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Mirco Lazzari

"Il viaggio è la parte più bella del mio lavoro, anche se le destinazioni spesso si ripetono. La cultura diversa mi affascina, solo il cibo mi mette in difficoltà. Spesso, durante i trasferimenti, allungo il viaggio prima e dopo gli appuntamenti sportivi."
ALESSANDRO DOBICI
| Mosè Franchi | GRANDI AUTORI

MOVIMENTO ED EMOZIONE

Parla con calma, Mirco lazzari, in maniera consapevole. Capelli lunghi, volto simpatico, pare impossibile che proprio lui possa tradurre in immagini l’adrenalina e l’emozione: eppure, è così. Probabilmente è l’indole a guidarlo, il carattere; crediamo comunque vi sia dell’altro. La sua è una questione di applicazione e studio, anche di sperimentazione assidua.

L’istante è la sua vita fotografica, frammentata in granelli significanti, decisivi. Viene quasi la tentazione di richiamare Bresson, che però il momento lo fissava. Mirco non ferma nulla, cerca l’emozione che continua a vivere, più a lungo dello stesso scatto. C’è dell’altro, anche dopo una curva o una caduta, e lui ce lo lascia immaginare, per una visione che continua. Questione di stile, quindi? Forse, no; o non solo. Crediamo che lui non abbia mai cercato un metodo o una scorciatoia, tantomeno un risultato che potesse identificarlo. Mirco è così nella relazione con ciò che vede, con quanto gli capita. Diciamo che ha curato molto la sua formazione, seguendo i consigli di altri e mettendo sempre in atto una profonda autocritica. Il resto è sguardo, studio, curiosità: ore passate davanti a libri fotografici di altri generi; perché la fotografia, quella vera, è una soltanto. E allora, godiamoci le immagini di Mirco Lazzari: strisciate, mossi, fuochi al limite, ci restituiscono il brivido, l’adrenalina, la tensione emotiva che pulsa anche a libro chiuso; perché l’istante è lì, eterno, oltre il battito del secondo, quando il respiro ancora rumoreggia nel petto. Movimento ed emozione: due sole parole, ma è tutto lì. Bene così.

D] Mirco, quando hai iniziato a fotografare e perché?

R] Professionalmente a venticinque anni, tardi quindi. Prima fotografavo per passione. Da piccolo mi piaceva il movimento. Ricordo che comprai una cinepresa Super 8, con la quale a Imola riprendevo le gare. Poi mio cugino acquistò una Canon A1 e, vedendola, nacque il mio gusto per la fotografia. Mi attrezzai, con tanto di teleobiettivo, ovviamente economico. Nel 1985 (avevo ventiquattro anni) entrai in Autosprint, quasi per caso: cercavano un archivista. Feci un colloquio e mi assunsero. Nel tempo libero, scattavo; e in redazione feci vedere le mie immagini. Ne ricevetti dei responsi positivi, con il consiglio di continuare. Seguivo le gare la domenica e cercavo i suggerimenti dei fotografi importanti: Angelo Orsi ed Ercole Colombo tra questi, mai avari di consigli. Arriva però il giorno nel quale le scelte devono essere tue e non bastano le pacche sulla spalla. Fui sorpreso dai fotografi giapponesi e ne apprezzai il taglio di luce e anche l’inquadratura. Era una questione di stile, da dove prese inizio la mia fotografia.

D] La tua è stata passione per la fotografia?

R] Il marito di mia cugina era un professionista che si occupava di still life, il che contribuiva alla passione di famiglia; ma era mia madre a instillarmi di continuo il desiderio di fotografare. Lei dipingeva e insisteva che ritraessi parenti e amici. Per la comunione ricevetti in regalo una fotocamera, ma era di plastica; sufficiente però ad alimentare il fuoco sacro.

D] Hai lavorato in archivio, quindi hai maneggiato tanta pellicola …

R] Sì, e scattavo anche in analogico, ovviamente. Sono passato al digitale dal 2001. Io lavoravo con le redazioni, che producevano libri; il che mi apriva un mondo.

D] Tanta passione, ma anche molti impegni …

R] Seguivo Moto GP e Formula 1, poi ebbi un incidente che mi portò al coma. Da allora ho affrontato la vita in maniera diversa, nei tempi e modi; occupandomi fotograficamente anche del viaggio, riflettendo su luce e colore.

