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Giuseppe Gradella

"Vorrei concentrarmi su una ritrattistica diversa, dove all’interno vive una storia raccontata. Una ritrattistica espansa, anche nel tempo; perché le persone verrebbero seguite dal risveglio fino al subentrare della notte. E poi, davanti l’obiettivo, preferirei avere gente comune, normale, di tutte le età, e non le solite modelle."
GIUSEPPE GRADELLA
| Mosè Franchi | GRANDI AUTORI

L’ARTE E L’ISPIRAZIONE CHE CONTINUA

E’ la rete che ci guida a intervistare Giuseppe Gradella, la curiosità alla vista delle sue immagini. Ne è nato un colloquio telefonico gradevole, esaustivo, anche educativo. Da subito ci è piaciuto il suo atteggiamento pacato, rispettoso, persino delicato come le sue immagini. Probabilmente, la componente caratteriale risulta determinante, ma crediamo esista dell’altro. Forse vive in lui una consapevolezza antica, che parte dagli studi (è architetto) e arriva alla Storia dell’Arte. Come dire: la fotografia di Giuseppe è estremamente contaminata, fertile perché ispirata da più fonti; la delicatezza comportamentale non può che esserne una conseguenza coerente.

E’ una foto “basica”, quella del nostro: almeno lui la definisce così. Senza entrare nel dettaglio dell’aggettivo utilizzato (forse esagerato), è il suo meccanismo relazionale a sorprenderci, quello che attua nei confronti dei soggetti. Quando ritrae un volto, di mezzo c’è un vetro con delle goccioline. Effetto estetico a parte (bello, possiamo dire), c’è una barriera davanti l’obiettivo: un di qua e un di là; con quel cristallo che non deve rompersi, perché proprio lì nasce la libertà di interpretare, da un lato, e comportarsi, dall’altro. La ricerca che ne consegue forse porta a un’altra realtà, che però non potrebbe essere indagata senza quella superfice traslucida e umida di gocce. Saul Leiter insegna? Probabile, ma non crediamo che a Giuseppe interessi la metodica, il segreto della ricetta vincente. Più facilmente, quel vetro semitrasparente fa parte del suo pensiero fotografico, del progetto che lo anima, del modo di vedere; perché l’ispirazione di Giuseppe è in continuo movimento, anche quando si guarda attorno. Bene così.

D] Quando hai iniziato a fotografare e perché?

R] Non da tantissimo. Sono laureato in architettura e per un po’ mi sono dedicato alla professione. Verso il 2014 ho trasferito la mia attività lavorativa verso la fotografia. Tieni conto che all’Università molti fotografavano, quindi non ero a digiuno.

D] La tua è stata passione per la fotografia?

R] Certo, ma ho soddisfatto anche il desiderio di esprimere me stesso. Amavo progettare, e anche scrivere. Fotograficamente, ho iniziato col paesaggio, tra fiumi e case, poi sono approdato al ritratto. Conoscevo la storia dell’arte, per cui il rinascimento e anche l’800 hanno avuto un grande influsso su di me.

D] Come hai curato la tua formazione fotografica?

R] Seguendo gli interessi personali: mostre, riviste, lettura. Lavoricchiavo con qualche fotografo più esperto. Ho sfogliato tanti libri, prima d’architettura, poi di fotografia. Diciamo che ho attinto anche alla cultura personale.

D] Possiedi dei libri?

R] Certamente, con anche dei cataloghi di mostre. Ho degli amici che possiedono biblioteche gigantesche.

D] Ci sono dei libri che preferisci?

R] Mi sono innamorato di diversi autori. Giacomelli, ad esempio, mi è sempre piaciuto tantissimo. Lui era quasi un fotografo della domenica, ma ha lavorato molto. I suoi campi ripresi dall’alto sono bellissimi. Un altro autore che annovero tra i preferiti è Saul Leiter. Lui si è dedicato anche alla moda, ma ha fotografato New York d’inverno da dietro le vetrine. Quel suo mondo rarefatto mi ha sempre impressionato.

D] Giuseppe, hai avuto dei modelli ispiratori?

R] Traggo ispirazione anche dal cinema: dai grandi classici, alle produzioni più recenti, al di là del livello culturale; Spesso, guardando un film, presto maggiore attenzione alla fotografia, tralasciando la trama. Barry Lyndon, di Stanley Kubrick, vive d’immagini; ed è un’opera colossale, che trae spunto dai paesaggisti del XVIII secolo. Come ti dicevo, la storia dell’arte mi ha influenzato molto: Francis Bacon, con le sue opere inquietanti; poi i romantici, i preraffaelliti.

D] Hai iniziato con la pellicola?

R] All’Università usavo il rullino, ma col digitale mi si è aperto un mondo, che poi è quello dove posso esprimermi. Ogni tanto scatto con delle pellicole in B/N o anche in Polaroid. Lo faccio per allenare la mente, perché sono troppo metodico.

D] Provi qualche rimpianto per l’analogico?

R] Non essendomi mai innamorato di quel processo, non posso provare rimpianti. Conosco molti autori che parlano di originalità della pellicola, forse nel senso dell’autorialità; ma io non ho preconcetti. La fotografia è solo un mezzo, qualunque ne sia la tecnologia portante.

D] Curi personalmente il ritocco?

R] La mia post produzione è basica. I miei ritratti vivono del reale. Dedico quasi tutto il tempo in Camera Raw.

D] Fotograficamente, come di definiresti?

R] Non saprei. Gli altri dicono di me che sono elegante, malinconico, capace di trattare la femminilità in maniera particolare. Che dire? E’ il mio carattere. Mi piace creare e dentro le fotografie c’è il mio modo di essere.

