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Sebastião Salgado

IL VIAGGIO DI UN UOMO DENTRO SE STESSO. UNO SGUARDO CHE CI AVVICINA ALLA NATURA, PER LA RICERCA DI UNA NUOVA ARMONIA
Sebastião Salgado
| Mosè Franchi | GRANDI AUTORI

C’era l’acqua alta, a Venezia; quasi un segno del destino. Debuttava la mostra di Salgado (ai Tre Oci) e la “città sull’acqua” mostrava i segni della propria sofferenza. Se n’è parlato anche in conferenza stampa, quando una giornalista ha detto: “Salgado, è un onore averla qui”. “Vede com’è ridotta la nostra città?”. “Lei può farci un regalo, scattare una fotografia che possa essere testimonianza di una situazione drammatica”. Il fotografo, sempre attento e lucido, non ha declinato l’invito; si è limitato a sottolineare come una fotografia, da sola, non possa smuovere le opinioni.

“Occorrono progetti”, ha aggiunto, “A più livelli”. “E’ la società che deve cambiare, a partire dalla coscienza collettiva”. Una delle anime dell’attività condotta dal fotografo brasiliano sta proprio lì: nella capacità di costruire architetture complesse, progetti appunto; condotti peraltro a lunghissimo termine, coerenti, forti, imponenti, quasi impossibili. Crediamo che Sebastião Salgado vada approcciato proprio nella dimensione che riesce a restituire ai propri lavori. Certo, questa volta conta il bianco & nero (ne parleremo), l’elemento compositivo, la forza dell’immagine, l’impatto che fa scaturire; ma la fotografia del nostro vive in simbiosi con la sua vita, con il credo che la contraddistingue, arrivando a influenzarne lo stesso comportamento. Un grande del passato ebbe modo di dire che “lo scattare immagini rappresenta un modo per condurre la propria esistenza”; per Salgado questo è ancor più vero. Le sue opere respirano della sua emozione, ne prendono vita: in un istante, quello del Click, da raggiungersi quasi come in un rito, religiosamente. A Venezia l’ha confermato: “Quando mi trovavo di fronte a un paesaggio, ho capito Ansel Adams, quello che desiderava; la dimensione spirituale che si raggiunge aspettando quella luce, quel momento”. “Del resto”, ha aggiunto, “Non volevo vestire i panni di un fotografo tradizionale”. “M’interessavano invece le emozioni nate da un viaggio durato otto anni”. Naturalmente Sebastião si stava riferendo a Genesi, il lavoro esposto a Venezia, la cui forza deriva da un atteggiamento altrettanto teutonico, portato avanti per la propria fotografia: “Occorre disciplina”, ha spiegato, “Disciplina di vita e organizzazione, anche e soprattutto a livello mentale”. “Durante la messa in opera del progetto Genesi, io non potevo ammalarmi; perché alla base vi era un lavoro d’equipe, pianificato per due anni”. “Quando si opera per così tanto tempo, si sta mettendo in gioco la propria vita, o buona parte di essa; non vi è quindi solo un aspetto produttivo, bensì anche una dimensione individuale”. C’è tanto rispetto nelle parole di Salgado, almeno questo è ciò che abbiamo intuito allora. Se ci pensiamo bene, la vera novità di Genesi sta nel soggetto scelto: questa volta la natura e non l’uomo, com’era invece capitato nei lavori precedenti. Certo, alla mostra (e nel libro omonimo) compaiono tanti ritratti (stupendi), ma si tratta di un’altra cosa. Sebastião ha compreso quanto aveva di fronte, con rispetto e in un percorso di conoscenza che l’ha portato dentro se stesso: probabilmente il viaggio più importante. Natura o uomo non avrebbe fatto differenza. Rispetto, dicevamo; ebbene può darsi che anche la scelta del bianco e nero sia andata in quella direzione, dove al centro, questa volta, ci sono coloro che guardano: gli altri, potremmo dire. E qui emerge un altro lato importante della personalità dell’autore: quello che lo porta a non tralasciare nulla. “Io, noi, gli altri”, questa è la sua equazione di vita. La prima persona singolare, incarna l’idea, mettendola in vita; la seconda plurale (noi) coinvolge, attira entusiasmi; la terza (loro) è la vera destinataria del progetto. Sotto questo profilo, una fotografia in bianco e nero diventa un’interpretazione parziale della realtà. Chi la guarda, è costretto ad assimilarla, con i tempi che gli competono, magari lentamente. S’instaura quindi un arco riflesso tra immagine e spettatore, un legame forte. Il colore avrebbe rappresentato un lavoro terminale, giunto a compimento, non in grado di smuovere le interiorità. La natura, poi, si sarebbe resa complice, proprio perché “colorata”, finita, fine a se stessa: perfino retorica, se vogliamo. Sul bianco e nero Salgado si è soffermato un poco, entrando anche in dettagli tecnologici: “Nel mio lavoro, ho sempre usato pellicole trentacinque millimetri”, ha detto. “Questa volta volevo tanta qualità, e i grandi formati mi avrebbero costretto a difficoltà maggiori, relativamente a pesi e trasporto”. “Ho optato quindi per il digitale, dal quale ho ottenuto risultati eclatanti e anche degli ottimi negativi”. La mostra Genesi ci torna ancora in mente. I duecentoquaranta scatti occupavano adeguatamente i tre piani della Casa dei Tre Oci, in un percorso logico, fruibile. Camminando di fronte alle immagini, ci si sentiva invasi, partecipi, sicuramente coinvolti. La magia del monocromatismo (pulito nei bianchi, intenso nei neri) ci faceva capire; a tal punto che ci si domandava cosa si volesse da noi, come risposta: testimonianza o denuncia da contagiare? Sebastião ci è venuto incontro: “Non ho mai voluto che le mie immagini rappresentassero una denuncia”, ha detto. “Mi sono sempre limitato alla realtà delle cose, agli accadimenti del mondo”, ha aggiunto. “Com’è ovvio, interiormente ho sempre percepito un problema etico, che ha restituito un tono alle mie fotografie”. “Io vengo da una terra povera”, ha continuato, “Il mio modo di concepire la fotografia nasce da quella visione”. Per Sebastião Salgado, le origini sono importanti, a iniziare dalle proprie. Non c’è quindi frattura tra presente e passato, il che lo porta a schierarsi: tralasciando quindi la “comodità” dell’osservatore esterno. Lui parla, per immagini, di una realtà che gli appartiene a fondo; dice di ciò che conosce. La natura è sempre nei suoi discorsi, perché gli appartiene per cultura e sensibilità; e spesso ne parla con preoccupazione: “L’uomo”, ci dice, “ha un atteggiamento da predatore nei confronti del pianeta, che viceversa mostra un incredibile senso di adattamento”. Si sofferma poi sui fenomeni naturali, ormai imprevedibili; e sull’esigenza di un cambiamento repentino, che occorre decidere di attuare, per cambiare pagina. Più alberi e meno carbonio, sembra indicare, come nel suo progetto in Brasile: quello di reimpiantare un milione di alberi per ricostruire parte della foresta atlantica, nello stato di Minas Gerais. A Venezia, all’inaugurazione della mostra, era presente anche Lélia Wanick Salgado, moglie del fotografo, curatrice delle mostre e dei libri di Sebastião e, come lui spessa l’ha definita: “Socia per tutto ciò che facciamo nella nostra vita”. In conferenza stampa, lui è stato anche più esplicito: “In tutto quello che vedete, io ho scattato solo le fotografie, il resto è merito di mia moglie”.