D] Qualche rimpianto per la pellicola?

R] Molti, perché l’emozione era tanta. Lavorando in archivio ho avuto l’opportunità di osservare il lavoro degli altri. Ricordo quando sviluppavamo le dia, la domenica sera, anche se per ruolo non mi competeva. Per me era un fuori orario, ma non importava: la meraviglia era tanta. Se poi penso ai miei rullini, rammento come il vederli nascere rappresentasse un momento unico. Ai tempi, la fotografia era più difficile: tieni conto che non c’era l’autofocus. Oggi tutto è più semplice, ma fare la differenza è un’impresa ardua.

D] Come hai curato la tua formazione?

R] Da autodidatta, con l’aiuto di altri professionisti. In mezzo mettici tanta autocritica.

D] Hai avuto degli elementi ispiratori? Dei fotografi che abbiano influenzato le tue scelte?

R] A livello fotografico, tanti. Ricordo le agenzie “All sport” (oggi Getty) e “Vandystadt”, loro proponevano bei lavori. Comunque, da almeno vent’anni leggo e studio quei grandi fotografi che non si siano occupati di sport. Ho tanti libri a proposito, molti sulla storia della fotografia e altri firmati da Testino, Lindbergh, Henri Cartier Bresson, Steve McCurry. Relativamente allo sport e ai motori, la mia biblioteca scarseggia un po’. Desidero essere stimolato da idee diverse.

D] Con i libri guardi oltre lo sport dei motori, vorresti fare dell’altro?

R] Non ho mai lavorato in studio. Mi è sempre piaciuta la luce naturale, quella del sole. Del resto, la sfida è tutta lì. Anche nei box utilizzo quanto filtra dalla saracinesca. Oggi un amico mi ha incuriosito circa la luce artificiale: una cosa nuova per me, interessante per la mia crescita. Io ho sempre raccontato solo quanto mi si parava davanti, il che può essere un limite.

D] Ha sempre fatto del reportage …

R] Fondamentalmente sì.

D] Qual è la qualità più importante che un fotografo come te deve possedere?

R] Beh, la curiosità, perché ti permette di osservare ciò che accade attorno a te, aiutandoti anche a trovare particolari che altri non riescono a scorgere. Angelo mi consigliava sempre: «Prenditi del tempo per raccontare». Credo sia importante anche l’autocritica, senza la quale non c’è miglioramento.

D] Ci sono, tra le tue, delle fotografie che ami particolarmente?

R] Sì, ce ne sono. Ricordo quella che scattai durante il secondo anno di moto GP. Finita la sessione di prove, una moto rientrava ai box con l’aiuto di un meccanico che reggeva il tabellone dei tempi. Quel gesto con il mosso diventò una striscia. Diciamo che amo tutte le immagini che mi hanno indicato una strada.

D] Il mosso ti piace molto, dico male?

R] E’ vero, perché amo il movimento. Diciamo che nel portarlo avanti ho curato maggiormente il sogno rispetto alle questioni economiche.

D] C’è, nella tua attrezzatura, un’ottica che usi preferenzialmente?

R] Sono nato e cresciuto con i tele e li amo molto. Mi piacciono anche i basculanti. Uso molto la “tutta apertura” per l’effetto sfocato.

D] Curi personalmente il ritocco?

R] Sì, lo curo io; anche se non amo la post produzione invasiva. Alle volte metto a posto la luce, tutto qui. Quando espongo le immagini in una mostra, ho chi si occupa del processo prima della stampa: non si può fare tutto. Lo stesso vale per l’impaginazione di un libro. Tieni conto che si lavora per la committenza: sponsor, piloti e via dicendo. Diventa importante il rapporto con chi lavora per te.

D] Dopo tanti anni di carriera, c’è un progetto rimasto indietro e che vorresti portare a termine?

R] A livello professionale, direi di no: lì tutto è in evoluzione. In ambito fotografico, le cose cambiano. Una volta feci un viaggio sulla Route 66, la Strada Madre americana: quella che collega Chicago alla spiaggia di Santa Monica, in California. Vorrei ripercorrere quella strada con gli occhi di oggi. Sto anche lavorando su un progetto chiamato “La danza degli alberi”, su suggerimento di mio fratello.