D] Qual è la qualità più importante per un fotografo come te?

R] L’ambito creativo risulta essere determinante. Bisogna lasciarsi ispirare anche da altri, addirittura dai “non fotografi”. Occorre poi tanto impegno, nel tentativo di innovare in continuazione, per non cadere nelle sabbie mobili dell’immobilismo. Vi è poi la necessità di mettersi in discussione, sempre: particolarmente in questo mondo così soffocante.

D] La coerenza con se stessi è importante?

R] Certamente, senza presunzione però; come dicevo prima, mettendosi in discussione.

D] C’è, tra le tue, una fotografia preferita? Quelli che ami particolarmente?

R] Il rapporto con le mie immagini è mutevole, spesso si accende l’interesse per una, che poi lascia il posto a un’altra. Diciamo che m’innamoro delle fotografie che ritraggono la mia famiglia.

D] Scatti anche per te, quindi …

R] Sì, certo; i miei bambini sono abituati, anche se le fotografie che li riguardano non sono mai impostate.

D] Stampi le tue immagini?

R] Sì, spesso: in laboratorio. Ho una produzione fine art, che vendo attraverso una galleria o via Instagram.

D] Hai fatto mostre?

R] Qualcosa, ma non amo farle. E’ uno stress, per cui tendo a declinare gli inviti. Col Covid, poi, è cambiato tutto.

D] Tieni dei corsi, perché?

R] Perché è bello condividere. Io mi colloco nel piano di chi li frequenta: al loro pari. Insieme, mettiamo in comune le difficoltà. Spiego tutto, rilascio tutto: anche i segreti. Mi dicono che si tratta di un atteggiamento raro. Credo di essere così, perché provengo da altri mondi.

D] Dopo questi primi anni della tua carriera, c’è un progetto rimasto indietro e che vorresti portare a termine?

R] Vorrei concentrarmi su una ritrattistica diversa, dove all’interno vive una storia raccontata. Una ritrattistica espansa, anche nel tempo; perché le persone verrebbero seguite dal risveglio fino al subentrare della notte. E poi, davanti l’obiettivo, preferirei avere gente comune, normale, di tutte le età, e non le solite modelle.

D] Secondo te, cos’è il ritratto fotografico?

R] Un’esternazione di quanto ho dentro: è il soggetto che mi aiuta in questo. Ovviamente, non forzo le impostazioni: lo scambio è vicendevole.

D] C’è un’ottica che utilizzi preferenzialmente? Che ami di più?

R] Nei ritratti dietro le gocce d’acqua, uso il 24-70 f/2,8, un obiettivo tuttofare. Se scatto senza pannelli, monto il 50 mm., ma anche il 35 mm. o l’85. La lente che utilizzo più frequentemente è il 50 mm.

D] Preferisci scattare in studio o all’aperto?

R] Inizialmente fotografavo solo all’aperto, per questioni di possibilità. Per lo studio provo amore e odio: sto bene, ma devo spostare oggetti, creare una finestra, muovere cose. Potessi, opererei solo in esterni.

D] Altra domanda chiusa: bianco e nero o colore?

R] Ho iniziato solo col bianco e nero, poi sono passato al colore, che ha finito per prevalere. Amo il colore, il mio colore. A livello autoriale, uso entrambi.

D] Com’è nata l’idea delle goccioline?

R] Guardando le persone dietro le vetrine, al di là della realtà.

D] C’è tanto Saul Leiter in quello che dici …

R] Sicuramente, ma penso che anche i soggetti preferiscano quella modalità di scatto, dove si guarda senza toccare. Chi è in posa si sente maggiormente sicuro e diventa più disponibile, particolarmente nello studio: dove le luci pilota aiutano la composizione prima del colpo di flash.

D] Le donne delle tue fotografie sono molto vestite, dico male?

R] No, hai ragione. L’abbigliamento in una fotografia “basica” può aiutare. Qualche nudo l’ho scattato, ma Instagram non lo gradisce.

D] Ami i social?

R] Ci lavoro, con un rapporto molto rispettoso. La mia fortuna è stata quella di entrare in ambito fotografico quando i social stavano nascendo. Facebook lo uso poco, Tik Tok non lo vedo vicino. Adesso va di moda il video. Instagram era nato per la fotografia del momento, oggi ha dovuto adeguarsi.

D] Tu ti stai adeguando?

R] No, non lo sto facendo.

D] Potessi farti un augurio fotografico da solo, cosa ti diresti?

R] Vorrei provare sempre la consapevolezza di poter migliorare.



Buona fotografia a tutti

Giuseppe Gradella

Note biografiche

Giuseppe Gradella nasce a Mantova e si laurea in Architettura a Ferrara, dove inizia la sua formazione nel campo della storia dell'arte e della fotografia. Per diversi anni lavora come architetto e nel 2015 decide di iniziare contemporaneamente anche la professione di fotografo e nel 2019 questa diventerà la sua unica attività. La forte impronta artistica caratterizza la sua produzione, rendendo il suo stile riconoscibile e apprezzato in diversi ambiti, si occupa di fotografia di architettura, di prodotto, di moda, di ritratto e di regia fotografica in produzioni video, vende i suoi lavori in alcune gallerie d'arte, sia in Italia che all'estero, partecipa a mostre personali e collettive, sia in Italia che in altri paesi, organizza workshop di fotografia per scuole e privati, pubblica spesso i suoi scatti su Vogue.It e collabora con il mondo dell'arte contemporanea, creando cataloghi per artisti e mostre. Fotografa anche opere del passato, soprattutto quelle legate al Rinascimento della sua città. Il suo studio si trova attualmente a Mantova.


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