna averlo tutto, anzi parecchio. Per fare certe cose, ci vuole orecchio».

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2 GIUGNO, DUE FOTOGRAFI

Divaghiamo un po’, questo due giugno, senza però dimenticare il momento più importante: l’Italia, con un referendum popolare (1946), sceglie la Repubblica. La nazione cambia pagina dopo ottant’anni di monarchia, due guerre mondiali, un conflitto civile. Il 22 dicembre 1947 la Costituente approverà la Costituzione, promulgata dal capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola il 27 dicembre seguente: la Legge Fondamentale dello Stato Italiano.
Tanti auguri Italia.

Prima dei due fotografi, oggi vogliamo ricordare anche un grande autore: Mario De Biasi. Lui nasce a Sois, un piccolo paese del comune di Belluno, il 2 giugno 1923. Si avvicina alla fotografia in Germania (là fu deportato durante il secondo conflitto mondiale) nel 1944, usando una fotocamera ritrovata tra le macerie della città. Nel 1953 iniziò la sua collaborazione con Epoca. Per la rivista Mondadori realizzò importanti reportage, primo fra tutti quello sulla rivolta popolare di Budapest del 1956.
Di lui ricordiamo anche le immagini della New York negli anni Cinquanta e i ritratti, come quelli di Marlene Dietrich, Brigitte Bardot e Sofia Loren. Molto famosa (e sempre da osservare) è la foto “Gli italiani si voltano”, dove una giovane Moira Orfei cammina verso la Galleria di Milano, con l’Italia del tempo a farne da contorno. C’è ad esempio la Lambretta (del Cerutti Gino?), simbolo, insieme al bar Zucca, della Milano degli anni cinquanta. Sulla sinistra compare un’auto (presagio dei tempi che verranno) e tutta la gente si mostra per com’era (bella, a nostro giudizio). Molti sono in giacca, alcuni in doppio petto. Dalla tasca di uno degli astanti esce un quotidiano, come da abitudine dei nostri nonni.
A livello compositivo, Moira vive nel suo “teatro”; ed è la cornice a offrire valore alla fotografia tutta. Se vogliamo, l’attrice incarna l’Italia dei tempi; avanza spavalda, col suo PIL a due cifre. Stava rinascendo.

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