D] Ti piace sperimentare, quindi …

R] Nella vita ci sono dei momenti importanti che vanno sfruttati, come quando mi è stato chiesto di sviluppare la Nikon D5. Sono stato invitato in un circuito, dove dodici persone seguivano il mio operato (c’era chi girava un video). Dovevo dimostrare come fosse veloce l’AF. Alla fine, abbiamo sviluppato il firmware.

D] Sogni la fotografia tutti i giorni?

R] Purtroppo (o per fortuna) sì: fa parte di me. Non dimentico mai la fotocamera a casa, anche durante il tempo libero: è sempre al collo, pronta. Molti mi hanno accusato di non “staccare” mai, ma tant’è.

D] Da quando abbiamo iniziato a parlare, percepisco il desiderio d’emozione, dico male?

R] Il vero successo sta nel fare emozionare la gente. Molti mi dicono che non diventerò mai ricco, perché amo troppo quello che faccio. Che dire? La passione ha il suo prezzo.

D] Sarà sempre così? Sarai capace di vivere d’emozioni anche alla lunga?

R] Guarda, forse è il periodo storico ma vedo tante persone che non sono felici, nonostante il benessere. La fotografia ti regala un modo diverso di vedere le cose. Tieni conto che l’incidente mi ha cambiato la vita, insegnandomi anche il modo giusto per affrontarla.

D] Una domanda banale: tu vai in moto?

R] No. Ho avuto il “Ciao” a quattordici anni e uso degli scooter. La moto mi fa paura.

D] La tua è una vita di viaggi: non è faticoso?

R] Il viaggio è la parte più bella del mio lavoro, anche se le destinazioni spesso si ripetono. La cultura diversa mi affascina, solo il cibo mi mette in difficoltà. Spesso, durante i trasferimenti, allungo il viaggio prima e dopo gli appuntamenti sportivi.

D] Tu segui le corse, sei anche un tifoso?

R] In realtà, no; ho tanti amici. Tutto parte da lontano, da Villeneuve. Quando morì, dissi a me stesso che non mi sarei più affezionato a nessuno; e lo stesso capitò con Senna. E’ un lavoro duro, il nostro; conosci tanti ragazzini che diventano quasi la tua famiglia. Li ami tutti. Alle volte nasce una simpatia per qualcuno, ma questo sta nella logica delle cose.

D] Potessi dedicarti un augurio fotografico da solo, cosa ti diresti?

R] Vorrei continuare a fotografare per tutta la vita, completando i miei progetti; le immagini si scattano anche al di fuori delle corse.



Buona fotografia a tutti

Mirco Lazzari

Note biografiche

Alessandro Dobici nasce a Roma il 14 dicembre 1970.

Ha otto anni quando, d’estate, sua madre gli chiede di ritrarla in quello che è il luogo delle loro vacanze da sempre, Capodarco di Fermo, nelle Marche. Alessandro prende in mano la macchina fotografica per la prima volta, ed è subito attrazione. Dieci anni dopo, per il suo diciottesimo compleanno, quando riceve in regalo dai due fratelli maggiori un sassofono elettronico, non ha esitazioni: lo cambia con una reflex, una Yashica fx3 – 2000. Con quella, comincia a fotografare tutte le volte che può, prediligendo alle persone paesaggi e oggetti. «All’inizio fotografavo solo paesaggi perché non volevo interagire con le persone. C’ero solo io, il mio obiettivo, nessuno poteva vedere ciò che guardavo. Poi col tempo ho capito che fare fotografie poteva essere il più importante, gratificante e bel modo di esprimere me stesso e di conoscere gli altri».

Insieme alla fotografia coltiva un’altra passione, il volo. Studia, si diploma in costruzioni aeronautiche, ma poi, come sempre, arriva il momento di scegliere. Decide che vivrà di fotografia e trova lavoro come assistente in un laboratorio di sviluppo e stampa, così riesce, fuori orario, a stampare anche le sue immagini, nello sforzo continuo di migliorare. Nel 1993, grazie a uno dei fratelli, ottiene un incontro con il noto fotografo Giovanni Cozzi e diventa il suo assistente. Lascia il laboratorio di cui nel frattempo era divenuto responsabile. È nello studio di Cozzi che impara che cos’è e come si gestisce un set fotografico. Sei mesi dopo, Alessandro inizia a scattare book e a fare progetti di reportage. Un anno più tardi, con l’aiuto del padre, rileva una quota dello studio di Cozzi.