“Sono felice di essere qui”, ha detto Lélia Wanick Salgado. “Il palazzo è magnifico e la mostra entra perfettamente al suo interno”. Precedentemente, Denis Curti (Direttore Artistico del Tre Oci), aveva affermato come Lélia fosse intervenuta anche nell’architettura del posto, apponendo delle pareti divisorie dove necessario. La signora Salgado si è soffermata a lungo sulla distribuzione delle immagini, sul percorso espositivo: “Dopo il lungo lavoro di selezione delle fotografie da presentare”, ha detto, “Le immagini sono state suddivise in sezioni, sulla base delle diverse zone geografiche del pianeta”. “C’è una sezione che riguarda il sud della Terra, Argentina e Antartico, e anche le zone nordiche; sono qui confluite le fotografie delle montagne, delle steppe e del Colorado”. “Un’altra parte della mostra è stata destinata all’Africa, perché le fotografie relative a questo continente erano troppo specifiche per essere abbinate ad altre zone del mondo”. “Anche l’Amazzonia ha avuto la sua area, mentre un’altra sezione (a parte) è stata dedicata alle isole, autentici ‘santuari’ di biodiversità, ovvero le Galapagos, Nuova Guinea e Madagascar”. Ci siamo dilungati sulle parole di Lélia Salgado per tentare di far rivivere la natura del progetto Genesi, la sua forza. Molto spesso, frequentando le mostre, noi appassionati aggiungiamo dei commenti, operando anche alcune scelte, tipo: questa sì, quell’altra no. A Venezia non ne siamo stati capaci (per fortuna!). A vincere è stata la coralità, la voce della natura, un racconto (quello dell’autore) diventato epistola, lettera d’amore. “Che esistano veramente certi posti?”, ci siamo chiesti; e la risposta arrivava pian piano, dentro di noi, in un viaggio (breve, purtroppo) che le tante immagini ci costringevano a compiere. Merito del bianco e nero? Forse, ma a un certo punto ci siamo accorti che la natura (sempre lei) si stava avvicinando. Sì, quello che vedevamo era il nostro pianeta, per quello che sarebbe dovuto essere su tutta la superficie. Non più un posto a caso, quindi, ma una dimora; dove addirittura dovrebbero modificarsi le logiche della vita di ognuno: oggi proprietà del singolo, domani (forse) bene autentico da condividere. E il viaggio? Sebastião Salgado ha parlato degli aspetti organizzativi, del lavoro in team, delle equipe che l’hanno aiutato; e poi anche delle guide, delle tribù incontrate, della gente. Tutto ciò, a una nostra lettura, può essere interpretato come un transito oggettivo, pur nella grande ricerca che ne costituiva il motore. Il vero viaggio Sebastião l’ha compiuto dentro se stesso, alla radice di quell’uomo che ha conosciuto sin dalla nascita, incontrandolo più volte nel corso della vita. A noi rimangono le fotografie: tanto, troppo. Una ricchezza infinita.



Buona fotografia a tutti

Sebastião Salgado

Sebastião Ribeiro Salgado nasce l’8 febbraio 1944 ad Aimorés, nello stato di Minas Gerais, in Brasile. A 16 anni si trasferisce nella vicina Vitoria, dove finisce le scuole superiori e intraprende gli studi universitari. Nel 1967 sposa Lélia Deluiz Wanick. Dopo ulteriori studi a San Paolo, i due si trasferiscono prima a Parigi e quindi a Londra, dove Sebastião lavora come economista per l’Organizzazione Internazionale per il Caffè. Nel 1973 torna insieme alla moglie a Parigi per intraprendere la carriera di fotografo. Lavorando prima come freelance e poi per le agenzie fotografiche Sygma, Gamma e Magnum, per creare poi insieme a Lèlia la agenzia Amzonas Images, Sebastião viaggia molto, occupandosi prima degli indios e dei contadini dell’America Latina, quindi della carestia in Africa verso la metà degli anni Ottanta. Queste immagini confluiscono nei suoi primi libri. Tra il 1986 e il 2001 si dedica principalmente a due progetti. Prima documenta la fine della manodopera industriale su larga scala nel libro La mano dell’uomo, (Contrasto, 1994) e nelle mostre che ne accompagnano l’uscita (presentata in sette diverse città italiane). Quindi documenta l’umanità in movimento, non solo profughi e rifugiati, ma anche i migranti verso le immense megalopoli del Terzo mondo, in due libri di grande successo: In cammino e Ritratti di bambini in cammino (Contrasto, 2000). Grandi mostre itineranti (A Roma alle Scuderie del Quirinale e poi a Milano all’Arengario di Palazzo Reale) accompagnano anche in questo caso l’uscita dei libri. Genesi inizia come progetto nel 2003 e viene presentato al mondo dopo nove anni di lavoro. La mostra è accompagnata dal libro omonimo Genesi (Taschen, 2013). Lélia e Sebastião hanno creato nello stato di Minas Gerais in Brasile l’Instituto Terra che ha riconvertito alla foresta equatoriale - che era a rischio di sparizione - una larga area in cui sono stati piantati decine di migliaia di nuovi alberi e in cui la vita della natura è tornata a fluire. L’Instituto Terra è una delle più efficaci realizzazioni pratiche al mondo di rinnovamento del territorio naturale ed è diventata un centro molto importante per la vita culturale della città di Aimorès.


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