Nel 1994 va a Cuba come assistente per un servizio di moda. Quando non è impegnato sul set, gira l’isola e realizza un reportage. Nel 1995 è in Islanda, ancora per un servizio di moda. S’innamora del Paese dove tornerà, negli anni seguenti, altre cinque volte. Molte delle immagini del progetto espositivo sono state riprese in questa terra lontana. Dopo tre anni nello studio di Giovanni Cozzi si sente maturo e alla fine del 1997 decide di rendersi indipendente in uno spazio proprio. La prima pubblicazione importante arriva nel 1996 con il settimanale Max: è un servizio fotografico ad Alessandro Gassman. Da allora, Dobici s’impone come ritrattista, amato dai più noti personaggi del mondo dello spettacolo, della cultura e della politica. I suoi ritratti sono pubblicati su prestigiose testate, tra cui Amica, King, L’Espresso, Harperʼs Barzaar, Max. «Mi interessa capire cosa c’è dietro e cosa hanno da dire le persone che incontro e fotografo. Il ritratto è un’occasione unica di poter rendere pubblico il mio punto di vista. E quando ritraggo un personaggio, cerco di raccontare la mia percezione sulla sua essenza, prima che sulla sua immagine». Nel 1996 realizza le fotografie di scena del film di Bigas Luna Bambola. Trovandosi sul set, la rivista Ciak lo invita a realizzare un servizio di ritratti al regista che rimane colpito dal lavoro di Dobici e lo vuole ancora come fotografo di scena nei film “La Cameriera del Titanic”, con Aitana Sanchez Gijon, e “Volaverunt”, con Penelope Cruz.

Appassionato anche di musica, decide nel 1996 di mettersi in contatto con Claudio Baglioni. Gli invia il suo book, senza sperare in una risposta. Invece, Baglioni lo chiama e lo incontra. Dobici torna in studio senza il ritratto del cantante, ma con qualcosa di molto più importante: la promessa di realizzare un libro. Diventa così il fotografo ufficiale di Claudio Baglioni. Lo segue durante i tantissimi concerti e i progetti speciali condivisi che costruiscono e cementano una collaborazione e un’amicizia che dura ancora oggi, da più di ventʼanni. Nel 1998 esce “C’era un cavaliere in bianco e nero”, pubblicato da Mondadori con oltre 250 fotografie di Baglioni tra ritratti e fotografie riprese durante i tour del cantante. Dobici firma anche la direzione creativa del volume insieme a Guido Tognetti. Nel 2001 fonda a Roma la Contents, uno spazio polifunzionale di 500 mq. La sua attività professionale s’intensifica, affermandosi anche nel campo della pubblicità, contribuendo al successo di importanti campagne per Fendi, Belstaff, Reebok, Hoya, Tim, Alice. Dobici continua a viaggiare e torna a Cuba nel 2002 e nel 2004 per realizzare le campagne pubblicitarie di Valtur. Essendo responsabile dell’immagine dell’azienda a livello mondiale, gira in quegli anni tutto il mondo. Nel 2002 viene chiamato da David Zard, uno dei più importanti produttori musicali italiani, per curare l’immagine del musical Notre Dame de Paris. Replica l’esperienza nel 2013 con Romeo e Giulietta. Dal 2004 al 2006 insegna fotografia alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università La Sapienza di Roma. La mostra “Alessandro Dobici, vent’anni di fotografia” è stata esposta a LʼAvana, Cuba, presso lʼInstituto Cubano de Amistad con los Pueblos dal 3 al 30 giugno 2017. Nel 2018 il Chiostro del Bramante a Roma e nel 2019 il Real Albergo dei Poveri a Palermo, e la Chiesa di San Calogero a Nicosia hanno ospitato le sue opere. Nel 2018 la RAI realizza un documentario biografico sulla sua vita e il suo lavoro. Nel 2019 viene trasmesso in prima serata su RAI5.

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